Palestina, tra tregue negate e macerie la violenza sionista continua

Mentre bombe, fame e freddo uccidono il popolo palestinese, la comunità internazionale continua a voltarsi dall’altra parte e a chiamare “ricostruzione” ciò che è negazione dei diritti.

In Palestina la violenza non conosce pause. Nella Striscia di Gaza, nonostante un cessate il fuoco annunciato e mai realmente rispettato, le operazioni militari israeliane continuano a colpire la popolazione civile. A nord-est di Gaza City, nel quartiere di Tuffah, un uomo è stato ucciso da un colpo alla testa sparato dalle forze di occupazione israeliane nella zona di Zarqa. Un secondo palestinese ha perso la vita a est del campo profughi di al-Bureij, nella parte centrale della Striscia, colpito mortalmente da un drone israeliano. A Khan Younis, nel sud, una ragazza è rimasta ferita dal fuoco dell’esercito.

Dal cessate il fuoco dell’11 ottobre scorso, il bilancio è drammatico: 484 palestinesi uccisi e oltre 1.300 feriti. A questi numeri si aggiungono 713 corpi recuperati dalle macerie, testimonianza silenziosa di bombardamenti incessanti che hanno devastato interi quartieri. Ma a Gaza non si muore solo sotto le bombe. La crisi umanitaria, aggravata dal blocco e dalla distruzione sistematica delle infrastrutture, continua a mietere vittime. Una donna è stata trovata morta, congelata davanti alla sua tenda nella zona di Mawasi, a Khan Younis, stroncata dal freddo estremo che negli ultimi giorni ha colpito la Striscia meridionale. Migliaia di famiglie vivono ancora sotto tende di fortuna, senza riscaldamento, assistenza medica adeguata né accesso regolare a cibo e combustibile, mentre piogge e vento rendono le condizioni sempre più insostenibili.

La violenza non risparmia nemmeno la Cisgiordania occupata. A Nablus, nel campo profughi di Balata, cinque palestinesi sono stati aggrediti dalle forze israeliane durante un’incursione mattutina. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, le ambulanze hanno soccorso le vittime per ferite causate dalle percosse dei soldati. Episodi che si inseriscono in un contesto più ampio di raid quotidiani, arresti arbitrari e demolizioni di abitazioni, da Jenin a Hebron, passando per Gerusalemme Est.

In questo clima di tensione permanente si colloca anche il grave episodio che ha coinvolto due carabinieri italiani in Cisgiordania, nei pressi di Ramallah. I militari, impegnati in un sopralluogo preparatorio per una missione diplomatica europea, sono stati minacciati, fermati e costretti a inginocchiarsi da un colono israeliano armato. Un fatto che ha suscitato una dura reazione politica in Italia, con la convocazione dell’ambasciatore israeliano da parte del ministro degli Esteri. Tel Aviv ha espresso “rammarico” e annunciato un’indagine, ma l’esercito israeliano ha fornito una versione contrastante, sostenendo che a fermare i militari fosse stato un proprio soldato perché si trovavano in una zona militare. Una ricostruzione che molti osservatori leggono come un tentativo di minimizzare e confondere l’accaduto, in una dinamica già vista in passato anche nei confronti delle missioni internazionali.

Intanto, il numero dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane ha superato quota 11mila, con circa un terzo in detenzione amministrativa, senza accuse formali né processo. Una pratica denunciata da anni dalle organizzazioni per i diritti umani come una grave violazione del diritto internazionale.

Nella Striscia di Gaza, la distruzione assume dimensioni sistemiche. Dal 7 ottobre 2023, circa 2.700 nuclei familiari sono stati completamente annientati dai bombardamenti, lasciando oltre 6.000 persone come uniche sopravvissute di famiglie numerose. Mentre sul campo si continua a morire – solo nelle ultime ore quattro morti e tre feriti nel quartiere di al-Tuffah – a livello politico e diplomatico si discute di una “fase 2” dell’accordo di tregua e di una possibile riapertura dei valichi.

In questo quadro, la prospettiva di una riapertura del valico di Rafah, chiuso dal maggio 2024, rappresenta un fragile spiraglio di speranza. Secondo le organizzazioni umanitarie, il passaggio è cruciale per le evacuazioni mediche, il ricongiungimento familiare, l’accesso all’istruzione e l’ingresso di aiuti essenziali. Ma anche qui le condizioni appaiono rigide: controlli stringenti, supervisione internazionale e, soprattutto, il potere di veto israeliano.

Sul piano internazionale, fanno discutere i progetti per una “Nuova Gaza” promossi dall’ex presidente statunitense Donald Trump e dal suo consigliere Jared Kushner. Una visione che immagina la Striscia trasformata in un hub di grattacieli, resort e poli tecnologici sul Mediterraneo, presentata come un cambio di paradigma. Ma dietro le immagini patinate di una Gaza simile a Dubai o Singapore, restano irrisolti nodi fondamentali: i diritti di proprietà dei palestinesi, il destino di quasi due milioni di sfollati, la rimozione di decine di milioni di tonnellate di macerie e ordigni inesplosi, e l’incognita dei finanziamenti. Una visione che molti giudicano coloniale, più attenta al valore immobiliare che alla realtà sociale e politica di un territorio sotto occupazione.

Il contrasto tra questi annunci e la realtà quotidiana è stridente. Mentre si parla di sviluppo e ricostruzione, a Gaza continuano i raid: solo negli ultimi giorni, decine di vittime, tra cui civili e giornalisti colpiti mentre documentavano la vita nelle tende degli sfollati. In un contesto in cui Israele controlla ancora ampie porzioni della Striscia e amplia le aree sotto occupazione, parlare di ricostruzione appare prematuro, se non fuorviante.

La Palestina resta così intrappolata tra una violenza che non si arresta e un futuro raccontato più nei palazzi della diplomazia che nella vita reale di chi, ogni giorno, lotta per sopravvivere tra macerie, fame e paura.

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