Milano, nuove misure cautelari contro attivisti pro Palestina: divieti e obblighi per 14 giovani

foto di Lorenzo Uboldi

Per i fatti del 22 settembre davanti alla Stazione Centrale, la repressione si estende: obblighi di firma, dimora e divieto di partecipare ai cortei. Il gip esclude i domiciliari ma conferma il dispositivo di controllo sul dissenso.

Si allarga l’inchiesta sugli scontri avvenuti il 22 settembre scorso davanti alla Stazione Centrale di Milano, al termine di un corteo per la Palestina. Dopo le prime misure cautelari eseguite il 18 marzo, arrivano nuovi provvedimenti: il gip ha disposto altre otto misure cautelari nei confronti di giovani attivisti, tra obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria, obblighi di firma e di dimora.

Con queste nuove decisioni salgono a 14 le misure cautelari complessivamente eseguite, mentre restano 17 gli indagati nell’ordinanza e 27 le persone denunciate a vario titolo. L’operazione è stata condotta dalla Digos, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla procura di Milano.

Le accuse riguardano principalmente reati di piazza: resistenza a pubblico ufficiale aggravata, lesioni, interruzione di pubblico servizio e porto di oggetti atti a offendere. Secondo la ricostruzione della Questura, durante quella giornata si sarebbero verificate “gravi e violente condotte” nei confronti delle forze dell’ordine, con quattro arresti in flagranza, tra cui due minorenni.

Misure che colpiscono la partecipazione

Il dato più rilevante non è solo l’estensione dell’inchiesta, ma la natura delle misure adottate. Agli obblighi di firma e di dimora si affianca infatti, per molti degli indagati, il divieto di partecipare a manifestazioni pubbliche in forma di corteo.

Inoltre, durante lo svolgimento delle manifestazioni, i destinatari dei provvedimenti dovranno presentarsi due volte al giorno negli uffici di polizia, di fatto impedendo loro qualsiasi partecipazione.

Si tratta di un dispositivo che non si limita a sanzionare fatti già avvenuti, ma incide direttamente sulla possibilità futura di prendere parte alla vita politica e sociale. Una misura che si inserisce in un quadro più ampio di restrizione degli spazi di dissenso.

Il gip: niente domiciliari, ma controllo

La giudice per le indagini preliminari, pur riconoscendo la gravità dei fatti, ha escluso la richiesta della procura di applicare gli arresti domiciliari per quattro degli indagati. La decisione è motivata anche dalla giovane età dei coinvolti e dalla necessità di non compromettere i loro percorsi di studio.

Secondo il gip, il rischio di reiterazione dei reati può essere contenuto con misure non custodiali. Le condotte contestate, si legge nell’ordinanza, non farebbero parte della quotidianità degli indagati, ma si manifesterebbero in occasione delle proteste pubbliche.

Un passaggio significativo, che conferma come il terreno su cui si interviene sia quello della partecipazione politica. Le azioni contestate vengono infatti collocate dentro il contesto della manifestazione e della mobilitazione, anche quando – come riconosce la stessa giudice – non vi sarebbe stata una volontà iniziale di provocare scontri.

Alcuni degli indagati hanno parlato di reazioni alle cariche della polizia, altri hanno richiamato il clima di tensione legato alla mobilitazione contro la guerra a Gaza. Elementi che, secondo il gip, avrebbero contribuito a determinare comportamenti poi ritenuti penalmente rilevanti.

Un dispositivo che si consolida

L’inchiesta milanese rappresenta un ulteriore tassello nella gestione giudiziaria delle mobilitazioni pro Palestina degli ultimi mesi. Non si tratta solo di singoli episodi, ma di un approccio che tende a costruire un quadro complessivo di responsabilità collettiva, attraverso identificazioni, denunce e misure cautelari estese.

Il risultato è un sistema in cui la partecipazione a una manifestazione può tradursi, anche a distanza di mesi, in limitazioni concrete della libertà personale e politica.

Obblighi di firma, divieti di corteo, controlli ripetuti: strumenti che, pur non configurando una detenzione, producono un effetto preciso. Rendono il dissenso più costoso, più rischioso, più difficile da praticare.

Milano, da questo punto di vista, non è un’eccezione. È uno dei laboratori in cui questo modello si sta consolidando. E dove la linea tra repressione dei fatti e controllo preventivo del conflitto sociale diventa sempre più sottile.

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