Milano, 28 settembre 1962 – giovani anarchici rapiscono il viceconsole della Spagna franchista

Alle 12.15 del 28 settembre 1962, nel centro di Milano, un gruppo di ragazzi poco più che ventenni mette in atto un’azione senza precedenti nell’Italia repubblicana: sequestra Isu Elías, viceconsole della Spagna franchista. Non chiedono denaro e non intendono colpire personalmente il diplomatico. Vogliono impedire che nelle carceri di Franco venga messo a morte Jorge Conill Valls, giovane anarchico catalano arrestato a Barcellona e accusato di una serie di attentati dimostrativi contro il regime.

È quello che viene generalmente considerato il primo sequestro politico dell’Italia repubblicana. Avviene sette anni prima di piazza Fontana e molto prima che parole come rapimento, clandestinità e lotta armata entrino stabilmente nel vocabolario politico italiano. Anche per questo guardare alla vicenda con le categorie degli anni Settanta rischia di impedirne la comprensione: l’azione nasce dentro l’antifascismo militante e la solidarietà internazionale con l’opposizione alla dittatura spagnola e si conclude dopo appena tre giorni senza che all’ostaggio venga fatta violenza.

La Spagna del 1962 è ancora quella uscita dalla vittoria franchista nella guerra civile. Francisco Franco governa da oltre vent’anni, l’opposizione politica è illegale, migliaia di antifascisti vivono in esilio e contro anarchici, comunisti e oppositori continuano a funzionare tribunali speciali, carcere e pena capitale. Nonostante l’integrazione progressiva della Spagna franchista nel blocco occidentale della Guerra fredda, la repressione interna non è terminata.

Proprio in quell’ambiente opera Jorge Conill Valls, studente di chimica e militante della Federación Ibérica de Juventudes Libertarias. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno 1962 a Barcellona vengono collocati ordigni presso luoghi simbolicamente legati al regime, tra cui una sede della Falange e una struttura dell’Opus Dei. Le esplosioni non provocano vittime. Conill e altri giovani anarchici vengono arrestati e sottoposti alla giustizia militare. In Italia arriva la notizia che per Conill incombe una possibile condanna capitale.

Per alcuni giovani libertari milanesi non si tratta della sorte di uno sconosciuto. Amedeo Bertolo, Luigi Gerli e Vittorio De Tassis erano stati poco prima clandestinamente in Spagna, entrando in contatto con gli ambienti della resistenza anarchica e conoscendo personalmente alcuni dei militanti successivamente arrestati. Bertolo aveva attraversato la Spagna in motocicletta trasportando persino un ciclostile destinato all’opposizione clandestina. Quando arriva la notizia del pericolo corso da Conill, le tradizionali proteste diplomatiche appaiono loro insufficienti.

Decidono allora di compiere un gesto capace di obbligare giornali, governo italiano e opinione pubblica internazionale a parlare della repressione franchista.

Il progetto iniziale è sequestrare il console generale spagnolo a Milano. Ma il console, conte di Altea, è in vacanza in Spagna. I giovani ripiegano così sul suo sostituto, Isu Elías, cinquantacinquenne di origine polacca che svolge temporaneamente le funzioni consolari. Il gruppo è composto da militanti anarchici e giovani socialisti: tra i protagonisti dell’azione figurano Amedeo Bertolo, Luigi Gerli, Gianfranco Pedron, Aimone Fornaciari, Alberto Tomiolo, Vittorio De Tassis, Giorgio Bertani e Giambattista Novello-Paglianti.

L’organizzazione ha ben poco della struttura clandestina che l’immaginario successivo assocerà ai sequestri politici.

Per procurarsi l’automobile, Alberto Tomiolo affitta a Verona per 31 mila lire una Giulietta bianca, alla quale viene sostituita temporaneamente la targa. Il piano dovrebbe scattare il 27 settembre, ma i giovani arrivano troppo tardi e trovano il consolato chiuso. Inventano allora un espediente quasi cinematografico. Telefonano a Elías fingendo di parlare a nome del vicesindaco democristiano di Milano, Luigi Meda, e gli comunicano che il politico desidera incontrarlo il giorno successivo per un pranzo di lavoro. Un presunto segretario del vicesindaco passerà a prenderlo.

A mezzogiorno del 28 settembre Vittorio De Tassis si presenta quindi dal diplomatico. Elías sale sull’automobile convinto di essere diretto al ristorante. Alla guida c’è Tomiolo; poco dopo entrano in macchina Gianfranco Pedron e Amedeo Bertolo, armati di pistola, e comunicano al viceconsole che è stato sequestrato.

Comincia così il primo rapimento politico dell’Italia repubblicana.

L’ostaggio viene portato in un rifugio nel Varesotto, nei pressi del confine svizzero. Fin dall’inizio i sequestratori insistono pubblicamente su un punto: Elías non deve subire violenze. L’obiettivo non è punire personalmente il diplomatico ma trasformarlo, proprio in quanto rappresentante ufficiale della dittatura, nello strumento attraverso il quale rendere visibile la sorte degli antifranchisti spagnoli. Ai giornali fanno sapere che «il dottore non corre alcun pericolo».

La notizia esplode sulla stampa.

Per alcuni giorni l’affare Conill, che avrebbe potuto consumarsi quasi nel silenzio di un tribunale militare spagnolo, diventa una questione internazionale. L’antifranchismo italiano si mobilita. Il sequestro provoca inevitabilmente anche un problema diplomatico tra Roma e Madrid, mentre polizia e carabinieri cercano i responsabili.

