di Giovanna Branca e Marina Catucci*
New York elegge il sindaco-immigrato Mamdani e teme la vendetta. La milizia anti-migra dell’Ice è già in città.
«Ho parlato con il diavolo», mormora in spagnolo una donna alle persone che camminano insieme a lei mentre attraversa il corridoio bianco illuminato da una luce fredda, da ospedale. Il diavolo è un agente dell’Ice piazzato all’intersezione dei corridoi al 12esimo piano di 26 Federal Plaza.
È la sede del tribunale dell’immigrazione di New York, e quel particolare diavolo dispensa informazioni anche in spagnolo a chi passa di lì ammutolito in cerca dell’aula dove si terrà la propria udienza, del proprio avvocato, della sala d’attesa. Il volto nascosto da un passamontagna come quello dei colleghi che pattugliano il piano, non dà indicazioni per cortesia ma come asserzione del proprio potere: di essere lì, di incombere sul futuro di chi incrocia la sua strada, di poter esercitare la propria discrezionalità come e quando desidera.
«Sembra che tu ti sia perso», grida dietro sibillino a un uomo di passaggio che rifiuta di parlargli.
Mentre in città si festeggia l’elezione di Zohran Mamdani, dentro il tribunale l’occupazione degli agenti dell’immigrazione inviati dall’amministrazione Trump – il suo ritratto e quello di JD Vance accolgono i malcapitati all’ingresso dell’edificio – è iniziata da tempo: «Sono qui tutte le mattine, tutta la mattinata, da cinque mesi» ci racconta Carol, giornalista e fotografa che ha documentato tutte le atrocità avvenute in questi anonimi corridoi. Famiglie separate davanti agli occhi impotenti dei figli, persone portate via di peso implorando pietà, il giornalista sbattuto a terra dall’Ice qualche settimana fa che ha riportato una commozione cerebrale, il prete cattolico Fabian Arias – della Saint Peter’s Church – che offre conforto come può e che dispensa sorrisi a chiunque incroci il suo sguardo e non abbia il volto coperto.
TUTTE LE MATTINE, qui, un piccolo gruppo di giornalisti inizia la sua giornata di lavoro: testimoniare quello che sta accadendo dietro porte chiuse. In attesa che da un momento all’altro si riversi su New York quello a cui stiamo assistendo a Portland, Los Angeles, Chicago. Che il diavolo esca nelle strade.
Solo pochi giorni fa a Chicago, fra i tanti episodi che si stanno verificando da settimane, una maestra è stata trascinata fuori da un asilo da agenti armati, il volto coperto e senza mandato: ora è nel centro di detenzione di Broadview.
AL 26 DI FEDERAL Plaza gli agenti dell’Ice – riporta l’Intelligencer – hanno una lista: non si sa quali nomi ci siano sopra e perché, ma ogni tanto chi esce dalla regolare udienza a cui si è presentato per regolarizzare il proprio status viene arrestato e portato in un centro di detenzione. «Fortuna che non ci sono italiani sulla lista», scherza con noi una guardia di sicurezza dell’edificio. Anche le battute qui pesano come pietre, come quella che fa un collega rivolto a un’altra guardia del tribunale, un giovane uomo in cui si percepisce chiaramente il senso di impotenza per la presenza degli agenti dell’Ice: «Sono come i mostri sotto il letto di un bambino». La paura è dipinta sul volto di tutti quelli che passano da qui per la loro udienza, a stento contenuta dietro un silenzio angosciato: a eccezione di qualche chiacchiera fra giornalisti, guardie, o gli stessi agenti dell’Ice, al piano regna il silenzio dell’attesa e l’attenzione a malapena dissimulata per ogni mossa degli agenti.
IL PALAZZO È LORO: l’ufficio dell’Ice è la prima cosa che si vede entrando nella lobby dove si fanno i controlli di sicurezza, mentre all’esterno dei volontari passano la mattinata a distribuire volantini a chi aspetta di entrare. Ci sono elencati i loro diritti, come agire in caso di arresto, informazioni utili.
