Mantova, attiviste fermate al bar: il dissenso trattato come sospetto permanente

Durante Food&Science la Digos interviene contro attiviste antispeciste di “No Food – No Science” mentre fanno colazione. Non un blocco, non un’azione, ma controllo preventivo e intimidazione politica

A Mantova il controllo del dissenso ha superato un’altra soglia. Alcune attiviste del collettivo antispecista No Food – No Science, presenti in città per contestare l’evento Food&Science, sono state fermate e perquisite mentre si trovavano sedute in un bar di piazza Sordello, durante una pausa, impegnate in attività del tutto ordinarie: bere un caffè, fare colazione, stare nello spazio pubblico.

Non stavano bloccando una strada. Non stavano occupando un edificio. Non stavano compiendo alcuna azione diretta. Erano semplicemente presenti in città, dopo aver annunciato iniziative di contestazione nei confronti di un evento che, secondo il collettivo, rappresenta e legittima il sistema agroindustriale, la zootecnia intensiva e gli interessi economici che ruotano attorno allo sfruttamento animale e alla crisi climatica.

Proprio questo rende l’episodio particolarmente grave. Qui non siamo davanti alla gestione di una protesta in corso. Siamo davanti al controllo preventivo di chi potrebbe protestare. Non viene colpito un comportamento specifico, ma una soggettività politica. Non si interviene su un fatto, ma su una presenza.

Secondo quanto denunciato dalle attiviste, agenti della Digos avrebbero tentato di procedere a un prelievo mentre si trovavano nel bar. Le persone coinvolte affermano di non essere destinatarie di fogli di via, divieti o altri provvedimenti che potessero giustificare un intervento di questo tipo. Eppure sarebbero state circondate, monitorate, riprese nei movimenti, identificate e sottoposte a pressione.

Il dato politico è evidente. La protesta antispecista contro Food&Science era stata annunciata e preavvisata nei giorni precedenti. La Questura aveva già disposto lo spostamento delle iniziative in zone meno centrali della città, riducendone la visibilità pubblica. Ma evidentemente non è bastato. Il controllo si è spostato direttamente sulle persone, sui loro spostamenti, sulla loro semplice presenza nello spazio urbano.

È questo il punto più inquietante. La repressione non interviene più solo quando una manifestazione attraversa una piazza o blocca un accesso. Interviene prima, durante, attorno. Segue i corpi, li isola, li identifica, li rende sorvegliabili. Il diritto di manifestare viene svuotato non solo attraverso divieti espliciti, ma attraverso un insieme di pratiche di pressione che rendono ogni iniziativa più difficile, più rischiosa, più esposta.

Nel caso di Mantova, questa dinamica assume un significato ancora più chiaro perché riguarda una contestazione rivolta a un evento sostenuto da interessi economici forti, legati al mondo agricolo, alla zootecnia e alla narrazione industriale del cibo. Le attiviste contestano un modello produttivo che ha ricadute ambientali, sociali ed etiche enormi: allevamenti intensivi, sfruttamento animale, emissioni, consumo di suolo, filiere agroindustriali, crisi climatica.

La risposta istituzionale, invece di garantire il diritto di critica e di contestazione, sembra orientata a proteggere la cornice dell’evento da ogni disturbo politico. È una scelta precisa: rendere invisibile il conflitto, allontanarlo dal centro, impedire che la critica possa incontrare il pubblico, trasformare chi dissente in un problema di sicurezza.

Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio. Negli ultimi mesi, in tutta Italia, si moltiplicano fermi preventivi, identificazioni, fogli di via, sanzioni amministrative, sorveglianza speciale, controlli mirati contro attivisti e attiviste. Il dissenso viene sempre più spesso trattato come una minaccia da anticipare, non come una libertà da garantire.

A Mantova questa logica si vede con particolare nettezza: se alcune persone vengono fermate mentre sono sedute al bar, il problema non è più la gestione dell’ordine pubblico durante una manifestazione. Il problema è la costruzione di un controllo politico preventivo su chiunque venga considerato scomodo.

Il messaggio è chiaro: chi contesta gli interessi economici dominanti, chi denuncia la violenza degli allevamenti intensivi, chi collega crisi climatica, sfruttamento animale e responsabilità istituzionali, deve sapere di poter essere seguito, filmato, fermato e intimidito anche fuori dal momento della protesta.

Questa non è sicurezza. È restringimento dello spazio pubblico. È riduzione del diritto di manifestare a concessione condizionata. È trasformazione della presenza politica in sospetto.

E proprio per questo l’episodio di Mantova va denunciato con forza. Perché quando il controllo preventivo arriva fino al tavolino di un bar, non siamo davanti a un eccesso occasionale. Siamo davanti a un metodo.

Radio Onda d’Urto ha chiesto cosa è successo ad Aldo, attivista di No Food No Science. Ascolta o scarica

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