Roma, insieme a Berlino, ha impedito la sospensione dell’accordo Ue-Israele nonostante Gaza distrutta, la Cisgiordania occupata e i nuovi attacchi in Libano. Il governo italiano sceglie ancora una volta la copertura politica dell’impunità israeliana
Il governo Meloni ha compiuto l’ennesimo atto di complicità politica con Israele. Nel Consiglio dell’Unione europea dedicato ai rapporti con Tel Aviv, l’Italia si è schierata insieme alla Germania per impedire l’attivazione dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione Ue-Israele, la clausola che lega la cooperazione economica e politica al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.
In altre parole: mentre Gaza viene rasa al suolo, mentre in Cisgiordania proseguono colonizzazione, uccisioni e pulizia etnica strisciante, mentre il Libano subisce nuovi bombardamenti, Roma ha scelto di proteggere Netanyahu.
La riunione dei ministri degli Esteri europei a Lussemburgo si è conclusa con un nulla di fatto. Nessuna sospensione dell’accordo, nessun blocco commerciale, nessuna decisione concreta. Lo ha ammesso la stessa responsabile della politica estera Ue, Kaja Kallas: non c’è stato il sostegno degli Stati membri. Tradotto: il veto di governi come quello italiano e tedesco ha impedito qualunque passo avanti.
È una scelta gravissima sul piano politico e morale. L’articolo 2 non è una norma simbolica. È il fondamento giuridico che permette all’Unione europea di sospendere privilegi e cooperazione verso Stati che violano sistematicamente i diritti umani. Se non viene attivato davanti a decine di migliaia di morti palestinesi, alla distruzione deliberata delle infrastrutture civili, alla fame usata come arma, alle deportazioni e alla violenza coloniale, allora significa che quel principio vale solo contro i nemici geopolitici dell’Europa e mai contro i suoi alleati.
Il doppio standard è ormai totale. Da una parte sanzioni rapide contro governi ostili agli interessi occidentali. Dall’altra tolleranza assoluta verso Israele, nonostante le accuse di genocidio pendenti davanti alla Corte internazionale di giustizia e il mandato di arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu e altri dirigenti israeliani.
L’Italia, in questo quadro, non è un soggetto passivo. È un attore attivo del blocco. Antonio Tajani ha rivendicato la sintonia con Berlino, definendo di fatto inopportuna la sospensione totale o parziale dell’accordo con Israele. Roma ha detto due no netti: no allo stop complessivo del partenariato, no alla revoca delle sole clausole commerciali. Unica apertura marginale, e rinviata, quella verso eventuali sanzioni individuali contro alcuni coloni violenti.
Una foglia di fico diplomatica. Ancora più ipocrita appare la posizione italiana se confrontata con la propaganda dei giorni scorsi. Il governo Meloni aveva annunciato lo stop al rinnovo automatico del memorandum bilaterale sulla difesa con Israele, cercando di accreditarsi come critico verso Tel Aviv. Ma in Europa, quando contava davvero, ha votato per lasciare tutto invariato.
È il solito schema: dichiarazioni per l’opinione pubblica, fedeltà politica nei tavoli decisivi. Il punto è ormai evidente. Il governo italiano vuole mantenere aperti i rapporti strategici, economici e militari con Israele anche nel pieno della catastrofe palestinese. E per farlo usa argomenti sempre più fragili. Tajani sostiene che sospendere l’accordo danneggerebbe la popolazione civile israeliana, che non coincide con il governo. Un ragionamento capovolto: come se la priorità, davanti a un genocidio, fosse tutelare la sensibilità economica dello Stato aggressore.
Nel frattempo a Gaza si continua a morire sotto le bombe, per fame, per assenza di cure. In Cisgiordania i coloni armati, protetti dall’esercito, attaccano villaggi, incendiano case, uccidono civili. In Libano i raid israeliani moltiplicano il rischio di guerra regionale. Ma per Roma non è ancora abbastanza.
C’è un elemento storico che pesa su questa scelta europea. Una parte delle classi dirigenti del continente continua a scaricare sulla popolazione palestinese il senso di colpa per i crimini commessi in Europa contro gli ebrei dal nazismo e dal fascismo. Invece di fare i conti con la propria storia, si garantisce impunità a uno Stato che pratica occupazione, apartheid e guerra permanente.
È una delle pagine più nere dell’Europa contemporanea. Non a caso cresce la distanza tra governi e società civili. Oltre sessanta organizzazioni umanitarie avevano chiesto ai ministri europei di agire contro Israele. Oxfam è stata chiarissima: se gli Stati non esercitano pressione concreta, diventano complici di Tel Aviv. È difficile darle torto.
La verità è che oggi Meloni e Merz rappresentano il fronte della paralisi morale europea. Difendono l’immobilismo mentre i fatti chiederebbero rottura, sanzioni, embargo militare, isolamento politico del governo Netanyahu.
Ma ogni veto ha un prezzo. E il prezzo, ancora una volta, lo pagano i palestinesi. Per questo fermare la complicità non è uno slogan. È una necessità politica urgente. Perché chi protegge l’impunità di Israele non è spettatore neutrale: è parte del problema.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti
sul canale telegram e canale WhatsApp


