Alla vigilia della fine dei domiciliari la Procura prolunga la pena dell’attivista No Tav: il movimento denuncia persecuzione giudiziaria e “diritto penale del nemico”
Doveva concludersi il 14 marzo il periodo di detenzione domiciliare di Giorgio Rossetto, storico attivista del movimento No Tav. Invece, alla vigilia della scadenza, la Procura ha deciso di prolungare la pena di altri otto mesi, trasformando quello che sembrava l’ultimo giorno di restrizione in un nuovo capitolo di una vicenda giudiziaria che da anni accompagna la repressione del movimento valsusino.
Rossetto stava scontando i domiciliari da gennaio 2025 per alcune condanne definitive legate a tre episodi della lunga stagione di mobilitazioni contro l’alta velocità in Val di Susa: il maxi processo per lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019.
Nel corso della detenzione la sua situazione si era già aggravata. Il 2 febbraio 2026, dopo oltre un anno ai domiciliari, Rossetto aveva subito ulteriori restrizioni disciplinari per un’intervista rilasciata a Radio Onda d’Urto, in cui commentava lo sgombero del centro sociale Askatasuna avvenuto a Torino nel dicembre precedente. Per aver parlato a una radio indipendente gli era stato imposto il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito per uscire dall’abitazione.
Ora, a poche ore dalla scadenza della pena, è arrivato un nuovo provvedimento: l’inammissibilità di un ricorso in Cassazione è stata utilizzata per aggiungere altri otto mesi di detenzione domiciliare.
Per il movimento No Tav si tratta dell’ennesimo segnale di accanimento giudiziario. «È una persecuzione che dura da anni – denuncia Nicoletta Dosio, storica attivista valsusina – non solo contro Giorgio ma contro tutto il movimento».
La vicenda di Rossetto, spiegano i militanti, non è un caso isolato. Negli anni centinaia di attivisti No Tav sono stati coinvolti in indagini, processi, misure cautelari e condanne legate alle mobilitazioni contro la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Un conflitto sociale che dura da oltre trent’anni e che continua a essere gestito prevalentemente sul piano giudiziario e repressivo.
Nel frattempo, il progetto della grande opera continua a slittare. La stessa TELT, società responsabile della costruzione della linea Torino-Lione, ha recentemente formalizzato il rinvio dell’entrata in funzione dell’infrastruttura al 2034. Un ritardo che non ha fermato il flusso di finanziamenti pubblici destinati all’opera, mentre nella valle alpina prosegue una delle mobilitazioni territoriali più longeve d’Europa.
Per gli attivisti No Tav la decisione di prolungare i domiciliari a Rossetto rappresenta l’ennesima conferma di un approccio giudiziario che colpisce il dissenso politico. «Contro di noi – ha dichiarato Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto – viene applicato il diritto penale del nemico».
Nonostante anni di repressione poliziesca e giudiziaria, il movimento della Val di Susa continua a opporsi alla costruzione della linea ferroviaria, considerata inutile e dannosa per il territorio. La vicenda di Giorgio Rossetto, per molti attivisti, è diventata il simbolo di un conflitto che non riguarda soltanto un’infrastruttura, ma il diritto stesso di opporsi alle grandi opere imposte dall’alto.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Nicoletta Dosio storica attivista NoTav Ascolta o Scarica
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