Negli Stati Uniti l’antifascismo diventa terrorismo

Dal Texas un precedente pericoloso: la protesta contro l’ICE trasformata in terrorismo interno mentre l’amministrazione Trump tenta di ridefinire l’antifascismo come minaccia nazionale

Negli Stati Uniti si apre un passaggio inquietante, destinato a segnare un prima e un dopo nel rapporto tra potere e dissenso. Per la prima volta, in un tribunale federale del Texas, l’idea di “Antifa” è stata portata in aula come se fosse una vera e propria organizzazione terroristica. Non solo sul piano politico, ma su quello giudiziario, con condanne concrete e pesanti.

Il punto di partenza è noto: un ordine esecutivo di Donald Trump che definisce “antifa” una organizzazione terroristica domestica. Ma il problema è che, negli Stati Uniti, una simile definizione non ha un reale fondamento giuridico. A differenza delle organizzazioni straniere, infatti, non esiste un quadro legale che consenta di classificare gruppi interni come terroristi. E soprattutto, come ricordano da anni studiosi e analisti, Antifa non è un’organizzazione: non ha iscritti, gerarchie, leadership. È una galassia fluida, una pratica politica, non una struttura.

Eppure, questo non ha impedito all’amministrazione Trump di forzare il quadro, trasformando un concetto politico in una categoria penale.

Il caso Texas: la protesta diventa terrorismo

Il banco di prova è stato il processo legato alla protesta del 4 luglio 2025 davanti al Prairieland detention center, una struttura dell’ICE nei pressi di Fort Worth. Una manifestazione nata come azione di solidarietà verso i migranti detenuti, che nel corso della notte è degenerata: fuochi d’artificio, scritte, tensioni con la polizia. E soprattutto, il gesto decisivo: un manifestante, Benjamin Song, ha sparato contro un agente, ferendolo.

Da lì, il salto politico e giuridico. La giuria federale ha condannato otto imputati per supporto materiale al terrorismo, oltre ad altri reati come rivolta e uso di esplosivi. Song rischia l’ergastolo per tentato omicidio. Ma il cuore della sentenza è altrove: non nei singoli atti, ma nella costruzione dell’impianto accusatorio.

Secondo i pubblici ministeri, i manifestanti non erano semplicemente partecipanti a una protesta degenerata, ma membri o sostenitori di una cellula “antifa”. Una costruzione che ha permesso di utilizzare le leggi antiterrorismo contro un contesto di conflitto politico.

Elementi come l’uso di abiti neri (il cosiddetto black bloc), l’utilizzo di app criptate come Signal o la presenza di kit medici sono stati interpretati come indizi di appartenenza a una rete terroristica. Non comportamento. Non responsabilità individuale. Ma identità politica trasformata in reato.

Un precedente che cambia tutto

È qui che il processo di Fort Worth assume un significato che va ben oltre il caso specifico. Per la prima volta, il governo federale ha utilizzato l’accusa di supporto materiale al terrorismo contro persone accusate di far parte – o di gravitare attorno – a “Antifa”.

Un precedente che rischia di aprire una nuova fase. Non è un caso che l’FBI abbia già dichiarato di considerare “antifa” tra le principali minacce terroristiche interne. Né che l’amministrazione Trump abbia celebrato il verdetto come un passo decisivo verso lo smantellamento della sinistra radicale.

«Questo non sarà l’ultimo», ha dichiarato la procuratrice generale Pam Bondi. Parole che suonano come un programma politico più che come un commento giudiziario.


Il nodo costituzionale: il Primo Emendamento sotto pressione

Le implicazioni sono profonde. Perché se una categoria vaga, non definita e non organizzata come “antifa” può essere trattata come un’organizzazione terroristica, allora il confine tra dissenso politico e terrorismo diventa arbitrario.

E con esso, vacilla uno dei pilastri della democrazia statunitense: il Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione e di associazione.

Gli avvocati della difesa e numerosi osservatori parlano apertamente di un processo politico. Di un uso estensivo – e distorto – delle leggi antiterrorismo per colpire l’opposizione. Di una criminalizzazione ideologica più che giuridica. «Questo è un processo costruito su persecuzioni politiche», ha dichiarato un gruppo di supporto agli imputati.

Dal diritto penale al controllo politico

Il punto, allora, non è negare la gravità di ciò che è accaduto quella notte. Ma capire cosa viene dopo. Se la responsabilità individuale per un reato viene sostituita da una responsabilità collettiva costruita su base politica, il diritto penale smette di essere uno strumento di giustizia e diventa uno strumento di governo. È questo il salto che si sta consumando. Dalla repressione di singoli atti alla criminalizzazione di intere aree politiche. Dalla sicurezza alla selezione del nemico interno. Dalla legge all’ideologia.

E il Texas, oggi, è solo il laboratorio. Domani potrebbe diventare la norma.

Radio Black Out ne ha palrlato con la giornalista Giovanna Branca, che scrive per il Manifesto ed è coautrice del podcast Sindrome Americana.

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