Patto per chi? Il regime di frontiera e lo sfruttamento


di Gianluca Nigro* – Associazione Finis Terrae


L’Europa accelera sulle procedure di frontiera e sui rimpatri, ma il precedente italiano insegna che dietro la retorica della sicurezza si nascondono spesso ghetti, segregazione sociale e nuove forme di sfruttamento del lavoro migrante

Il 12 giugno è entrato in vigore il nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione, che rappresenta una svolta significativa nell’Unione Europea. Il nuovo impianto normativo introduce procedure accelerate di screening e valutazione delle domande di asilo alle frontiere esterne, con l’obiettivo di identificare rapidamente i migranti senza regolari documenti e facilitare il rimpatrio di quanti non hanno i requisiti per la protezione internazionale.

Tuttavia le aspettative riposte in questo nuovo sistema rischiano di essere deluse. Vediamo le procedure di frontiera e i luoghi in cui esse verranno applicate. Tali strutture non sono ancora state individuate, quindi può essere utile un confronto con le esperienze italiane degli anni 1990.
Il riferimento principale è alla Legge 563/95 c.d. Legge Puglia, approvata durante il governo Dini in risposta agli arrivi dall’Albania. La normativa prevedeva di coinvolgere l’esercito nel controllo del Canale d’Otranto e aprire centri governativi per l’accoglienza e l’identificazione dei migranti. Con questa legge venne introdotto anche il concetto di trattenimento, successivamente sviluppato con la legge Turco-Napolitano del 1998, che istituì i Centri di permanenza temporanea (CPT). Quel sistema rappresenta l’antecedente dell’attuale approccio “hotspot” e della logica che ispira il nuovo Patto europeo. In entrambi i casi, infatti, la gestione delle migrazioni si fonda sulla concentrazione delle persone in grandi strutture collocate nelle aree di frontiera, per le procedure di identificazione e selezione.

L’esperienza italiana ha dimostrato che la presenza di grandi strutture di accoglienza e trattenimento ha favorito la nascita e la crescita dei cosiddetti “ghetti” in diverse aree della Puglia, Calabria e Sicilia. Già nel 2003 Medici Senza Frontiere segnalava come alcuni lavoratori stranieri ospitati nei centri di identificazione fossero impiegati durante il giorno nelle campagne circostanti. Esiste un legame strutturale tra grandi centri di accoglienza, insediamenti informali e sfruttamento lavorativo. Per contrastare tali effetti, numerose associazioni hanno promosso negli anni forme di accoglienza diffusa, più rispettose dei diritti delle persone e meno funzionali alla creazione di bacini di manodopera vulnerabile. I centri istituiti a partire dalla Legge Puglia hanno contribuito a fornire forza lavoro a basso costo, soprattutto nel settore agricolo, favorendo lo sfruttamento, il sotto salario e un quadro generale di lavoro semi-coatto. I ghetti sorti attorno a queste strutture hanno svolto una funzione di controllo della mobilità dei migranti, trasformandosi in serbatoi di manodopera facilmente reperibile e poco tutelata. L’impianto proposto dal Patto Europeo sembra andare nella stessa direzione. Viene ulteriormente posticipato l’accesso dei richiedenti asilo al mercato del lavoro regolare, portando a novanta giorni il periodo necessario prima di poter lavorare legalmente. Tale modifica, rafforza il regime di frontiera, come modello più efficace per coprire il bisogno di lavoro just in time e non tutelato, proprio di alcuni settori produttivi.

Questa scelta aumenta la vulnerabilità economica delle persone. Le nuove procedure di frontiera richiederanno inoltre la creazione di strutture dedicate nelle aree di primo ingresso. E’ probabile che tali strutture vengano localizzate nelle stesse regioni degli anni 1990 — Puglia, Calabria e Sicilia — con in più probabilmente il Friuli Venezia Giulia, per gli arrivi della rotta balcanica.
Il nuovo Patto europeo, quindi, rischia di indebolire il sistema di seconda accoglienza, già sofferente e in fase di destrutturazione, sviluppato in Italia a partire dai primi anni 2000, e di riprodurre meccanismi già noti, nei quali la gestione delle domande di asilo si intreccia con la disponibilità di manodopera precaria che necessita in fretta un salario. Al momento, è uno scenario ipotetico, da verificare nei prossimi anni, ma l’esperienza offre elementi sufficienti di preoccupazione. Sullo smantellamento del sistema di seconda accoglienza è sufficiente riferirsi al percorso tortuoso e poco tutelante che ha visto protagonisti i giovani richiedenti-lavoratori uccisi ad Amendolara.

La storia dei grandi centri ci racconta le scelte adottate per effettuare un controllo della mobilità dei migranti, allo scopo di produrre un canale privilegiato per avere manodopera sfruttabile e razzializzata. Non possiamo ignorare che la forma assunta dai ghetti, in particolare nel foggiano, ha superato la dimensione transitoria e subito una forma di urbanizzazione spontanea, fuori dagli spazi politici riconosciuti, ma dentro uno spazio economico connesso ai percorsi ufficiali. I tentativi di smantellamento sono sempre falliti e al momento, pur in presenza di risorse pubbliche dedicate allo scopo, non sembra esserci la possibilità di dismissione di questi luoghi.


* da Sviluppo Felice


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