No Stage for Genocide: il Song Protest contro l’Eurovision della complicità

Un grande evento internazionale denuncia la presenza di Israele all’Eurovision Song Contest mentre continua il genocidio in Palestina. Artisti, intellettuali e attivisti chiedono all’Europa di non offrire palcoscenici all’impunità.

Mentre Gaza continua a morire sotto le bombe, mentre migliaia di palestinesi soffrono la fame ogni giorno e mentre la distruzione sistematica delle infrastrutture civili ha trasformato la Striscia in un territorio devastato e quasi invivibile, l’Europa sceglie ancora una volta la strada della normalizzazione. Lo fa concedendo a Israele una tribuna internazionale all’Eurovision Song Contest, uno degli eventi mediatici più seguiti del continente, nel pieno di una guerra di annientamento che ha già provocato decine di migliaia di morti e una catastrofe umanitaria senza precedenti.

È contro questa rimozione politica e morale che nasce il Song Protest – No Stage for Genocide, un grande evento internazionale pensato per denunciare l’insabbiamento del genocidio del popolo palestinese e la responsabilità diretta dei governi europei nel garantire copertura simbolica, culturale e diplomatica a Israele. L’iniziativa punta a rompere il silenzio e a contrastare l’uso dell’intrattenimento come strumento di ripulitura dell’immagine di uno Stato accusato da giuristi, organizzazioni per i diritti umani e larghi settori della società civile globale di crimini gravissimi.

Il punto è semplice: non esistono eventi neutrali quando si decide chi può partecipare e chi no. L’Eurovision ama presentarsi come festa popolare, spazio di inclusione e celebrazione della diversità, ma la scelta di mantenere Israele in gara mentre proseguono bombardamenti quotidiani su Gaza e il Libano, mentre continuano uccisioni e repressione in Cisgiordania, è un atto politico preciso. Significa dire che si possono distruggere ospedali, scuole, università e quartieri interi senza subire isolamento internazionale. Significa che si può affamare una popolazione civile e, nello stesso tempo, sfilare sotto i riflettori dell’Europa televisiva. Significa, in sostanza, trasformare la cultura in un dispositivo di normalizzazione della violenza.

Il Song Protest nasce per contestare tutto questo. Non contro la musica, non contro gli artisti in quanto tali, ma contro il tentativo di usare un palco internazionale per cancellare ciò che avviene sul terreno. L’idea è costruire uno spazio alternativo di parola, denuncia e solidarietà, capace di unire artisti, studiosi, attivisti e movimenti che rifiutano la complicità europea con il genocidio in corso.

A sostenere l’iniziativa sono già arrivate adesioni importanti. Tra queste quelle di Roger Waters, da anni voce pubblica a sostegno dei diritti del popolo palestinese, dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis, della studiosa Helga Baumgarten e di molte altre personalità del mondo culturale e politico internazionale. Il messaggio che li accomuna è netto: nessun palco al genocidio.

La forza dell’appello sta proprio nella sua chiarezza morale e politica. In questi mesi i governi europei hanno alternato dichiarazioni di circostanza a una sostanziale continuità nei rapporti con Israele. Hanno espresso “preoccupazione” mentre continuavano accordi economici, cooperazione militare e sostegno diplomatico. Ora, con l’Eurovision, si aggiunge anche la dimensione simbolica: quella della festa mentre una popolazione viene massacrata.

Il contrasto è insostenibile. Da una parte le immagini di Gaza: bambini denutriti, ospedali al collasso, famiglie sfollate, città rase al suolo. Dall’altra scenografie, televoti, slogan sull’unità europea e spettacolo globale. È questo scarto che il Song Protest vuole rendere visibile. Perché la normalizzazione non passa solo dai trattati o dalle armi, ma anche dalla capacità di rendere invisibile la violenza mentre si celebra la quotidianità.

Gli organizzatori chiedono ora il massimo sostegno possibile per amplificare la campagna. Invitano a diffondere l’iniziativa, rilanciare contenuti e adesioni attraverso i canali social, in particolare l’account @nostageforgenocide, e a firmare la dichiarazione pubblica di sostegno a No Stage for Genocide. L’obiettivo è trasformare l’indignazione diffusa in mobilitazione concreta e impedire che il silenzio mediatico prevalga ancora una volta.

Il Song Protest ricorda una verità essenziale che in Europa si cerca spesso di rimuovere: davanti a un genocidio non esiste neutralità. Ogni istituzione che continua a trattare come normale ciò che normale non è prende posizione. Ogni palco concesso all’impunità diventa parte del problema.

Per questo, se l’Eurovision offre la scena alla propaganda, diventa necessario costruire un’altra scena: quella della denuncia, della memoria e della solidarietà internazionale con la Palestina. Perché nessuna canzone può coprire il rumore delle bombe.

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