Francesco Noto, per tutti Ciccio, attivista calabrese, è stato condannato con decreto penale a 2.000 euro di multa per vilipendio al Presidente del Consiglio. Il “reato”? Aver proiettato con un fascio di luce, sulla facciata dell’ex Palazzo di Governo di Cosenza (oggi sede della Provincia), una frase di due sole parole: “Meloni evapora”, riferita a Giorgia Meloni.
Non un insulto, non una minaccia, non una volgarità. Nessuna imbrattatura, nessun danno materiale. Una scritta evanescente, letteralmente destinata a scomparire da sola, come la parola che conteneva. Eppure tanto è bastato per trasformare un gesto di critica politica – per di più poetica, simbolica – in una fattispecie penale.
Siamo davanti a un fatto grave, perché mostra con chiarezza come l’articolo 21 della Costituzione, pur formalmente intatto, venga svuotato dall’uso estensivo di norme come il vilipendio (art. 290 c.p.), residui di una concezione maestatica del potere che mal si concilia con una democrazia matura. Scrivere – o meglio, proiettare con la luce – “Meloni evapora” non è odio: è dissenso. È linguaggio politico. È metafora. È persino, volendo, letteratura.
La sproporzione della reazione colpisce ancora di più se messa a confronto con l’assoluta tolleranza mostrata verso ben altri comportamenti. Lo stesso partito della Presidente del Consiglio ha una sua organizzazione giovanile sorpresa da un’inchiesta giornalistica mentre inneggia apertamente al fascismo, con cori come “Duce, Duce” e “Sieg Heil”. Lì nessuna lesa maestà, nessuna indignazione istituzionale paragonabile. Qui invece si colpisce un attivista per una frase che, al massimo, invita simbolicamente il potere a farsi da parte.
Basta un minimo di memoria storica per capire quanto questa sensibilità sia nuova – e inquietante. Andreotti veniva chiamato “gobbo mefistofelico”, Cossiga veniva raffigurato con le doppie S delle SS, Fanfani come “nano malefico”. La Democrazia Cristiana non invocava il codice penale a ogni satira. Il Partito Comunista non si dichiarava vilipeso quando veniva accusato di “mangiare i bambini”. Era chiaro, allora, che il dissenso – soprattutto giovanile – fosse parte fisiologica della vita democratica.
Oggi no. Oggi una scritta che svanisce viene trattata come un attentato all’ordine costituito. Oggi la critica viene confusa con l’odio, la satira con il reato, la parola con la violenza. È un segnale politico preciso: non tanto punire Ciccio Noto, quanto intimidire chiunque altro.
E poi, diciamolo chiaramente: “evapora” non significa distruggere, né augurare del male. Significa svanire, dissolversi, magari riapparire altrove. È una parola che appartiene più al mondo delle fiabe che a quello dell’ingiuria. In una bella storia di Tolkien, evapora chi deve lasciare spazio a qualcos’altro. Non c’è nulla di criminale in questo.
La condanna di Ciccio Noto non tutela la democrazia: la impoverisce. Non difende le istituzioni: le rende fragili, nervose, incapaci di reggere una frase di luce su un muro.
E quando il potere comincia a temere le parole che svaniscono da sole, il problema non è chi le pronuncia, ma quanto quel potere si senta già in difetto di legittimità.
Chi volesse sostenere Ciccio Noto e contribuire a coprire i costi della difesa può farlo qui:
👉 https://buonacausa.org/cause/meloni-evapora
Non è solo una questione personale. Sostenere questa causa significa difendere il diritto di tutte e tutti a criticare il potere senza finire sotto processo, a usare il linguaggio politico, simbolico, poetico senza il timore di una sanzione penale.
Perché oggi è “Meloni evapora”.
Domani potrebbe essere qualunque altra parola.
E quando anche le parole che svaniscono diventano reato, restare in silenzio non è prudenza: è resa.
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