Qui fuori ci sono state le proteste spontanee dopo il raid di Chinatown, e pochi metri più in là, a Foley Square, ogni giovedì all’una e alle 4 e mezzo si riunisce anche un piccolo gruppo di «mindful rebels», che siede in cerchio con cartelli anti Ice (“Ice uguale Gestapo”, o “L’America è stata costruita da immigrati”) . Accolgono chiunque passi e che voglia testimoniare la propria storia o la propria indignazione, meditano, e alcuni di loro partecipano al volontariato per gli immigrati obbligati a entrare al 26 di Federal Plaza: «Prendono i contatti dei loro cari in modo da poter dare loro informazioni se ce n’è bisogno», racconta un’attivista. «Sono contenta di essere qua con amici e osservatori. A essere testimone delle ingiustizie che stanno accadendo in questo paese, proprio qui e ora. Vicini, compagni e immigrati che vengono arrestati illegalmente. Trattati con brutalità», dichiara una donna.
C’È CHI PROTESTA anche nei corridoi del 12esimo piano: «Vivo a Newark, sono dovuto venire a vedere con i miei occhi, perché alle volte la stampa esagera le cose». Jose Saud è un avvocato di origini cubane: affronta due agenti dell’Ice che lo osservano da dietro gli occhiali da sole tenendo le braccia conserte, e non dicono una parola. «Bisogna proteggere la legge, le maschere che indossate sono illegali, quello che fate è illegale». Rivolge lo sguardo alla sala d’attesa dove le persone aspettano il loro turno: «Il 90% di questa gente fa lavori che non un singolo americano fa. Si fanno un mazzo, pagano le tasse. Ho servito nell’esercito di questo Paese, so che cosa rappresenta: e non è questo». «Quello che sta succedendo è spregevole, sono stufo di questo bullismo istituzionalizzato. È una vergogna». «Non so da dove veniate ma sono certo che non siete nativi americani. Cercate di provare compassione perché quello che state facendo un giorno danneggerà anche voi. Ma voi non mi ascolterete, certo che no».
UNA DONNA ESCE dalla sua udienza scortata da due volontarie, entra nell’ascensore tremando per timore di essere fermata. «Que miedo», che paura, sospira quando si chiudono le porte. Ma 12 piani sono tanti, e ogni volta che l’ascensore si ferma a un livello intermedio tutti trattengono il respiro in attesa che si aprano le porte. Arrivati al piano terra, le volontarie la scortano fino all’uscita e una di loro si ferma, la segue con lo sguardo fino alla strada, finché è possibile: «Alle volte li prendono appena escono». Poi torna indietro: la giornata non è ancora finita.
Mike Fabricant: «Contro tanta crudeltà, una rete per i migranti di New York»
Mike Fabricant è un professore dell’Hunter College School of Social Work, è stato direttore esecutivo del dottorato di Ricerca in assistenza sociale e da anni è tra i principali leader sindacali dell’università. A New York è uno degli organizzatori delle iniziative di monitoraggio giudiziario e di tutela degli immigrati.
«Il lavoro di un sindacato – dice – è qualcosa di più che salari, benefici e polizze assicurative per i lavoratori. Crediamo che il nostro sindacato debba intervenire a favore di tutti i cittadini che si trovano in difficoltà, e gli immigrati in tutto il Paese sono in situazioni particolarmente vulnerabili».
Come vi state muovendo e da quando?
Subito dopo l’elezione di Trump abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa per proteggere studenti e docenti dall’arrivo dell’Ice nel campus. All’epoca non succedeva nulla, ma temiamo che il peggio succeda ora a causa dell’elezione di Mamdani. Vedendo cosa l’Ice sta facendo in altre città, per proteggere gli immigrati abbiamo chiesto all’università, con una petizione che ha raccolto 7.800 firme, di creare regole per l’ingresso dell’Ice nel campus. Poi è diventato chiaro che dovevamo rivolgerci ai tribunali, perché è dove l’Ice ha sede e sappiamo che deve raggiungere determinate quote di arresti. I nostri membri sono stati molto, molto reattivi.
In che modo?
