Pena di morte e fame: la nuova stretta su Gaza e Cisgiordania

Israele accelera sulle esecuzioni per i palestinesi, blocca le ONG e intanto uno studio stima oltre 75mila morti nella Striscia

Mentre Gaza continua a contare i morti e la Cisgiordania vive sotto incursioni, demolizioni e violenze dei coloni, in Israele si compie un altro passo verso l’approvazione definitiva della legge sulla pena di morte per i palestinesi dei Territori occupati. Una scelta che segna una svolta simbolica e sostanziale: la formalizzazione della pena capitale come strumento ordinario dentro un conflitto già devastante.

Dopo tensioni e modifiche sul linguaggio del testo, il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir hanno raggiunto un’intesa. La proposta, voluta e promossa dal leader di estrema destra, è stata approvata in prima lettura alla Knesset con 39 voti favorevoli e 16 contrari. Nonostante centinaia di emendamenti dell’opposizione e le perplessità sollevate anche da settori della maggioranza, la macchina legislativa ha accelerato.

Il dato più inquietante non è solo la norma in sé, ma ciò che la circonda. Ben Gvir ha già dato ordine di preparare una struttura per le esecuzioni e di addestrare i boia. Il Canale 13 israeliano ha parlato di una sorta di “miglio israeliano”, evocando il “Miglio verde” statunitense: il corridoio che separa la cella del condannato dalla camera della morte. I boia saranno volontari, selezionati con perizia e sottoposti a formazione tecnica e supporto psicologico. Per diluire la responsabilità individuale, saranno tre le persone coinvolte nell’atto finale.

Il ministro non ha nascosto le sue intenzioni, arrivando a dichiarare pubblicamente che si procederà “impiccando, sparando o annegando”. Un linguaggio che non è solo propaganda elettorale, ma il riflesso di una radicalizzazione istituzionale. La pena capitale, secondo il testo rivisto, sarà definita “obbligatoria” per gli omicidi di cittadini israeliani compiuti per motivazioni definite “nazionalistiche”, pur lasciando un minimo margine di discrezionalità ai giudici e la possibilità di ricorso. Un compromesso studiato anche per ridurre il rischio di bocciatura da parte della Corte Suprema.

La norma si inserisce in un contesto già segnato da esecuzioni extragiudiziali sul campo in Cisgiordania e da morti nelle carceri israeliane. Dal 7 ottobre 2023 sono state documentate decine di decessi in detenzione, tra accuse di torture, privazioni e mancanza di cure. La formalizzazione della pena di morte non inaugura dunque una pratica nuova, ma la rende sistemica, codificata, legittimata.

Parallelamente, un altro fronte si sta chiudendo: quello umanitario. Trentasette organizzazioni internazionali, tra cui Oxfam, hanno presentato un ricorso all’Alta Corte israeliana per bloccare nuove norme amministrative che rischiano di paralizzare gli aiuti a Gaza e in Cisgiordania. Le autorità hanno imposto nuovi standard di registrazione, richiedendo dati sensibili, compresi gli elenchi completi del personale palestinese. Chi non si adeguerà entro il 28 febbraio dovrà cessare le operazioni.

Le ONG denunciano un ricatto amministrativo. Fornire quei dati esporrebbe i lavoratori locali a ritorsioni e violerebbe normative europee sulla protezione dei dati. Se le 37 organizzazioni fossero costrette a ritirarsi, l’impatto sarebbe immediato e devastante: esse garantiscono oltre la metà degli aiuti alimentari nella Striscia, il 60% delle operazioni negli ospedali da campo e la totalità delle cure ospedaliere per i bambini con malnutrizione acuta grave. In Cisgiordania, dove demolizioni e incursioni militari sono in aumento, la loro presenza è ormai strutturale alla sopravvivenza quotidiana.

Il ricorso sostiene che subordinare i soccorsi a richieste amministrative politicizzate viola la Quarta Convenzione di Ginevra, che obbliga la potenza occupante a facilitare gli aiuti ai civili. Il rischio è che l’assistenza diventi uno strumento di pressione e controllo, trasformando la sopravvivenza in una concessione revocabile.

Intanto, nuovi dati scientifici gettano una luce ancora più cruda sull’impatto umano della guerra. Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health, basato su un sondaggio rappresentativo di 2.000 famiglie, stima che tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025 siano stati uccisi più di 75mila palestinesi. Una cifra superiore ai circa 50mila riportati dal Ministero della Salute di Gaza nello stesso periodo. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha recentemente ammesso che le statistiche raccolte a Gaza sono “in gran parte accurate”, parlando di circa 70mila morti.

La ricerca distingue tra morti violente e decessi indiretti. Almeno 8.200 persone sarebbero morte per malnutrizione, mancanza di cure e malattie legate al collasso del sistema sanitario. Il 56% delle vittime identificate – oltre 42mila – sono donne, minori e anziani. Secondo gli autori, tra il 3% e il 4% dell’intera popolazione della Striscia sarebbe stata uccisa violentemente entro gennaio 2025.

La combinazione di questi tre piani – pena di morte, restrizione degli aiuti, devastazione demografica – restituisce un quadro coerente. Non si tratta solo di guerra, ma di una trasformazione strutturale del conflitto: la normalizzazione dell’eccezione, la giuridicizzazione della punizione estrema, la compressione dello spazio umanitario e la progressiva erosione dei vincoli internazionali.

La comunità internazionale osserva, discute, richiama. Ma sul terreno la traiettoria appare chiara: più controllo, più punizione, meno protezione. E mentre si prepara un “miglio israeliano” per le esecuzioni e si alzano nuove barriere agli aiuti, Gaza continua a essere un luogo in cui la vita è sospesa, precaria, esposta.

Il rischio, oggi, non è solo quello di un ulteriore aggravamento umanitario. È la sedimentazione di un modello. Un modello in cui la pena di morte diventa strumento politico, l’assistenza umanitaria un privilegio condizionato e la distruzione di una società un fatto statistico. E quando tutto questo si intreccia, la parola “emergenza” non basta più.

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