Rachid Nachat fu ucciso nel 2023 da un colpo sparato alla schiena durante un’operazione antidroga. Ora nel processo emerge una chat tra carabinieri chiamata “Mao Hunting”: «Sterminiamoli tutti», «ci vorrebbe il napalm». Per la famiglia non sono battute, ma il contesto nel quale maturò la morte.
Quando l’11 febbraio 2023 raccontammo la morte di un uomo nei boschi di Castelveccana, nel Varesotto, le informazioni disponibili erano ancora poche. Un carabiniere era indagato per omicidio dopo avere sparato durante quella che veniva presentata come un’operazione antidroga. Il militare aveva sostenuto di essersi trovato di fronte a una persona armata. Il corpo della vittima era precipitato in un canalone per oltre cento metri.
Quell’uomo aveva un nome: Rachid Nachat, cittadino marocchino. E tre anni e mezzo dopo quella prima cronaca il quadro che sta emergendo dal procedimento giudiziario è radicalmente diverso.
A processo davanti al gup del Tribunale di Varese Marcello Buffa ci sono due carabinieri. L’ex maresciallo che sparò risponde dell’accusa di omicidio volontario e falso; un suo superiore è accusato di falso, favoreggiamento e depistaggio. Secondo l’accusa, quest’ultimo avrebbe contribuito a ostacolare le indagini, anche spostando alcuni bossoli dalla scena e ritardando la comunicazione dell’accaduto alla Procura.
Ma a rendere ancora più inquietante la vicenda è ciò che emerge dalle comunicazioni fra alcuni militari impegnati nelle operazioni antidroga nei boschi del Varesotto.
Una chat WhatsApp acquisita agli atti dell’inchiesta aveva un nome che non ha bisogno di molte interpretazioni: “Mao Hunting”. “Caccia al Mao”, espressione utilizzata, secondo le ricostruzioni giornalistiche e la parte civile, per riferirsi agli spacciatori stranieri e in particolare nordafricani.
Secondo quanto riferito dall’avvocato Marco Romagnoli, che assiste insieme all’avvocata Debora Piazza i familiari di Rachid, nella conversazione comparirebbero messaggi come «spariamogli nel c…», «sterminiamoli tutti» e «ci vorrebbe il napalm».
Non siamo di fronte a frasi recuperate da una chat di estremisti razzisti qualsiasi. Sono parole attribuite a uomini appartenenti all’istituzione alla quale lo Stato affida armi e potere coercitivo.
Ed è precisamente questo che rende difficile liquidare tutto come “goliardia”.
La difesa dell’ex carabiniere sostiene infatti che la chat fosse utilizzata dai militari per coordinare gli interventi antidroga nei boschi e che, all’interno di centinaia di messaggi operativi, potesse comparire qualche battuta. Il legale Lucio Lucia ha contestato duramente l’interpretazione della parte civile, sostenendo inoltre che quelle conversazioni non sarebbero pertinenti rispetto all’accertamento dell’omicidio.
Sarà il processo a stabilirne l’effettivo rilievo probatorio.
Ma esiste una questione che precede persino quella penale. Una chat di appartenenti alle forze dell’ordine denominata “Mao Hunting”, nella quale circolano frasi sullo sterminio e sullo sparare alle persone che quelle stesse forze dell’ordine devono controllare, non diventa politicamente e istituzionalmente irrilevante soltanto perché qualcuno la definisce una battuta.
Perché la notte del 10 febbraio 2023 qualcuno ha sparato davvero. Rachid Nachat venne raggiunto alla schiena, a distanza ravvicinata, da un proiettile di gomma calibro 12 sparato da un fucile Winchester a pompa. L’arma, secondo quanto ricostruito nel procedimento, non era quella d’ordinanza: era un fucile da caccia privato portato dall’allora maresciallo durante il servizio antidroga.
