Onu: l’Italia di Meloni è un problema per i diritti umani

Il Comitato contro la tortura denuncia carcere, polizia, Cpr e decreti sicurezza: repressione del dissenso, violazioni sistemiche e attacco allo Stato di diritto. Non sono abusi isolati, ma un modello politico

Il rapporto del Comitato Onu contro la tortura non lascia spazio a interpretazioni. Non è un richiamo generico, non è una nota diplomatica. È un atto d’accusa strutturato contro l’Italia e contro le scelte politiche del governo Meloni.

Polizia, carceri, centri per migranti, decreti sicurezza, limitazione dello spazio civico: ogni ambito analizzato restituisce lo stesso quadro. Non singole criticità, ma un sistema che si muove nella direzione opposta rispetto agli standard minimi del diritto internazionale.

Il primo dato è politico. L’Onu segnala con chiarezza che in Italia si sta mettendo in discussione il perimetro stesso del divieto di tortura. I tentativi di svuotare o ridimensionare il reato introdotto nel 2017 non sono dettagli tecnici. Sono una scelta di campo: indebolire uno degli strumenti fondamentali di tutela contro gli abusi degli apparati coercitivi.

Quando si mette mano al reato di tortura non si sta facendo una riforma. Si sta ridefinendo il limite oltre il quale lo Stato può spingersi contro i cittadini.

Il secondo punto riguarda la libertà personale. Il Comitato denuncia l’estensione di pratiche di trattenimento senza adeguate garanzie: detenzione fino a 96 ore prima della comparizione davanti a un giudice, fermi per identificazione, trattenimenti non registrati. Il riferimento implicito al nuovo fermo preventivo introdotto dal decreto sicurezza è evidente.

Qui il problema non è solo giuridico. È politico. Si normalizza l’idea che la libertà possa essere compressa sulla base di esigenze di ordine pubblico e non di responsabilità accertate. Il controllo giudiziario diventa debole, ritardato, spesso inefficace.

Il terzo punto è il carcere. Il rapporto descrive un sistema fuori controllo: sovraffollamento, suicidi, carenze sanitarie, uso dell’isolamento, applicazione discutibile del 41-bis. Non è una fotografia nuova. È la conferma che nulla è stato fatto per affrontare una crisi strutturale.

La novità è che questa situazione viene ora aggravata da scelte politiche che vanno nella direzione opposta rispetto alle raccomandazioni internazionali: più controllo, più chiusura, meno trasparenza. L’introduzione di strumenti eccezionali e la marginalizzazione delle garanzie trasformano il carcere in uno spazio ancora più opaco.

Il quarto punto riguarda i centri di detenzione per migranti. Il Comitato parla apertamente di condizioni degradanti, uso eccessivo della forza, detenzione di persone senza precedenti penali, trattenimenti prolungati senza prospettive chiare. Non si tratta di deviazioni. È il funzionamento ordinario dei Cpr.

A questo si aggiunge la critica agli accordi con la Libia e alle esternalizzazioni verso l’Albania. L’Onu richiama un principio che il governo italiano ha cercato di aggirare: il divieto assoluto di respingimento verso paesi dove esiste il rischio di tortura o trattamenti inumani.

Qui si vede il punto di rottura più netto. Il governo non si limita a gestire le migrazioni in modo restrittivo. Costruisce un sistema che accetta il rischio strutturale di violazioni dei diritti fondamentali pur di ridurre gli arrivi.

Il quinto elemento è la compressione dello spazio civico. Il Comitato critica esplicitamente i decreti sicurezza e il decreto Ong, chiedendo che vengano modificati per garantire che difensori dei diritti umani, attivisti e organizzazioni possano operare senza intimidazioni.

Non è un passaggio secondario. Significa riconoscere che in Italia il problema non riguarda solo migranti o detenuti. Riguarda anche chi prova a denunciare ciò che accade.

La criminalizzazione del dissenso, la repressione delle proteste, l’uso di sanzioni amministrative e strumenti preventivi non sono percezioni politiche. Sono elementi rilevati da un organismo internazionale.

Infine c’è il nodo più grave: il tentativo, sostenuto anche dal governo italiano in sede europea, di limitare la portata dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cioè il divieto di tortura e trattamenti inumani. L’Onu lo dice chiaramente: quel divieto è assoluto. Non ammette eccezioni. Non può essere piegato a esigenze di sicurezza o gestione dei flussi migratori.

Qui si supera una soglia. Non siamo più nel campo delle politiche discutibili. Siamo nel tentativo di ridimensionare un principio fondamentale del diritto internazionale.

Il senso complessivo del rapporto è netto. L’Italia non è più un paese che presenta criticità episodiche. È un paese in cui si sta consolidando un modello di gestione del potere che mette in tensione diritti fondamentali, garanzie costituzionali e obblighi internazionali.

Il decreto sicurezza si inserisce perfettamente in questo quadro. Non è un eccesso. È uno degli strumenti attraverso cui questa linea politica si realizza: espansione dei poteri di polizia, riduzione del controllo giudiziario, sanzioni contro il dissenso, amministrativizzazione delle libertà, rafforzamento degli apparati coercitivi.

Il punto non è stabilire se singole norme siano più o meno efficaci. Il punto è riconoscere la direzione complessiva. Quando un organismo come il Comitato Onu contro la tortura arriva a chiedere modifiche legislative e segnala rischi sistemici, significa che il limite di tollerabilità è stato superato.

Non si tratta di propaganda. È una valutazione giuridica e politica fondata su standard internazionali che l’Italia ha contribuito a costruire.

Il governo può ignorarla, come spesso accade. Ma il dato resta: oggi l’Italia è sotto osservazione non per singoli episodi, ma per un modello che privilegia il controllo sulla libertà e la repressione sulla tutela dei diritti. E questo, più di qualsiasi slogan sulla sicurezza, definisce la qualità reale di una democrazia.

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