Operazione contro gli anarchici: tra accuse di terrorismo e sgomberi, si allarga la repressione del dissenso


Sette arresti, perquisizioni in tutta Italia e lo sgombero del Bencivenga Occupato a Roma. Le accuse ruotano attorno ai sabotaggi contro le Olimpiadi Milano-Cortina e alle mobilitazioni per Alfredo Cospito. Gli avvocati parlano di “colpa d’autore” e di una costruzione giudiziaria fondata sul sospetto.

All’alba del 16 giugno è scattata una nuova e vasta operazione repressiva contro il movimento anarchico. Dalle prime ore del mattino la Digos e le procure competenti hanno eseguito perquisizioni e misure cautelari in diverse città italiane, contestando il reato di associazione con finalità di terrorismo previsto dall’articolo 270 bis del codice penale.

Secondo l’impianto accusatorio, gli indagati sarebbero coinvolti in alcuni sabotaggi compiuti nell’ambito delle mobilitazioni contro la devastazione ambientale e territoriale legata alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Le misure disposte sono pesanti: cinque custodie cautelari in carcere e due arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A queste si sono aggiunti altri due arresti successivi alle perquisizioni, sulla base dell’accusa di autoaddestramento con finalità di terrorismo prevista dall’articolo 270 quinquies.

L’operazione arriva in un momento particolarmente delicato. Mentre il Tribunale di Sorveglianza di Roma è chiamato a pronunciarsi sul futuro detentivo di Alfredo Cospito, magistratura e apparati investigativi rilanciano l’offensiva contro il movimento anarchico, individuando proprio nelle mobilitazioni per la sua liberazione uno degli elementi centrali dell’inchiesta.

Nell’ordinanza vengono richiamate intercettazioni ambientali effettuate in un casolare nei dintorni di Roma durante l’estate scorsa. Secondo gli investigatori, gli incontri sarebbero serviti a condividere conoscenze tecniche relative alla costruzione di ordigni artigianali e a pianificare azioni di sabotaggio. Tra gli elementi valorizzati dall’accusa figurano l’assenza di telefoni cellulari durante le riunioni e la distruzione degli appunti al termine degli incontri.

Una ricostruzione che gli avvocati della difesa contestano radicalmente.

Per l’avvocato Flavio Rossi Albertini si tratta di «un’ordinanza fondata sul sospetto e sulla colpa d’autore». Sulla stessa linea l’avvocato Ettore Grenci, secondo il quale l’impianto accusatorio sarebbe costruito principalmente sull’appartenenza politica degli indagati e non su responsabilità individuali concretamente dimostrate. Un copione già visto più volte negli ultimi anni, quando lunghe custodie cautelari e accuse gravissime si sono spesso concluse con assoluzioni o forti ridimensionamenti delle contestazioni iniziali.

Come accade ormai regolarmente in queste operazioni, mentre le stesse autorità ricordano formalmente che gli arrestati devono essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva, il circuito politico-mediatico si è immediatamente messo in moto celebrando l’ennesima “rete terroristica sgominata”. Ancora prima che il confronto processuale abbia inizio, il giudizio pubblico sembra già pronunciato.

Lo sgombero del Bencivenga Occupato

L’operazione repressiva non si è limitata agli arresti.

A Roma, in via Bencivenga 15, gli agenti intervenuti all’alba hanno perquisito e successivamente sgomberato il Bencivenga Occupato, storico spazio autogestito nato venticinque anni fa negli edifici dell’ex Stazione di Posta Pontificia.

Inizialmente sembrava una semplice operazione finalizzata all’esecuzione delle misure cautelari. Nel corso della giornata, però, è apparso chiaro che l’obiettivo era più ampio: i locali sono stati murati, le persone presenti identificate e portate in questura, mentre all’esterno si raccoglievano decine di solidali.

Lo sgombero arriva dopo settimane di campagna mediatica sul presunto degrado dell’area e a pochi giorni dalle provocazioni dell’influencer di destra Simone Carabella, che aveva pubblicamente chiesto il ripristino della “legalità” nello stabile e si era filmato mentre rimuoveva una bandiera palestinese per sostituirla con il tricolore italiano.

La coincidenza temporale appare tutt’altro che casuale.

Il Bencivenga Occupato rappresentava da decenni uno spazio sottratto alle logiche del mercato e della rendita. Non un centro sociale tradizionale, ma un luogo di sperimentazione culturale e abitativa, punto di riferimento per la scena punk, grind e crust romana e per chi cercava forme di vita collettiva fondate sulla condivisione piuttosto che sul profitto.

Dalla Val di Susa alla Palestina: il dissenso come problema di ordine pubblico

L’operazione del 16 giugno si inserisce in una tendenza ormai evidente. Dalle mobilitazioni No Tav alle proteste ambientaliste, dalle lotte per la casa alle iniziative di solidarietà con la Palestina, il dissenso sociale viene sempre più frequentemente affrontato attraverso categorie emergenziali e strumenti penali eccezionali.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le accuse di associazione sovversiva, terrorismo, devastazione e saccheggio, insieme a misure preventive, fogli di via, DASPO urbani e limitazioni amministrative. Una trasformazione che accompagna l’espansione dei decreti sicurezza e la progressiva estensione dei poteri di polizia.

Non è un caso che proprio le mobilitazioni per Alfredo Cospito e contro il regime del 41 bis occupino un ruolo centrale nell’inchiesta. L’obiettivo sembra essere quello di costruire una continuità politica e giudiziaria tra campagne di solidarietà, conflitto sociale e minaccia terroristica.

È una dinamica che ricorda da vicino altri momenti della storia italiana in cui il dissenso politico è stato progressivamente assimilato a un problema di ordine pubblico.

La domanda che resta sullo sfondo è semplice: si stanno perseguendo singole responsabilità penali oppure si sta colpendo un’area politica e sociale nel suo complesso?

Perché quando le accuse più gravi si accompagnano agli sgomberi degli spazi autogestiti, alla criminalizzazione delle campagne di solidarietà e alla costruzione mediatica del “nemico interno”, il confine tra indagine giudiziaria e gestione politica del conflitto diventa sempre più sottile.


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