Milano, 23 febbraio 1986: Luca Rossi ucciso da un agente Digos. La “Legge Reale” e la normalizzazione dell’impunità

È una domenica. Luca esce dalla casa di via Varchi poco dopo le 21.30. Con Dario decide di raggiungere l’abitazione di un altro compagno. Per farlo devono prendere il filobus 91, alla fermata tra piazza Lugano e via Bodio.

Non si accorgono di ciò che accade a pochi metri. C’è confusione, una rissa, pestaggi, urla. In strada transita il 90 che copre visivamente parte dei movimenti. I due ragazzi sentono solo alcuni colpi: un paio di spari. Poi Luca crolla a terra.

Secondo le ricostruzioni, la rissa va avanti per oltre un quarto d’ora. L’agente, invece di chiamare rinforzi o gestire la situazione con gli strumenti dell’autorità, perde il controllo. Due persone coinvolte fuggono in auto. A quel punto Pollicino estrae la pistola d’ordinanza, si mette in posizione di tiro e spara ad altezza d’uomo contro un’auto che si sta allontanando.

Uno di quei proiettili attraversa il corpo di Luca. Luca non era un bersaglio.
Ma lo era diventato per una logica: quella della licenza di sparare.

La Legge Reale: la cornice politica della morte “per sbaglio”


Un funerale di massa, una città che non dimentica


La giustizia: una condanna che non ripara

  • 1989, processo di primo grado: Pollicino rinviato a giudizio per omicidio volontario, ma il 7 aprile arriva una condanna a 8 mesi per “omicidio colposo accidentale”.
    Scoppia l’indignazione, manifestazioni e mobilitazioni, raccolta firme perché la Procura Generale impugni la sentenza.
  • Maggio 1989: la Procura Generale ricorre.
  • 1990, processo d’appello: il 27 febbraio l’agente viene condannato a 2 anni per omicidio colposo aggravato.
  • 1991: la Cassazione conferma.

Dal sangue alla memoria: “625”, il libro bianco sulla Legge Reale


Luca Rossi: una morte che parla ancora


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Qui un racconto di chi visse in prima persona la tragica vicenda

Qui un racconto di Umberto Gay che per primo dette la notizia della morte di Luca su Radio Popolare