Ed è qui che le parole della chat smettono inevitabilmente di poter essere osservate come un fenomeno isolato. L’avvocato Romagnoli ha sostenuto che alcuni carabinieri sarebbero andati nei boschi «a caccia di marocchini» portandosi da casa fucili da caccia e che questo modo di operare sarebbe stato conosciuto anche lungo la linea gerarchica. È una ricostruzione della parte civile che dovrà essere verificata nel processo, ma pone interrogativi enormi: chi sapeva? Quali controlli esistevano sulle armi portate durante quelle operazioni? Era tollerato l’utilizzo di armamento privato? Quanto era diffuso questo modo di concepire gli interventi nei cosiddetti “boschi dello spaccio”?
Non sono domande secondarie. Perché Rachid è morto precisamente in quel contesto.
La difesa prova invece a spostare il cuore della vicenda sulla cartuccia. Il consulente balistico Ruggero Pettinelli ha sostenuto che il munizionamento “less than lethal” utilizzato quella sera presentasse anomalie costruttive tali da poter sviluppare una velocità quasi doppia rispetto a quella prevedibile. Secondo questa tesi, chi sparò non avrebbe potuto prevedere l’effetto letale del proiettile.
Ma la parte civile pone una questione molto più elementare: prima ancora delle caratteristiche tecniche della cartuccia, qualcuno ha deciso di caricarla in un fucile da caccia ad alto potenziale, portare quell’arma durante un’operazione e sparare contro un uomo.
E quell’uomo è stato colpito alla schiena. È su questo terreno che la chat “Mao Hunting” assume un significato che va ben oltre il cattivo gusto delle parole utilizzate.
Il problema non è stabilire automaticamente un rapporto causale tra un messaggio WhatsApp e un omicidio. Sarebbe una scorciatoia e non è necessario percorrerla. Il problema è comprendere la cultura operativa dentro la quale determinate pratiche possono diventare pensabili, accettabili e infine normali.
Le parole non sparano. Ma possono raccontare il modo in cui viene guardata la persona contro la quale qualcuno, successivamente, spara.
Chiamare un servizio antidroga “caccia”, trasformare persone in una categoria etnica da braccare, fantasticare sullo “sterminio” o sul napalm significa costruire una rappresentazione del soggetto controllato non più come persona titolare di diritti, e neppure semplicemente come sospettato di un reato, ma come nemico.
È la logica della guerra applicata all’ordine pubblico. E quando chi dispone legittimamente della forza comincia a percepirsi come un cacciatore, la persona sottoposta al controllo rischia di smettere di essere un cittadino – o semplicemente un essere umano – per trasformarsi nella preda.
C’è poi un secondo aspetto della vicenda che rende il quadro ancora più grave: l’accusa di depistaggio. Secondo la Procura, infatti, dopo la morte di Rachid un superiore del militare che aveva sparato avrebbe contribuito a ostacolare l’accertamento dei fatti. L’accusa sostiene che alcuni bossoli sarebbero stati spostati e che la comunicazione alla magistratura sarebbe stata ritardata per favorire il collega.
Anche queste sono contestazioni che dovranno essere provate e sulle quali vale la presunzione di innocenza. Ma il loro significato istituzionale è evidente. Se l’ipotesi accusatoria venisse confermata, non saremmo davanti soltanto alla responsabilità individuale di chi ha premuto il grilletto, ma a un comportamento successivo diretto a proteggere chi aveva sparato.
È esattamente qui che la comoda teoria della “mela marcia” mostra tutti i suoi limiti.
Una mela marcia è un individuo che viola isolatamente le regole di un’istituzione che reagisce immediatamente per accertarne le responsabilità. Il quadro che viene prospettato dall’accusa e dalla parte civile nel caso Nachat è diverso: un militare che porta con sé un fucile privato durante un’operazione antidroga; un uomo colpito mortalmente alla schiena; una chat condivisa fra appartenenti all’Arma chiamata “Mao Hunting”; frasi sullo sparare e sullo sterminare; l’affermazione della parte civile secondo cui certe modalità operative sarebbero state conosciute gerarchicamente; infine un altro militare accusato di avere contribuito a depistare le indagini.
