Muore Calogero, il giudice del teorema “7 aprile”

La morte alla vigilia dell’anniversario di un’inchiesta che trasformò il conflitto sociale in reato

Il 6 aprile, a 89 anni, è morto Pietro Calogero. È morto il giorno prima della ricorrenza che più di ogni altra ne ha segnato il nome e la memoria pubblica: il 7 aprile 1979. Una coincidenza che ha il sapore della storia, perché Calogero non è stato soltanto un magistrato dalla lunga carriera, iniziata a Treviso alla fine degli anni Sessanta e conclusa a Venezia come procuratore generale. È stato, soprattutto, il nome di un teorema. E se di biografia si deve parlare, allora è quella di un paese intero.

Il 7 aprile 1979 non è soltanto una data giudiziaria: è una frattura politica, una soglia oltre la quale cambia il rapporto tra Stato e conflitto. L’inchiesta guidata da Calogero non nasce come semplice operazione contro reati individuali, ma come un dispositivo più ampio, dentro cui convergono magistratura – non solo quella conservatrice ma anche quella progressista –, Partito comunista italiano, forze dell’ordine, apparati di intelligence. L’obiettivo condiviso è chiaro: chiudere la stagione dei movimenti, neutralizzare quella galassia politica che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta aveva messo in discussione i rapporti sociali e l’ordine costituito.

Quel sabato del 1979, su ordine della procura, la Digos eseguì una vasta retata contro esponenti della sinistra extraparlamentare. Tra gli arrestati figuravano Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone; altri, come Franco Piperno e Lanfranco Pace, riuscirono a sottrarsi alla cattura. Le accuse erano clamorose: associazione sovversiva, complotto politico, banda armata, insurrezione contro i poteri dello Stato.

Il cuore dell’impianto accusatorio – il cosiddetto teorema Calogero – si fondava sull’idea che esistesse un’unica organizzazione clandestina che collegava Potere Operaio, l’Autonomia Operaia e le Brigate Rosse. In questa costruzione, il confine tra conflitto sociale e lotta armata veniva cancellato. L’intero movimento veniva reinterpretato come una struttura insurrezionale unitaria.

Questa logica trovò il suo punto più estremo nel troncone romano del processo, dove si arrivò a sostenere che Toni Negri fosse il capo delle Brigate Rosse e il principale organizzatore del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro. Solo nel 1987 il giudice Verrone affermerà che “il fatto non sussiste”. Il partito dell’insurrezione non esisteva.

Eppure, per anni, quell’impianto ha prodotto effetti concreti: lunghi periodi di carcerazione preventiva, compressione delle garanzie fondamentali, processi costruiti più sulla pericolosità politica che sui fatti. Voci critiche furono poche e isolate. Il manifesto condusse quasi da solo la battaglia contro il teorema, mentre Rossana Rossanda arrivò a dichiarare di non sentirsi più garantista, perché era lo Stato stesso a violare le regole del garantismo.

All’interno della magistratura, tuttavia, emersero anche crepe significative. Il giudice istruttore Giovanni Palombarini mise in dubbio fin dall’inizio diversi elementi dell’inchiesta, contribuendo a far cadere o ridimensionare molte imputazioni. Col tempo, l’impianto accusatorio si sgretolò: cadde l’accusa di insurrezione armata, molti imputati furono assolti, e Toni Negri venne definitivamente scagionato dall’accusa sul caso Moro. Rimasero alcune condanne per reati associativi, ma il teorema, nel suo complesso, uscì a pezzi.

Eppure, il suo effetto più profondo non si misura nelle sentenze. Si misura nel metodo. Un metodo che consiste nel tenere insieme realtà diverse sotto la categoria dell’eversione, nel costruire un nemico unitario, nel colpire appartenenze e percorsi politici più che fatti specifici. È un dispositivo che può anche crollare nei tribunali, ma che intanto ha già prodotto i suoi effetti politici e culturali.

Il contesto politico fu decisivo. Le accuse del teorema riflettevano in parte la linea del PCI, impegnato a dimostrare la propria affidabilità istituzionale nella stagione del compromesso storico. Figure come Ugo Pecchioli spiegavano nelle sezioni che denunciare un operaio poteva essere necessario. Era il prezzo di un passaggio storico: combattere il terrorismo per legittimarsi come forza di governo.

Il 7 aprile segna così una cesura profonda nella storia repubblicana. Non solo perché colpisce una generazione politica, ma perché ridefinisce il rapporto tra diritto e conflitto. Da quel momento in poi, il diritto penale diventa sempre più uno strumento di gestione politica del dissenso, capace di anticipare la soglia dell’intervento e di colpire sulla base della pericolosità presunta.

È anche da qui che prende forma una memoria pubblica degli anni Settanta ridotta alla categoria degli “anni di piombo”: una narrazione che associa il piombo quasi esclusivamente ai movimenti rivoluzionari, mentre quello esercitato dagli apparati dello Stato resta sullo sfondo.

Il teorema Calogero, allora, non è solo una pagina controversa della storia giudiziaria italiana. È un dispositivo che ha contribuito a riscrivere il significato di un’intera stagione. E il fatto che il suo autore sia morto proprio alla vigilia del 7 aprile sembra chiudere simbolicamente un cerchio, lasciando però aperta la domanda più importante: quanto di quel metodo continua ancora oggi a operare, sotto altre forme, dentro il rapporto tra Stato e conflitto.

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