Le minacce a Rita Rapisardi e l’attacco frontale al diritto di cronaca
Raccontare ciò che è accaduto a Torino durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna nella sua interezza, restituendo contesto, sequenze, responsabilità e contraddizioni, non è un’opinione: è giornalismo. È dovere professionale. È presidio di democrazia. Proprio per questo il lavoro di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, è diventato bersaglio di una campagna d’odio violenta e organizzata.
Da giorni Rapisardi è oggetto di minacce, insulti, attacchi personali e intimidazioni, soprattutto sul web ma non solo. Una caccia alimentata da leoni da tastiera, da ex appartenenti alle forze dell’ordine e – fatto ancora più grave – da alcuni giornalisti che hanno scelto di mettere in dubbio la sua professionalità invece di confrontarsi con i fatti. Non è una polemica: è un tentativo di delegittimazione. Non è critica: è intimidazione.
Il messaggio è chiaro e inquietante: chi rompe la narrazione unica, chi mostra ciò che viene sistematicamente rimosso – le violenze poliziesche, la gestione repressiva della piazza, la sproporzione nell’uso della forza – deve pagare un prezzo. È il metodo classico delle stagioni autoritarie: non smentire i fatti, colpire chi li racconta.
Il diritto di cronaca non può essere messo al rogo ogni volta che la realtà non coincide con una versione precostituita, comoda al potere e rassicurante per chi invoca ordine e repressione. Colpire una giornalista perché ha fatto bene il suo lavoro non è un attacco individuale: è censura. È un attacco alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto e completo.
Non è un caso isolato. È il clima. È il risultato di anni di criminalizzazione del dissenso e di delegittimazione di chi prova a raccontarlo. Quando la cronaca diventa un problema di ordine pubblico e il giornalismo viene trattato come un atto ostile, la linea è già stata superata.
A Rita Rapisardi è arrivata la solidarietà del quotidiano il manifesto, del Comitato di redazione di Radio Popolare, testata con cui collabora, e di Alberto Deambrogio per Rifondazione Comunista. Segnali importanti, ma non sufficienti se restano isolati.
Le compagne e i compagni dell’Osservatorio Repressione sono vicini, complici e solidali con Rita Rapisardi. Perché difendere chi racconta la verità non è un atto di cortesia: è una necessità politica. O si difende il diritto di cronaca adesso, o domani resterà solo la versione dei manganelli.
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