Quando il ministro della Giustizia cita come modello il Codice Rocco, non compie soltanto un’operazione storicamente discutibile. Rivela una pericolosa normalizzazione dell’eredità giuridica del fascismo
«Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini». Sono le parole che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio ha pronunciato nell’intervenire nella polemica sul cosiddetto “patentino antifascista”, e che vale la pena fermarsi un momento e riflettere. Non tanto per l’ennesima provocazione politica, quanto per ciò che essa rivela del clima culturale del nostro tempo.
Nordio, in un certo senso, ha ragione. Esiste davvero un libro fondamentale della giustizia italiana che porta la firma di Benito Mussolini. Si chiama Codice Rocco. Prende il nome da Alfredo Rocco, il giurista che fu uno dei principali architetti dello Stato fascista. Un uomo che non fu un semplice tecnico del diritto, ma uno dei costruttori più consapevoli dell’ordine autoritario nato dalla distruzione della democrazia liberale.
Alfredo Rocco non era un estremista folkloristico, né un agitatore da piazza. Era qualcosa di molto più importante e pericoloso: un raffinato intellettuale reazionario. Un nazionalista convinto, un teorico dello Stato etico, un giurista che considerava lo Stato il principio supremo della vita collettiva e che vedeva nelle libertà individuali e nei corpi intermedi elementi da subordinare all’autorità politica.
Per Rocco il fascismo non era un fine. Era uno strumento. Il veicolo migliore per realizzare la propria concezione dello Stato e della società. Non un incidente della storia, ma l’occasione ideale per costruire un ordinamento giuridico capace di garantire ordine, disciplina e subordinazione dell’individuo alla nazione.
Non è un dettaglio biografico. È il cuore della questione.
Fu Rocco, da ministro della Giustizia, a dare veste normativa alle leggi fascistissime del 1925 e 1926, quelle che cancellarono le residue libertà democratiche e consegnarono il potere assoluto all’esecutivo. Fu lui a presiedere la trasformazione dello Stato liberale in regime. Fu lui a guidare la grande opera di codificazione culminata nel Codice penale del 1930.
Un codice che prevedeva la pena di morte. Che puniva l’aborto. Che considerava l’adulterio femminile un reato. Che proteggeva l’autorità dello Stato molto più dei diritti delle persone. Che nasceva esplicitamente all’interno di un sistema politico fondato sulla soppressione del pluralismo, della libertà di stampa e dell’opposizione politica.
Un codice che portava la firma di Mussolini non per una coincidenza editoriale, ma perché era parte integrante del progetto politico del fascismo.
Certo, la storia è più complessa delle semplificazioni propagandistiche. È vero che molti studiosi riconoscono al Codice Rocco una notevole qualità tecnica. È vero che, epurato nel dopoguerra delle sue norme più apertamente autoritarie, parte della sua struttura è rimasta in vigore fino a oggi. Ma proprio questo dovrebbe indurre prudenza, non celebrazione.
Perché il problema non è stabilire se Alfredo Rocco fosse un giurista competente. Il problema è chiedersi al servizio di quale progetto politico mise la sua competenza.
Anche le leggi razziali furono scritte da giuristi preparati. Anche la macchina normativa del fascismo fu costruita da tecnici capaci. L’efficienza giuridica non assolve la natura politica di un ordinamento.
C’è poi un’altra ironia che rende ancora più sorprendenti le parole di Nordio. Pochi ricordano che proprio lui, negli anni del governo Berlusconi, fu chiamato a presiedere una commissione incaricata di elaborare un nuovo codice penale che superasse definitivamente l’impianto del Codice Rocco. Era il riconoscimento implicito di un problema storico e culturale: una Repubblica antifascista non dovrebbe continuare a fondare il proprio diritto penale su un impianto concepito per uno Stato autoritario. Quel progetto non andò in porto. E oggi il ministro sembra aver dimenticato le ragioni stesse di quella riforma.
Ma forse il punto più inquietante non riguarda il passato. Riguarda il presente.
Le parole di Nordio arrivano in un’epoca in cui il fascismo viene sempre più spesso trattato come un capitolo archiviato della storia nazionale, un fenomeno da relativizzare, contestualizzare, perfino rivalutare nei suoi aspetti amministrativi o giuridici. Come se fosse possibile separare le opere dagli scopi, le norme dal regime che le ha generate, i codici dalla violenza politica che li ha resi possibili.
È la stessa logica che trasforma il ventennio in una questione di infrastrutture, bonifiche o codici, rimuovendo il carcere per gli oppositori, il confino, la censura, le aggressioni squadriste, l’assassinio di Matteotti, le guerre coloniali, le leggi razziali e la soppressione delle libertà fondamentali.
Eppure proprio Alfredo Rocco ci insegna il contrario. Ci ricorda che il diritto non è mai neutrale. Che i codici non cadono dal cielo. Che ogni architettura giuridica riflette una precisa idea di società, di potere e di cittadinanza.
Per questo stupisce che sia il ministro della Giustizia a evocare il Codice Rocco come argomento polemico. Perché chi occupa quella carica dovrebbe sapere che la Costituzione repubblicana non nasce in continuità con il fascismo, ma contro il fascismo. Non nasce per celebrare l’opera dei suoi giuristi, ma per limitarne l’eredità.
Il problema non è studiare Alfredo Rocco. È indispensabile farlo. Il problema è dimenticare chi fosse davvero e quale Stato contribuì a costruire.
Perché quando si smette di distinguere tra competenza tecnica e progetto politico, tra qualità giuridica e libertà democratica, il rischio non è soltanto quello di fraintendere il passato.
È quello di preparare il terreno perché certi fantasmi tornino a sembrare rispettabili.
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