Ogni martedì e venerdì ci sono dei nostri volontari che accompagnano gli immigrati che devono affrontare delle udienze nei tribunali dell’immigrazione. Finora abbiamo 200 persone fra docenti e membri del personale, che svolgono questo lavoro di monitoraggio. A tutti facciamo una formazione riguardo a cosa possono e non possono fare. Non possono opporsi fisicamente a un agente dell’Ice per esempio, o a un arresto. Non si può litigare con un agente dell’Ice, perché si verrebbe arrestati per aver ostacolato il loro lavoro, il che comporta una condanna e non vogliamo che qualcuno finisca in una prigione federale per aver reagito, cosa che magari si è tentati di fare. Le pene non sono le stesse di quelle inflitte dalla polizia di New York. Infine non si deve promettere agli immigrati più di quanto si possa mantenere.
E invece cosa si deve fare?
Abbiamo un ruolo limitato, di supporto, si prendono appunti sul caso, si registrano le informazioni da seguire in caso di emergenza. Si cerca di scortare le persone fuori dall’edificio nel miglior modo possibile e si cerca di instaurare un rapporto con le persone che stanno attraversando un momento di difficoltà. È difficile, perché dall’altra parte c’è tutto questo potere e questa crudeltà. A volte riusciamo a far uscire rapidamente le persone dagli edifici prima che l’Ice possa raggiungerle, ma sono eccezioni.
E una volta fuori?
Abbiamo creato una rete per seguire i singoli casi anche dopo le udienze. Non ci limitiamo a prendere appunti, cerchiamo di costruire relazioni. Offriamo un servizio con ciò di cui le persone hanno bisogno, dai supporti legali ai bisogni sanitari. Abbiamo creato questo servizio insieme ad altre realtà con cui collaboriamo al di fuori del sindacato, e ora c’è un’assistenza più completa per le persone che incontriamo.
Quanti casi avete seguito fino ad ora?
Abbiamo lavorato con centinaia e centinaia di immigrati e ciò che abbiamo visto è stato rivelatore. Vedendo gli agenti dell’Ice con pistole, maschere e tute nere, vestiti in un modo che ricorda davvero la Gestapo, come si fa a vederli e non averne paura? Donne, bambini, e anche molti uomini diventano ansiosi, soprattutto se sono con le loro famiglie. In tutto il tempo che ho trascorso lì non ho mai visto alcuna resistenza da parte degli immigrati, e quell’abbigliamento trasmette la sensazione non solo che quello sia il loro territorio, ma che siano loro a dominarti e a controllarti. Sono molto armati, ma a che servono tutte quelle armi se chi entra al 26 di Federal Plaza deve passare attraverso controlli accurati e metal detector?
Qual è stato l’effetto del nuovo potere di Ice nell’edificio?
Non c’è dubbio che Ice abbia non solo ridotto il ruolo degli altri addetti alla sicurezza nel tribunale, che sono molto più comprensivi nei confronti degli immigrati e lavorano lì da dieci, vent’anni, ma hanno anche scavalcato i giudici. Quando i giudici prendono una decisione che prevede quattro anni di libertà vigilata o di rivedere il caso dopo due, tre anni, loro arrivano e arrestano. E i momenti peggiori sono quando le persone vengono prese e non c’è alcun seguito, non è possibile localizzarle perché non ti dicono dove sono state imprigionate. La famiglia non lo sa e non sempre riesce ad ottenere informazioni. Spesso riusciamo a rintracciarli grazie all’intervento di un avvocato che presenta ricorso. Ma spesso gli avvocati sono oberati dal numero di casi e di arresti e non si ottiene un risultato immediato.
Ice dispone anche di un centro di detenzione all’interno di Federal Plaza.
Esatto, e due giudici hanno svelato che le condizioni sono terribili. Le persone dormono sul pavimento e in alcuni casi devono comprarsi il cibo da sole perché è insufficiente. I giudici hanno chiesto di chiudere il centro ma finora sono stati ignorati e l’Ice continua a sovraffollare le celle. Un esempio dopo l’altro di mancanza di potere esterno in quell’edificio. Federal Plaza è dell’Ice.
*da il manifesto
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