Morte di Elton Bani, crolla la versione dei carabinieri


Un testimone smentisce i verbali sull’uomo ucciso dopo il taser. Nell’incidente probatorio emergono elementi che contraddicono la ricostruzione ufficiale: Elton Bani non avrebbe tentato di disarmare i militari e sarebbe stato colpito fin dal primo impulso elettrico. Una vicenda che riapre il dibattito sull’uso del taser e sulla credibilità delle relazioni di servizio.

Per mesi la morte di Elton Bani è stata raccontata attraverso la versione contenuta nei verbali dei carabinieri. Un uomo fuori controllo, aggressivo, che avrebbe tentato di sottrarre l’arma a un militare, rendendo inevitabile il ricorso al taser.

Oggi quella ricostruzione comincia a sgretolarsi. Nel corso dell’incidente probatorio davanti al Gip di Genova, un testimone oculare ha infatti smentito alcuni degli elementi centrali contenuti nelle relazioni di servizio. Secondo il suo racconto, Elton Bani non ha mai tentato di disarmare un carabiniere e il primo colpo di taser non è affatto andato a vuoto, come sostenuto dagli indagati.

È una svolta importante nell’inchiesta sulla morte del quarantunenne albanese, deceduto il 17 agosto 2025 nell’androne della propria abitazione a Manesseno, nel comune di Sant’Olcese, dopo essere stato raggiunto dalle scariche di due taser utilizzati dai carabinieri intervenuti sul posto.

Per quella morte sono indagati quattro militari dell’Arma. Due rispondono di omicidio colposo per avere utilizzato la pistola elettrica. Gli altri due, insieme ai colleghi che hanno azionato il taser, sono accusati anche di falso ideologico, proprio per le presunte discrepanze tra quanto riportato nei verbali e quanto emerso dalle testimonianze raccolte dalla Procura.

L’incidente probatorio ha rafforzato ulteriormente questo quadro. I due testimoni ascoltati dal giudice hanno riferito che Bani non avrebbe manifestato quell’aggressività descritta nelle relazioni di servizio. Nessuno dei due ha visto il presunto tentativo di impossessarsi della pistola di un carabiniere. Al contrario, uno dei testimoni ha raccontato di avere udito quattro impulsi del taser e che l’ultima scarica sarebbe stata esplosa quando Elton Bani era già a terra.

Un elemento tutt’altro che secondario. La consulenza medico-legale disposta dalla Procura ha infatti già individuato nella ripetuta stimolazione elettrica una delle concause dell’arresto cardiocircolatorio che ha provocato la morte dell’uomo, insieme all’intossicazione acuta da cocaina. Non è quindi soltanto il comportamento degli agenti a essere sotto esame, ma anche la proporzionalità e la necessità dell’utilizzo ripetuto del taser.

Questa vicenda ripropone con forza un problema: il taser continua a essere presentato come un’arma “non letale”, uno strumento capace di ridurre il ricorso alle armi da fuoco e di aumentare la sicurezza degli operatori. Ma la realtà racconta altro.

Negli ultimi anni sono aumentati i casi di persone morte dopo essere state colpite con la pistola elettrica. Il caso di Elton Bani si aggiunge a una lista sempre più lunga che dimostra come la definizione di “arma non letale” sia profondamente fuorviante. Il taser è un’arma potenzialmente letale, soprattutto quando viene utilizzato ripetutamente, su persone in condizioni di vulnerabilità psicofisica o senza che siano state preventivamente valutate le loro condizioni di salute.

Ma c’è un secondo elemento che emerge con sempre maggiore evidenza. Ancora una volta, la ricostruzione iniziale fornita dagli operatori coinvolti viene messa in discussione dalle prove raccolte successivamente. Video, consulenze tecniche e testimonianze indipendenti stanno progressivamente incrinando una narrazione che sembrava già definita nelle prime ore successive ai fatti.

È uno schema che si ripete. Da Rogoredo al caso Moussa Diarra, dalla morte di Igor Squeo fino alle più recenti inchieste sull’uso dei lacrimogeni e della forza durante le manifestazioni, troppo spesso la versione ufficiale costruita nell’immediatezza degli eventi finisce per essere smentita dall’attività investigativa.

È anche per questo che diventano sempre più indispensabili strumenti di garanzia come i codici identificativi per gli agenti impiegati nei servizi di ordine pubblico, le body cam, organismi realmente indipendenti di controllo e procedure investigative sottratte a ogni possibile conflitto d’interesse.

Perché la fiducia nelle istituzioni non si costruisce chiedendo di credere sempre e comunque alle relazioni di servizio.

Si costruisce accertando i fatti. E la morte di Elton Bani dimostra ancora una volta quanto sia pericoloso trasformare la parola degli apparati coercitivi in una verità preventiva, sottratta al controllo critico e alla verifica giudiziaria.

Oggi quella verità ufficiale presenta crepe profonde. E il compito della giustizia è capire se dietro quelle crepe si nasconda non soltanto un uso sproporzionato del taser, ma anche il tentativo di costruire una narrazione funzionale a giustificare ciò che è accaduto in quell’androne di Sant’Olcese.


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