Dalla forca per i palestinesi alle leggi che criminalizzano la solidarietà: tra Israele ed Europa si consolida un sistema che svuota il diritto e legittima la repressione
C’è un filo che lega la nuova legge israeliana sulla pena di morte per i palestinesi e il clima politico che si respira oggi in Europa. Un filo che passa per il diritto, ma lo svuota. Che parla di sicurezza, ma costruisce repressione. Che invoca valori universali, ma li applica in modo selettivo.
La norma approvata in Israele rappresenta un punto di non ritorno. Non tanto perché introduce la pena capitale — già formalmente prevista ma quasi mai applicata — quanto perché la trasforma in uno strumento selettivo, destinato a colpire una sola popolazione. I palestinesi accusati di reati “nazionalistici” potranno essere condannati all’impiccagione entro 90 giorni, senza reali possibilità di appello. Gli israeliani, per gli stessi reati, no.
Non è una distorsione del diritto. È il diritto stesso che viene piegato a un principio di supremazia. È la formalizzazione di ciò che sempre più osservatori internazionali — inclusa la Corte internazionale di giustizia — chiamano con il suo nome: apartheid.
Ma ciò che rende questa svolta ancora più grave non è solo ciò che accade in Israele. È la risposta — o meglio, la non risposta — dei governi occidentali. Le dichiarazioni di “preoccupazione” arrivate da Italia, Francia, Germania e Regno Unito sono apparse deboli, rituali, quasi obbligate. Nessuna conseguenza politica, nessuna sanzione, nessuna rottura.
È qui che emerge il secondo livello del problema: la complicità.
Perché mentre Israele introduce la pena di morte su base etnica, in Europa si costruiscono dispositivi normativi che limitano la possibilità stessa di criticare quel sistema. In Italia, la proposta di legge che punta a equiparare antisemitismo e antisionismo va esattamente in questa direzione.
Non si tratta di un dettaglio giuridico. È una torsione politica profonda. Significa trasformare una critica a uno Stato — e alle sue politiche — in una forma di discriminazione. Significa spostare il confine: non più tra odio e critica, ma tra consenso e dissenso. E soprattutto, significa criminalizzare la solidarietà.
Chi denuncia i bombardamenti su Gaza, chi parla di apartheid, chi chiede il rispetto del diritto internazionale rischia di essere collocato in una zona grigia, sospetta, delegittimata. Non si discute ciò che viene detto: si mette in discussione chi lo dice. È un meccanismo già visto. Prima si costruisce il nemico esterno. Poi si individua il nemico interno: chi lo difende, chi lo nomina, chi rifiuta la narrazione dominante.
In questo senso, la legge israeliana e le proposte europee non sono fenomeni separati. Sono due facce dello stesso processo. Da un lato, si radicalizza la violenza. Dall’altro, si restringe lo spazio per denunciarla.
Il risultato è un sistema chiuso, in cui il diritto internazionale diventa sempre più un linguaggio vuoto. Si continua a evocarlo — nelle dichiarazioni ufficiali, nei comunicati diplomatici — ma lo si disattende nella pratica. Le convenzioni restano, ma perdono forza. Le norme esistono, ma non vincolano più.
La pena di morte per i palestinesi è, in questo senso, solo l’espressione più estrema di una logica già in atto. Una logica che distingue tra vite degne di protezione e vite sacrificabili. Tra violenza legittima e violenza condannabile. Tra chi può essere punito e chi resta impunito.
E mentre tutto questo accade, la società civile si trova sempre più sotto pressione. Le manifestazioni vengono limitate, le parole sorvegliate, le posizioni critiche isolate. Non con la forza esplicita, ma attraverso norme, regolamenti, dispositivi amministrativi.
È una trasformazione lenta, ma evidente. Il conflitto non è più solo sul terreno militare. È anche — e sempre di più — sul terreno del linguaggio, del diritto, della legittimità.
La domanda, allora, non è solo cosa farà Israele. La domanda è cosa faranno gli altri. Se continueranno a osservare, a prendere le distanze senza agire, a difendere formalmente principi che non sono più disposti a far valere. Perché quando una legge introduce la pena di morte su base etnica e nessuno interviene davvero, il problema non è più solo quella legge. È il sistema che la rende possibile.
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