Il 6 maggio 1977, a Novara, un grave episodio di uso delle armi coinvolge un agente di custodia – corpo allora incardinato nell’amministrazione della sicurezza – in servizio sul muro di cinta del carcere cittadino. Convinto di trovarsi di fronte a un tentativo di evasione, il poliziotto apre il fuoco con un mitra verso la strada.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca, l’agente, insospettito dal passaggio di un’autovettura nei pressi del penitenziario, intima l’alt e poi spara una lunga raffica: circa quaranta colpi esplosi dal perimetro del carcere verso una via pubblica.
Colpiti due civili
I proiettili raggiungono l’auto in transito. All’interno si trovano Antonio Fruguggio ed Elena Zenca, che vengono colpiti e riportano gravissime ferite.
Non si tratta di uno scontro armato né di un inseguimento: a essere colpiti sono due cittadini che si trovano sulla strada, estranei a qualsiasi ipotesi di evasione.
Un sospetto trasformato in sparatoria
L’episodio nasce da un allarme rivelatosi infondato. Il sospetto di evasione non trova riscontro, ma viene comunque affrontato con l’uso immediato e massiccio delle armi.
La dinamica evidenzia uno squilibrio evidente: una raffica di mitra contro un veicolo civile, in assenza di un pericolo concreto verificato.
Il caso e le responsabilità
Dopo i fatti viene aperto un procedimento giudiziario nei confronti dell’agente. La vicenda arriva anche all’attenzione parlamentare, segno della gravità dell’accaduto e delle questioni che solleva.
Resta il dato centrale: quaranta colpi sparati da una postazione carceraria verso una strada pubblica, con conseguenze pesantissime per due persone.
Un episodio emblematico
Il caso di Novara si inserisce in un contesto più ampio, in cui negli anni Settanta si moltiplicano episodi di uso delle armi da parte delle forze dello Stato in situazioni ambigue o mal valutate.
Il 6 maggio 1977 resta così una data che pone interrogativi ancora attuali: sui limiti dell’uso della forza, sulla gestione del sospetto e sulla tutela dei cittadini quando chi impugna un’arma è un rappresentante dello Stato.
Una raffica partita da un carcere e finita su una strada qualsiasi. Due passanti feriti. E una domanda che rimane: quanto può costare un errore quando a sparare è chi dovrebbe garantire sicurezza?


