Storica attivista valsusina posta in detenzione domiciliare per una vecchia condanna per oltraggio. Il movimento denuncia un uso politico della giustizia contro chi continua a opporsi al Tav.
Da giovedì pomeriggio Ermelinda, storica attivista No Tav della Valle di Susa, è agli arresti domiciliari nella sua casa di Bussoleno. La misura deriva dall’esecuzione di una condanna definitiva relativa a fatti avvenuti nel 2012, durante una mobilitazione delle Donne in Movimento contro la violenza sulle donne, organizzata a Torino in occasione della visita dell’allora ministra Anna Maria Cancellieri.
Secondo l’accusa, Ermelinda avrebbe rivolto frasi offensive e sessiste a una dirigente di polizia presente quel giorno. Da quella contestazione è nato un procedimento concluso nel 2016 con una condanna a sei mesi e quindici giorni. Alla pena era stata subordinata la sospensione condizionale, legata al pagamento di 2.500 euro da destinare al fondo assistenza del personale della Polizia di Stato. Il rifiuto di versare quella somma ha portato oggi alla detenzione domiciliare.
La vicenda ha suscitato una forte reazione in Valle di Susa e nel movimento No Tav, che parla apertamente di accanimento repressivo. Per molti non si tratta solo dell’esecuzione di una sentenza, ma dell’ennesimo episodio di criminalizzazione di una storia collettiva di resistenza territoriale.
Il punto politico della vicenda è evidente. A distanza di quattordici anni dai fatti contestati, una donna di lunga militanza sociale viene privata della libertà personale per una condanna legata a un episodio di protesta verbale avvenuto durante una manifestazione pubblica. Non si parla di violenze gravi, di danni rilevanti o di pericolosità concreta attuale. Si parla di una contestazione di oltraggio maturata nel contesto di una mobilitazione politica.
È difficile non vedere in questa scelta una funzione esemplare: colpire figure simboliche del movimento, riaffermare l’autorità dello Stato, trasformare il conflitto sociale in questione giudiziaria.
Il caso richiama inoltre un nodo più ampio che riguarda la selettività della giustizia nei conflitti sociali. In Valle di Susa, negli anni, numerose denunce di attiviste e attivisti per violenze subite, lesioni o abusi da parte delle forze dell’ordine si sono spesso concluse con archiviazioni o senza accertamenti significativi. Al contrario, i procedimenti contro i militanti No Tav hanno conosciuto una continuità e una severità costanti.
Dentro questa asimmetria si inserisce anche la storia di molte donne del movimento, frequentemente colpite da denunce, misure cautelari, campagne delegittimanti e sanzioni giudiziarie.
Il provvedimento contro Ermelinda si fonda inoltre, secondo quanto denunciato dal movimento, anche su valutazioni legate alle sue frequentazioni, ai legami politici, alla collocazione sociale e territoriale, alle relazioni maturate dentro l’ambiente No Tav. Un’impostazione che riporta al centro una logica nota: non il fatto specifico, ma il profilo politico e biografico della persona.
Quando il dissenso organizzato viene letto come indice di pericolosità sociale, il confine tra giustizia e repressione si fa sempre più sottile.
La detenzione domiciliare di Ermelinda non riguarda solo una singola attivista. Riguarda il modo in cui, in Italia, viene trattato chi per decenni ha contestato grandi opere imposte, militarizzazione dei territori e modelli di sviluppo calati dall’alto.
Per questo la reazione della Valle è immediata: solidarietà, mobilitazione e rifiuto dell’idea che una storia di lotta collettiva possa essere ridotta a un fascicolo giudiziario. Per molti, in questa vicenda, non è sotto processo una persona soltanto. È ancora una volta il movimento No Tav.
L’itervista di Radio Onda d’Urto a Ermelinda. Ascolta o scarica
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