Non significa che ogni elemento sia già provato. Significa esattamente il contrario: sono elementi talmente gravi da esigere un accertamento che non si fermi alla responsabilità del singolo che ha sparato.
E invece colpisce un’altra circostanza denunciata dalla parte civile. Il Ministero della Difesa non si è costituito parte civile nel procedimento, nonostante nell’avviso di conclusione delle indagini fossero stati indicati come persone offese tre ministeri – Difesa, Interno e Giustizia – e nonostante un eventuale accertamento delle condotte contestate rappresenterebbe un danno enorme proprio per le istituzioni dello Stato.
Romagnoli ha parlato di un’«onta indelebile» sull’Arma e sul ministero.
È un punto politico fondamentale. La credibilità di un corpo di polizia non si difende minimizzando ciò che avviene al suo interno. Non la si difende chiamando “goliardia” linguaggi che evocano una caccia su base etnica. Non la si difende rifugiandosi automaticamente dietro la retorica dei pochi individui infedeli.
La si difenderebbe facendo esattamente il contrario: pretendendo che ogni responsabilità venga accertata, che ogni catena gerarchica venga verificata, che pratiche e culture operative incompatibili con una forza di polizia democratica vengano portate alla luce.
La vicenda di Rachid Nachat racconta inoltre qualcosa che conosciamo da tempo: la marginalità sociale facilita la costruzione della vittima sacrificabile.
Nel febbraio 2023 le prime cronache parlavano soprattutto di un’operazione antidroga, di boschi occupati dagli spacciatori, di un uomo nordafricano e della convinzione del carabiniere di trovarsi davanti a qualcuno armato. Il fratello Mourad contestò fin dall’inizio anche la rappresentazione di Rachid come pusher.
Oggi sappiamo almeno una cosa in più: il contesto nel quale quelle operazioni venivano condotte merita di essere sottoposto a un controllo molto più profondo di quanto apparisse allora.
Perché il linguaggio conta soprattutto quando è il linguaggio di chi possiede un’arma.
«Mao Hunting» non è soltanto il nome disgustoso di una chat. È una finestra aperta su una possibile cultura del nemico all’interno di un pezzo dell’apparato di sicurezza. Se davvero, come sostiene la parte civile, quelle espressioni accompagnavano pratiche condivise e conosciute lungo la catena gerarchica, il processo per la morte di Rachid non può riguardare soltanto il gesto di un singolo maresciallo.
Deve interrogare il contesto che quel gesto ha reso possibile. Il 10 febbraio 2023 Rachid Nachat è entrato in un bosco e non ne è uscito vivo. Un carabiniere gli ha sparato alla schiena con un fucile da caccia privato caricato con proiettili di gomma. Oggi quell’ex militare è accusato di omicidio volontario. Un suo superiore deve rispondere, tra le altre contestazioni, di favoreggiamento e depistaggio.
E adesso sappiamo che tra appartenenti all’Arma esisteva anche una chat chiamata “Mao Hunting”.
La difesa la chiama goliardia. Ma quando la “caccia” evocata nelle parole coincide con persone reali, quando quelle persone vengono definite attraverso la loro origine etnica, quando chi scrive dispone delle armi dello Stato e quando uno di quegli uomini finisce davvero ucciso da un colpo sparato alla schiena, liquidare tutto come una battuta non basta più.
Occorre sapere chi partecipava a quella chat, chi ne conosceva l’esistenza, quanto fossero diffuse quelle espressioni e soprattutto se dietro quelle parole esistessero pratiche operative tollerate o condivise.
Perché il processo deve stabilire chi ha ucciso Rachid Nachat e con quali responsabilità penali.
Ma c’è una domanda alla quale dovrebbe rispondere anche l’Arma dei carabinieri: che cosa significa se uomini incaricati dallo Stato di far rispettare la legge chiamano il proprio lavoro “caccia al marocchino”?
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp


