Cinquantaquattro attivisti indagati, decine di sanzioni e migliaia di euro di multe per le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Nel mirino blocchi ferroviari, occupazioni universitarie, presidi e manifestazioni. Un salto di qualità repressivo che colpisce studenti, lavoratori, sindacalisti e rappresentanti istituzionali
A Pisa è in corso quella che molti osservatori definiscono una delle più vaste operazioni repressive contro un movimento sociale degli ultimi decenni. Una maxi-indagine che coinvolge 54 persone, oltre 140 capi di imputazione e decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro sta colpendo attivisti, studenti, lavoratori, sindacalisti e rappresentanti politici che negli ultimi mesi hanno animato le mobilitazioni contro il genocidio del popolo palestinese e contro la guerra.
La notizia è stata resa pubblica nel corso di una conferenza stampa convocata sotto il Comune di Pisa da numerose realtà cittadine: Studentə per la Palestina, Movimento No Base, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, Rete dei Comunisti, USB, CUB Pisa, Palestra Popolare La Fontina, eXploit!, Una Città in Comune e Rifondazione Comunista. Tutte denunciano un’operazione che per dimensioni e caratteristiche appare senza precedenti nella storia recente della città.
L’aspetto più significativo non riguarda soltanto il numero delle persone coinvolte, ma la natura stessa dell’inchiesta. La Procura ha infatti accorpato episodi diversi, avvenuti in momenti differenti e con protagonisti differenti, dentro un unico grande procedimento. Sotto accusa finiscono il blocco dei binari ferroviari durante le giornate di mobilitazione per la Palestina, l’occupazione del rettorato dell’Università di Pisa, l’interruzione di lezioni universitarie per discutere del genocidio a Gaza, i blocchi stradali e autostradali dello sciopero del 3 ottobre, le manifestazioni davanti alle sedi accademiche e le iniziative contro il transito di materiale bellico.
Particolarmente colpita è l’iniziativa del 12 marzo scorso alla stazione di Pisa, quando centinaia di persone bloccarono un convoglio ferroviario ritenuto coinvolto nel trasporto di materiale militare. Un’azione che ebbe grande risonanza nazionale e internazionale e che ora viene utilizzata come uno degli elementi principali della stretta repressiva. Oltre alle denunce stanno infatti arrivando numerose sanzioni amministrative previste dal nuovo decreto sicurezza.
Tra gli indagati non figurano soltanto militanti politici. L’elenco racconta piuttosto la composizione sociale di un movimento ampio e radicato: studenti, ricercatori e docenti delle università pisane, lavoratrici della sanità e dei servizi, sindacalisti, pensionati, abitanti dei quartieri popolari, attivisti dei movimenti e persino rappresentanti istituzionali. Tra loro anche Ciccio Auletta, storico esponente dei movimenti cittadini ed ex consigliere comunale.
Proprio questo elemento viene indicato dalle organizzazioni coinvolte come uno degli aspetti più inquietanti dell’operazione. Non si colpiscono singoli episodi specifici, ma un intero ciclo di mobilitazioni che negli ultimi due anni ha costruito consenso attorno alla causa palestinese e ha ottenuto anche risultati concreti. Tra questi, la decisione dell’Università di Pisa di interrompere gli accordi quadro con due università israeliane, risultato raggiunto dopo una lunga campagna di pressione e iniziative pubbliche.
La vicenda si inserisce in un contesto più generale di irrigidimento repressivo. Negli ultimi mesi il movimento di solidarietà con la Palestina è stato colpito in numerose città italiane da fogli di via, denunce, misure cautelari, procedimenti giudiziari e sanzioni economiche. Pisa rappresenta però un salto di qualità per dimensioni e impostazione. Qui non si procede contro una singola manifestazione o un episodio circoscritto, ma si tenta di ricostruire e criminalizzare un intero movimento sociale attraverso una lettura unitaria di decine di iniziative differenti.
Sul piano politico emerge una contraddizione sempre più evidente. Mentre la Corte Internazionale di Giustizia, le Nazioni Unite e numerose organizzazioni umanitarie denunciano le violazioni del diritto internazionale compiute da Israele a Gaza, in Italia la macchina repressiva si concentra su chi manifesta contro il genocidio, contro il riarmo e contro la complicità delle istituzioni occidentali.
Le organizzazioni coinvolte parlano apertamente di un tentativo di intimidazione. L’obiettivo sarebbe quello di selezionare alcuni attivisti, isolarli dal resto del movimento e trasmettere un messaggio preciso: protestare può diventare troppo costoso sul piano economico e giudiziario. Una strategia che si inserisce perfettamente nel quadro delineato dai recenti decreti sicurezza, che hanno trasformato il dissenso sociale in una questione di ordine pubblico e ampliato gli strumenti repressivi a disposizione delle autorità.
La risposta annunciata dalle realtà colpite va però nella direzione opposta. Nessuna retromarcia, nessuna riduzione delle mobilitazioni. Al contrario, l’appello lanciato da Pisa è quello di rafforzare la solidarietà, estendere le reti di sostegno e continuare a costruire iniziative contro la guerra, contro la militarizzazione dei territori e contro il sostegno politico ed economico al genocidio in Palestina.
Perché la posta in gioco, sostengono gli attivisti, non riguarda soltanto le decine di persone finite sotto inchiesta. Riguarda la possibilità stessa di esercitare il diritto di protesta, di bloccare la logistica della guerra, di contestare le scelte dei governi e di costruire movimenti capaci di incidere sulla realtà. È questo il vero terreno dello scontro aperto a Pisa.
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2 Comments on “Maxi-indagine contro la Pisa solidale con Gaza”
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