«Mi hanno portato qui per uccidermi». L’appello disperato del medico palestinese Hussam Abu Safiya dalle carceri israeliane

video link at the Israeli Supreme Court hearing in Jerusalem, June 10, 2026. REUTERS TV via REUTERS

Il pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan è detenuto senza accuse né processo dal dicembre 2024. Il suo avvocato denuncia torture quotidiane, pestaggi, isolamento e l’assenza di cure. Medici per i Diritti Umani e numerose organizzazioni internazionali chiedono un intervento immediato prima che sia troppo tardi.

«Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo di sopravvivere. Questa è la fine.» Sono parole che non dovrebbero mai uscire dalla bocca di un medico, tantomeno di un uomo che fino a pochi mesi fa dedicava la propria vita a salvare quella degli altri. Eppure è questo il disperato appello lanciato da Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, detenuto nelle carceri israeliane dal 27 dicembre 2024 senza accuse, senza processo e senza alcuna prospettiva di giustizia.

Le sue condizioni, denunciate dall’avvocato Nasser Odeh e dall’organizzazione Physicians for Human Rights Israel (PHRI), delineano un quadro che richiama ancora una volta le sistematiche violazioni dei diritti umani documentate nelle prigioni israeliane.

Secondo quanto riferito dal legale, dopo l’udienza del 10 giugno, Abu Safiya è stato trasferito nel carcere di Ganot, dove alcune guardie lo avrebbero aggredito con martelli e manganelli. Successivamente è stato rinchiuso nella struttura sotterranea di Rakefet, dove dal 24 giugno subirebbe pestaggi quotidiani, torture e la totale assenza di cure mediche adeguate.

Quando l’avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, dopo mesi di ostacoli e limitazioni, ha trovato un uomo profondamente diverso da quello che il mondo aveva imparato a conoscere durante il genocidio di Gaza.

Mani e piedi ammanettati. Il volto coperto di ferite. Evidenti lividi attorno agli occhi. Difficoltà a parlare e persino a respirare. Un corpo devastato dalle violenze. Una mente provata da oltre 550 giorni di detenzione.

È in quell’incontro che Abu Safiya ha pronunciato parole che hanno immediatamente fatto il giro del mondo. «Mi hanno portato qui per uccidermi.»

Il medico palestinese è diventato uno dei simboli della resistenza civile di Gaza durante l’offensiva israeliana. Per mesi ha continuato a dirigere il Kamal Adwan Hospital, una delle ultime strutture sanitarie ancora operative nel nord della Striscia, lavorando senza sosta tra bombardamenti, assedio, carenza di medicinali e continui attacchi contro il personale sanitario.

Le immagini che lo ritraevano mentre camminava tra le macerie dell’ospedale distrutto avevano commosso l’opinione pubblica internazionale. L’ultima fotografia da uomo libero lo mostra mentre avanza da solo verso un carro armato israeliano davanti all’ospedale devastato. Pochi minuti dopo sarebbe stato arrestato.

Quel 27 dicembre 2024 l’esercito israeliano fece irruzione nel Kamal Adwan, incendiò reparti ospedalieri, evacuò con la forza pazienti e personale sanitario e arrestò decine di medici e infermieri. Da allora di Abu Safiya si sono avute solo notizie frammentarie, filtrate attraverso gli avvocati e poche organizzazioni umanitarie.

Le autorità israeliane continuano a trattenerlo ricorrendo alla detenzione amministrativa, uno strumento che consente di incarcerare una persona senza formulare accuse e senza celebrare un processo, sulla base di presunte prove segrete che né il detenuto né i suoi legali possono conoscere o contestare.

Pochi giorni fa la magistratura israeliana ha deciso di prorogare la sua detenzione per un altro anno. La motivazione ufficiale è la necessità di raccogliere ulteriori elementi su presunte “attività terroristiche”. Prove che, dopo oltre un anno e mezzo, continuano a non essere presentate.

Secondo il medico palestinese Muhannad Abu Hilal, dei Sanitari per Gaza e del Coordinamento Palestina di Brescia, Abu Safiya rappresenta soltanto uno dei tanti casi di operatori sanitari finiti nel sistema carcerario israeliano.

«Oltre a lui ci sono almeno 14 medici palestinesi e circa 100 operatori sanitari detenuti nelle carceri israeliane», ha spiegato ai microfoni di Radio Onda d’Urto.

La Croce Rossa Internazionale ha chiesto di poter visitare con urgenza Abu Safiya e un altro medico detenuto, Marwan al-Hams, ma le autorità israeliane non hanno ancora autorizzato l’accesso.

Anche Physicians for Human Rights Israel, organizzazione israeliana che da anni documenta le violazioni dei diritti dei detenuti palestinesi, ha lanciato un appello urgente chiedendo il trasferimento immediato del pediatra in una struttura idonea, una visita medica indipendente e il suo rilascio.

L’organizzazione ricorda che almeno 104 detenuti palestinesi sono morti nelle carceri israeliane dall’ottobre 2023, un dato che rende ancora più allarmante la situazione di Abu Safiya.

Non si tratta di un caso isolato. Le testimonianze raccolte negli ultimi mesi parlano di torture sistematiche, privazione del sonno, pestaggi, isolamento prolungato, negazione delle cure mediche, malnutrizione e umiliazioni continue.

Pratiche denunciate anche da organizzazioni israeliane per i diritti umani e da numerosi organismi delle Nazioni Unite.

Il caso di Hussam Abu Safiya assume però un valore simbolico particolare. Non è soltanto un detenuto. È un medico che ha scelto di restare accanto ai propri pazienti mentre gli ospedali di Gaza venivano bombardati uno dopo l’altro. È uno degli ultimi pediatri rimasti nel nord della Striscia durante i mesi più duri dell’offensiva israeliana. È un uomo che curava bambini e che oggi rischia di morire in una cella, senza processo e senza che il mondo riesca a impedirlo.

Il silenzio della comunità internazionale rende questa vicenda ancora più grave. Le richieste delle Nazioni Unite, della Croce Rossa, delle organizzazioni umanitarie e dei medici israeliani continuano a rimanere senza risposta.

Nel frattempo il tempo scorre. E le parole pronunciate da Hussam Abu Safiya al suo avvocato suonano oggi come un drammatico atto d’accusa rivolto non soltanto ai suoi carcerieri, ma anche a chi continua a osservare senza intervenire.

Per questo Physicians for Human Rights Israel, insieme all’avvocato Nasser Odeh, chiede un intervento immediato: il trasferimento del medico in una struttura sicura, una visita medica indipendente e il suo rilascio. Prima che il suo appello si trasformi nell’ennesima morte annunciata nelle carceri israeliane.


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