Un morto ancora caldo, nessuna verità accertata e la corsa del governo a blindare chi spara: dalla periferia di Milano al pacchetto sicurezza, l’importazione italiana dell’impunità di Stato
Quasi nulla è ancora chiaro sulla dinamica. Ma una cosa lo è già benissimo: la morte di un giovane a Rogoredo è stata immediatamente trasformata in un’arma politica. Un’arma puntata contro diritti, garanzie e possibilità di controllo democratico sull’uso della forza.
Nel pomeriggio di ieri, a Milano, durante un’operazione di “ricognizione” nel cosiddetto boschetto dello spaccio di Rogoredo, agenti di polizia in borghese hanno aperto il fuoco e ucciso un uomo di origine marocchina. Aveva 29 anni. Secondo le prime ricostruzioni – le uniche disponibili, perché non ci sono testimoni e non ci sono video – l’uomo sarebbe stato armato. Solo dopo si è appreso che l’arma era una scacciacani a salve. Nessun agente è rimasto ferito.
La chiamata al 112 è arrivata pochi minuti prima delle 18, in via Giuseppe Impastato, a due passi dalla metropolitana di San Donato. Sul posto sono intervenute ambulanze e automedica, ma per il giovane non c’era più nulla da fare. Zona buia, isolata, nessuna ripresa: il contesto ideale perché la versione ufficiale resti l’unica versione possibile.
E infatti, prima ancora che inizino gli accertamenti, la macchina politica si è messa in moto.
Matteo Salvini ha twittato senza esitazioni: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».
Matteo Piantedosi ha seguito a ruota, dichiarando di non avere “motivo di presumere” illegittimità nell’operato degli agenti, invitando genericamente alla cautela ma anticipando di fatto una piena assoluzione politica.
Il punto, però, non è solo la dichiarazione di solidarietà. Il punto è l’uso immediato di un morto per spingere un’agenda repressiva.
La Lega lo ha detto apertamente. Per il deputato Luca Toccalini, quanto accaduto dimostrerebbe l’urgenza del nuovo pacchetto sicurezza: basta indagini automatiche, basta “atto dovuto”, basta controlli sugli agenti che sparano.
Tradotto: più pistole, meno diritto. Più proiettili, meno giustizia. Più Stato armato, meno Stato di diritto.
È qui che il parallelo con il modello ICE – l’agenzia statunitense diventata simbolo di violenza istituzionale, impunità e uso politico della forza – smette di essere una provocazione e diventa una traiettoria.
Negli Stati Uniti abbiamo visto cosa succede quando la parola delle forze dell’ordine diventa verità assoluta, quando filmare è un atto ostile, quando l’omicidio di Stato viene giustificato in tempo reale e chi governa lavora per proteggere chi spara, non chi muore.
A Milano, ieri, un uomo è stato ucciso da agenti dello Stato.
Non sappiamo se fosse una minaccia reale. Non sappiamo se ci fossero alternative. Non sappiamo se l’uso letale della forza fosse necessario.
Ma sappiamo già che la destra vuole usare questa morte per togliere di mezzo ogni possibilità di accertarlo.
Questo è lo sciacallaggio politico: trasformare un cadavere in propaganda, anticipare l’assoluzione, delegittimare qualsiasi dubbio, costruire consenso sulla paura e sull’idea che chi indossa una divisa debba essere intoccabile.
Non è sicurezza. È impunità istituzionalizzata. Ed è così che, un colpo di pistola alla volta, si importa anche in Italia un modello in cui lo Stato non deve più rendere conto delle sue violenze.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luigi Mastrodonato, giornalista esperto di carcere e abusi di potere, collaboratore di Internazionale e altre testate, nonché ideatore di Malapolizia. Ascolta o scarica
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2 Comments on “Modello ICE anche in Italia: a Milano la polizia uccide un giovane e la destra corre a blindare l’impunità”
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