Milano: arresti e perquisizioni contro il movimento per la Palestina

Nuova operazione repressiva dopo il corteo del 22 settembre. Arresti, obblighi di dimora, decine di denunce e riconoscimento facciale contro attivisti e giovani, molti di origine migrante

A Milano prosegue e si intensifica la repressione contro le mobilitazioni per la Palestina. A sette mesi dal corteo del 22 settembre contro il genocidio a Gaza, la procura e la Digos hanno avviato una nuova ondata di misure cautelari che colpisce attivisti, giovani e militanti politici accusati degli scontri avvenuti nei pressi della Stazione Centrale.

Il bilancio è pesante: sette arresti domiciliari, tre obblighi di dimora con doppia firma quotidiana e decine di denunce. Con questa nuova operazione salgono a 24 le misure cautelari complessive emesse dall’inizio dell’inchiesta, mentre gli indagati e denunciati superano ormai quota cinquanta.

L’operazione arriva dopo quella di marzo, che aveva già colpito più di dieci persone. Ma questa volta il salto repressivo è ancora più evidente. Le accuse contestate vanno dalla resistenza aggravata alle lesioni, fino all’interruzione di pubblico servizio, all’oltraggio e al porto di oggetti atti a offendere. Compare inoltre il reato di danneggiamento di beni culturali, introdotto dal governo Meloni contro gli attivisti climatici e ora utilizzato contro il movimento pro Palestina per i danni alle vetrate storiche della Stazione Centrale.

Il cuore politico dell’operazione emerge però soprattutto dalle motivazioni dell’ordinanza. Secondo la gip, il sostegno alla causa palestinese sarebbe stato soltanto un “pretesto” per manifestare ostilità verso lo Stato e le sue istituzioni. Una lettura che trasforma una mobilitazione politica contro il genocidio in un problema di ordine pubblico e che finisce per delegittimare alla radice il conflitto sociale.

Questa impostazione non è nuova. Da mesi le mobilitazioni per la Palestina vengono trattate attraverso categorie securitarie e repressive. Cortei, blocchi simbolici, occupazioni e azioni dirette vengono descritti non come forme di dissenso politico ma come minacce all’ordine pubblico da neutralizzare preventivamente.

Anche la ricostruzione dei fatti del 22 settembre segue questo schema. Eppure le cronache di quella giornata raccontano che la tensione esplose dopo i primi fermi e le cariche della polizia nei pressi della Stazione Centrale, quando alcuni manifestanti tentarono di bloccare simbolicamente i binari. Un’azione già vista in molte altre città senza conseguenze di questo livello, ma che a Milano venne affrontata immediatamente con un massiccio intervento repressivo.

Da lì partirono le cariche e gli scontri tra via Vittor Pisani e piazza Duca d’Aosta.

Un altro elemento centrale riguarda gli strumenti utilizzati per le identificazioni. La Digos ha ricostruito la rete dei partecipanti attraverso mesi di analisi video e l’uso del software Sari, sistema di riconoscimento facciale capace di comparare immagini raccolte durante le manifestazioni con fotografie presenti negli archivi pubblici e sui social network.

Non è un dettaglio tecnico. È il segno di una trasformazione profonda nella gestione del dissenso. Le mobilitazioni vengono ormai affrontate attraverso dispositivi di sorveglianza sempre più avanzati, che combinano intelligence, tecnologie biometriche e controllo digitale.

A essere colpiti sono soprattutto giovani militanti, molti dei quali di origine migrante, e realtà legate ai centri sociali cittadini. Un dato che conferma un’altra tendenza ormai evidente: la repressione si concentra in modo particolare sui settori più politicizzati e marginalizzati delle mobilitazioni.

La teoria dei “violenti infiltrati” torna ancora una volta come cornice narrativa utile a separare manifestanti “accettabili” e soggetti da criminalizzare. Ma questa distinzione serve soprattutto a legittimare un dispositivo repressivo sempre più ampio, dentro cui il diritto di manifestare viene progressivamente subordinato alle esigenze dell’ordine pubblico.

Il punto politico è ormai chiaro. Le mobilitazioni per la Palestina hanno aperto un conflitto che investe direttamente il ruolo dell’Italia e dell’Europa nel sostegno politico, economico e militare a Israele. La risposta delle istituzioni non si limita al piano diplomatico o mediatico. Passa anche attraverso polizia, procure, misure cautelari e tecnologie di sorveglianza.

Quello che si sta sperimentando a Milano non riguarda soltanto un corteo o singoli episodi di scontro. Riguarda il modo in cui lo Stato decide di trattare un movimento politico che mette in discussione gli equilibri internazionali, il riarmo e le complicità occidentali con la guerra.

Ed è proprio per questo che la repressione non appare come un effetto collaterale. Ma come parte integrante della risposta politica.

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