Il più grande tennista serbo di tutti i tempi, Novak Djoković, è diventato suo malgrado protagonista del più acceso scontro tra società civile e potere politico nella Serbia contemporanea.
di Riccardo Renzi
Dopo aver sostenuto apertamente le proteste studentesche contro il governo autoritario di Aleksandar Vučić, il campione è finito al centro di una campagna denigratoria orchestrata dai media filogovernativi e dagli apparati di regime. Tra accuse di “tradimento”, silenzi mediatici, e la decisione di spostare il torneo ATP di Belgrado ad Atene, la figura di Djoković è oggi emblema di un conflitto più profondo: quello tra una Serbia che chiede cambiamento e un potere che teme la voce dei suoi stessi simboli.
Un campione controcorrente: Đoković tra sport e dissenso civile
Non è solo una questione di tennis. In Serbia, Novak Djoković non è più soltanto un atleta: è diventato un simbolo – per alcuni di riscatto, per altri di insubordinazione. L’ultima scintilla è arrivata con le proteste studentesche iniziate nel novembre 2024, dopo la tragedia di Novi Sad, quando il crollo di una pensilina ha provocato 15 morti. Da allora, il paese è attraversato da manifestazioni senza precedenti, in oltre 150 città, che denunciano corruzione, abusi di potere e l’accentramento autoritario attorno al presidente Vučić. Djoković, pur da lontano, ha preso posizione. Prima con un messaggio di solidarietà ai giovani (“Sono al vostro fianco”), poi con gesti più espliciti: a Melbourne, ha dedicato una vittoria a Sonja Ponjavić, studentessa investita durante un corteo a Belgrado. A Wimbledon, ha festeggiato i suoi punti con il gesto del pump it up, diventato lo slogan delle proteste.
Una voce troppo influente
Il sostegno di Djoković ai giovani ha colpito al cuore la narrativa del potere. Il campione non è un oppositore politico, ma la sua popolarità globale rende le sue parole e i suoi silenzi più influenti di molti discorsi parlamentari. Così, dopo un iniziale tentativo di minimizzare – “Non sono dichiarazioni politiche, ma messaggi di pace”, dicevano da palazzo – la reazione del regime si è fatta più brutale. Media allineati e interi eserciti di bot hanno lanciato una campagna diffamatoria: fotomontaggi, post volgari, accuse di essere “al soldo degli stranieri”. In parallelo, è calato il silenzio: durante l’Australian Open, le testate sportive serbe hanno ignorato le sue partite. “È come se non avesse giocato”, raccontano i giornalisti liberi. Una damnatio memoriae mediatica imposta da chi un tempo lo esaltava come eroe nazionale.
L’ATP trasloca, il messaggio resta
Il 4 agosto 2025, è arrivata la conferma che il torneo ATP di Belgrado, gestito dalla famiglia Djoković, sarà trasferito ad Atene. Ufficialmente per “motivi organizzativi”, ma l’interpretazione geopolitica è inevitabile: la decisione è una risposta chiara al clima ostile in patria. Secondo fonti vicine all’entourage del tennista, Novak avrebbe valutato persino un trasferimento di residenza in Grecia. Una scelta che non è una fuga, ma un messaggio: lo sport può resistere all’ingerenza politica, e il palcoscenico tennistico può essere usato per raccontare altro.
Tra repressione e resistenza
Gli attacchi a Djoković sono rivelatori dello stato della democrazia in Serbia. Ex ministri lo accusano di sostenere “i violenti” e “il Kosovo indipendente”, mentre i tabloid lo associano agli “ustascia” e al “caos”. Eppure, il popolo – almeno una parte – continua a vederlo per ciò che è: un campione che non ha mai taciuto, né davanti al Covid né oggi, di fronte alla repressione interna. Il presidente Vučić cerca ora di bilanciare: “Tifo Djoković con tutto il cuore, può anche criticarmi, ma resta un’icona”. Tuttavia, il danno è fatto: il campione è stato trasformato, suo malgrado, in un simbolo di opposizione.
L’uomo che non si piega
Đoković ha scelto di parlare, e per questo oggi paga il prezzo dell’isolamento. Ma il suo gesto è potente: spostare un torneo, dedicare una vittoria, scrivere poche righe sui social può valere più di mille dichiarazioni ufficiali. In un paese dove chi dissente è silenziato, chi ha voce deve usarla. Novak lo ha fatto. Non è un politico, ma un simbolo. E in un’epoca di propaganda e repressione, i simboli fanno paura. Così, chi un tempo era osannato come patriota ora viene bollato come traditore. Ma come recita un vecchio detto serbo: “Chi dice la verità, perde gli amici ma tiene la dignità”. Ed è forse proprio questa, oggi, la vittoria più grande di Novak Djoković.
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