Dieci persone perquisite per le mobilitazioni di ottobre: nel mirino la solidarietà con la Palestina
All’alba del 15 gennaio, a Trieste, la repressione ha bussato direttamente alle porte. Agenti della Digos e della Questura hanno effettuato perquisizioni nelle abitazioni di dieci persone, colpite da una nuova operazione repressiva collegata alle mobilitazioni dell’autunno scorso in solidarietà con la Palestina. Un segnale politico prima ancora che giudiziario.
Il perimetro dell’indagine rimanda in particolare al corteo spontaneo del 2 ottobre, una manifestazione autorganizzata che ha attraversato diverse strade cittadine e che, secondo le contestazioni, avrebbe incluso anche un tentativo di blocco della stazione ferroviaria, nello spirito dello slogan “bloccare tutto”. È su quella giornata — e sulle azioni svolte durante la mobilitazione — che si concentrano i “fatti contestati”.
L’indagine, avviata su mandato della pm Bacer e accompagnata da ipotesi di reato di varia natura, arriva fino a contestare — per alcune delle persone coinvolte — la sola “manifestazione non autorizzata”. Un salto di qualità che dice molto del clima in cui ci troviamo: non serve la violenza, non serve il danno, basta aver preso parte a una protesta politica per ritrovarsi sotto perquisizione. È l’ennesima dimostrazione di una azione giudiziaria e repressiva più ampia, che colpisce a distanza di mesi le mobilitazioni autunnali.
Il messaggio è chiaro: lo Stato colpisce chi si è mobilitato contro il genocidio in corso a Gaza. Colpisce chi ha osato portare in piazza una parola scomoda, chi ha denunciato le responsabilità internazionali, chi ha chiamato le cose con il loro nome. Non è un caso che queste perquisizioni arrivino mentre il governo guidato da Giorgia Meloni rafforza un impianto normativo che criminalizza il dissenso, moltiplica i reati di piazza e amplia i poteri di polizia.
Un governo che, sul piano internazionale, è politicamente complice di ciò che accade: attraverso il sostegno diplomatico, economico e — come denunciato da più parti — anche con l’invio di armamenti al governo israeliano. Un esecutivo che all’estero parla di “diritto alla difesa” e in patria riduce gli spazi della protesta, trattando la solidarietà come un problema di ordine pubblico.
Le perquisizioni di Trieste non sono un episodio isolato. Sono parte di una strategia di intimidazione: far passare il messaggio che partecipare a mobilitazioni radicali, soprattutto su temi internazionali e divisivi, ha un costo personale. Carte sequestrate, dispositivi controllati, vite private esposte. Non serve una condanna: basta l’indagine. Basta il sospetto. Basta averci messo il corpo.
Per questo oggi la solidarietà con le persone perquisite non è solo un gesto umano, ma un atto politico necessario. Solidarietà con chi è stato colpito. Solidarietà con chi continua a mobilitarsi a fianco del popolo palestinese. Perché se manifestare contro un genocidio diventa motivo di perquisizione, allora il problema non è la protesta: è lo Stato che la reprime.
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