Ma l’azione non prevede una lunga detenzione dell’ostaggio. Il 1° ottobre, dopo appena tre giorni, Elías viene liberato. Secondo la ricostruzione contenuta molti anni dopo negli atti della Commissione parlamentare sulle stragi, un ruolo particolare nella consegna viene svolto da Nino Puleio, ex comandante partigiano e collaboratore del settimanale ABC, che raggiunge il luogo dove è custodito il diplomatico nel Varesotto, lo prende in consegna e lo accompagna alla Questura di Milano.

Isu Elías torna libero e illeso.

Intanto la mobilitazione contro la possibile esecuzione di Jorge Conill continua ad allargarsi. Anche l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, interviene chiedendo clemenza a Franco. La pena capitale non verrà eseguita e la condanna di Conill sarà trasformata in una lunga pena detentiva. Attribuire esclusivamente al rapimento la decisione del regime sarebbe una semplificazione: agirono pressioni diverse, politiche, diplomatiche e religiose. Ma è indubbio che il sequestro contribuì a trasformare il caso Conill in una questione pubblica internazionale.

In Italia, intanto, vengono individuati e arrestati diversi protagonisti dell’azione. Amedeo Bertolo riesce invece a riparare a Parigi.

Il processo si apre a Varese il 13 novembre 1962 e si trasforma rapidamente in qualcosa di molto diverso da un normale dibattimento per sequestro di persona. Bertolo aveva annunciato che sarebbe tornato in Italia per assumersi le proprie responsabilità insieme agli altri. Riesce addirittura a entrare nel Palazzo di giustizia nonostante la sorveglianza dei carabinieri, fingendosi collaboratore di un avvocato, e compare improvvisamente davanti ai giudici dichiarando la propria identità.

A quel punto sul banco degli imputati non sembra esserci soltanto il gruppo dei giovani sequestratori. Il processo diventa anche un grande atto pubblico di accusa contro la dittatura franchista.

Ed è la sentenza a rendere questa storia ancora più sorprendente.

Il Tribunale riconosce che il sequestro rimane un reato, ma considera le motivazioni degli imputati meritevoli di una valutazione particolare. Secondo la motivazione, quei giovani avevano agito con «giovanile slancio di solidarietà», senza perseguire alcun vantaggio personale e accettando consapevolmente il rischio di una condanna pur di tentare di salvare la vita del loro compagno. L’azione, scrivono sostanzialmente i giudici, rimane penalmente illecita ma merita apprezzamento sul piano morale per il movente che l’ha ispirata. Viene quindi riconosciuta l’attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale.

Le pene sono sorprendentemente basse: sette mesi di reclusione per Bertolo, De Tassis, Pedron, Gerli e Tomiolo; quattro mesi per Fornaciari, con ulteriori pene minori legate soprattutto al possesso delle armi; gli altri imputati ricevono condanne analogamente contenute. Il Tribunale dispone la sospensione delle pene, la non menzione e l’immediata liberazione dei detenuti.

È difficile leggere questa sentenza senza pensare a ciò che accadrà soltanto pochi anni più tardi.

Nel 1962 è ancora possibile che un tribunale italiano, pur condannando penalmente un sequestro, riconosca apertamente il valore morale dell’antifascismo che lo aveva motivato. Il regime di Franco non è considerato una realtà politicamente neutra: è ancora percepito da una parte importante della società italiana attraverso la memoria della guerra civile spagnola, della Resistenza e della comune matrice fascista delle dittature europee.

Eppure quella Milano è già popolata da nomi che ritroveremo nella storia successiva. Amedeo Bertolo diventerà uno dei protagonisti della cultura libertaria italiana e contribuirà all’esperienza del Ponte della Ghisolfa. In quell’ambiente militerà Giuseppe Pinelli. Pietro Valpreda attraverserà anch’egli il movimento anarchico milanese.

Ma sarebbe un errore leggere il sequestro Elías semplicemente come un’anticipazione degli anni di piombo.

Il significato storico dell’episodio sta semmai nella distanza che lo separa da quella stagione. Non c’è un’organizzazione armata strutturata, non esiste una strategia della clandestinità permanente, non viene chiesto un riscatto e non c’è alcuna volontà di uccidere l’ostaggio. L’azione viene concepita come gesto dimostrativo di solidarietà internazionale, destinato a produrre attenzione politica e a concludersi rapidamente. Tre giorni dopo Elías è libero; meno di due mesi dopo i responsabili sono davanti a un tribunale e rivendicano pubblicamente ciò che hanno fatto.

È un’Italia che sembra lontanissima da quella che arriverà alla fine del decennio. Il 12 dicembre 1969, con la bomba di piazza Fontana, Milano entrerà nella strategia della tensione. Giuseppe Pinelli morirà precipitando da una finestra della Questura. Cominceranno depistaggi, trame nere, terrorismo e una progressiva militarizzazione del conflitto politico. Il sequestro Elías, proprio perché incruento e conclusosi senza tragedie, finirà quasi completamente espulso dalla memoria collettiva. Una recente ricostruzione di Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola, ha riportato alla luce questa storia dimenticata attraverso documenti e testimonianze.

Rimane soprattutto la ragione per cui quei ragazzi decisero di rischiare carcere e futuro personale: impedire che un oppositore politico venisse mandato a morte dalla dittatura di Franco.

Il 28 settembre 1962, nel cuore di Milano, otto giovani anarchici e socialisti trasformarono così un diplomatico franchista in ostaggio per tre giorni e la repressione spagnola in una notizia internazionale. Commisero un reato e non lo negarono. Si presentarono davanti ai giudici e ne rivendicarono apertamente il movente.

E il Tribunale li condannò, ma scrisse qualcosa che oggi appare quasi inconcepibile in una sentenza relativa a un sequestro politico: quel gesto rimaneva un reato, ma il motivo che lo aveva ispirato meritava apprezzamento morale.

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