Dopo settimane di retorica sicuritaria e privatizzazione del lido, la violenza arriva proprio tra gli adulti della “buona società”.
Per settimane il dibattito pubblico è stato monopolizzato da un’unica parola: “maranza”. Un’etichetta trasformata in categoria politica e mediatica, utilizzata per evocare paura, giustificare controlli sempre più invasivi e legittimare la progressiva privatizzazione degli spazi pubblici.
A Mandello del Lario, sul lago di Como, questa narrazione ha trovato una delle sue espressioni più evidenti. L’amministrazione comunale ha infatti deciso di affidare la gestione del lido e della spiaggia a soggetti privati, introducendo controlli all’ingresso e motivando la scelta con la necessità di garantire maggiore sicurezza e contrastare il presunto fenomeno dei cosiddetti “maranza”.
Una decisione che, secondo Potere al Popolo Lecco, rappresenta l’ennesimo esempio di come il tema della sicurezza venga piegato a logiche di esclusione sociale e privatizzazione dei beni comuni.
Ma la realtà, ancora una volta, ha avuto la cattiva abitudine di smentire la propaganda.
La rissa che manda in frantumi il racconto sicuritario
Nei giorni scorsi alcuni video, rilanciati dalla pagina social Welcome to Favelas, hanno mostrato una violenta rissa scoppiata proprio all’interno del lido “messo in sicurezza”. Sedie e sdraio utilizzate come armi, spintoni, pugni e scene di caos davanti ai bagnanti.
Il particolare che rende la vicenda politicamente significativa è che i protagonisti non erano affatto quei giovani continuamente indicati come il problema. Nessuna “baby gang”, nessun gruppo di ragazzi provenienti dalle periferie, nessun “maranza” additato come simbolo del degrado urbano. A scontrarsi erano persone adulte, appartenenti a quella fascia sociale che difficilmente finisce nel mirino delle campagne mediatiche sulla sicurezza.
Eppure, di fronte a questi fatti, il linguaggio cambia improvvisamente. L’episodio viene definito un semplice caso isolato. I responsabili sarebbero stati immediatamente allontanati e la vicenda archiviata come una spiacevole eccezione.
Lo stesso trattamento non viene quasi mai riservato quando protagonisti sono giovani razzializzati o ragazzi provenienti dai quartieri popolari. In quei casi il singolo episodio diventa automaticamente il sintomo di un’emergenza sociale, il pretesto per invocare nuove misure repressive, ordinanze restrittive e controlli preventivi.
È il classico doppio standard che caratterizza gran parte del discorso pubblico sulla sicurezza.
La sicurezza come selezione sociale
Nel comunicato diffuso in queste ore, Potere al Popolo Lecco parla apertamente di “capolavoro dell’ipocrisia liberale e sicuritaria”.
Secondo il movimento, il problema non è mai stato la sicurezza in sé, bensì l’utilizzo politico della sicurezza per ridefinire chi abbia diritto ad accedere agli spazi pubblici.
Il controllo dei documenti all’ingresso del lido, l’affidamento della gestione a soggetti privati e la continua evocazione del pericolo rappresentato dai “maranza” vengono letti come strumenti attraverso cui trasformare un bene collettivo in uno spazio selettivo, accessibile secondo criteri economici e sociali piuttosto che universali.
La parola “maranza”, in questo schema, smette di descrivere una realtà e diventa un dispositivo politico. Serve a costruire una figura del “nemico interno” sulla quale scaricare paure e tensioni sociali, mentre vengono progressivamente ridotti gli spazi pubblici realmente accessibili.
Dalla guerra tra poveri alla privatizzazione dei beni comuni
Il caso di Mandello non rappresenta un’eccezione. Negli ultimi anni molte amministrazioni hanno progressivamente utilizzato il linguaggio del decoro urbano e della sicurezza per giustificare limitazioni nell’utilizzo degli spazi collettivi.
Dai regolamenti anti-bivacco alle ordinanze contro gli assembramenti giovanili, fino ai controlli selettivi e alle zone rosse, il filo conduttore è sempre lo stesso: trasformare questioni sociali in problemi di ordine pubblico.
In questo contesto la categoria dei “maranza” svolge una funzione precisa. Consente di personalizzare il conflitto, attribuendo il disagio urbano a specifici gruppi sociali invece che alle disuguaglianze economiche, alla carenza di spazi aggregativi, alla marginalizzazione delle periferie e all’assenza di politiche pubbliche rivolte ai giovani.
È una narrazione che alimenta la guerra tra poveri, spostando l’attenzione dalle responsabilità politiche verso bersagli facilmente identificabili.
Il degrado che non fa notizia
La vicenda del lido di Mandello mette però in luce un’altra contraddizione. Quando la violenza proviene da soggetti economicamente integrati, appartenenti alla media borghesia o comunque lontani dall’immagine stereotipata del “giovane problematico”, il racconto mediatico cambia radicalmente.
Il degrado non viene più interpretato come conseguenza di una presunta cultura dell’illegalità. Non si invocano ordinanze straordinarie, né nuovi controlli generalizzati. L’episodio viene ricondotto alla responsabilità individuale. È una differenza di trattamento che mostra come il discorso pubblico sulla sicurezza non sia neutrale, ma profondamente influenzato da appartenenza sociale, classe e origine.
“Lo spazio pubblico non si vende”
Per Potere al Popolo Lecco, quanto accaduto conferma il fallimento dell’impostazione adottata dall’amministrazione comunale.
La risposta, sostengono gli attivisti, non può essere la privatizzazione degli spazi comuni né la costruzione di nuovi capri espiatori. Occorre invece restituire alla collettività luoghi di socialità realmente aperti, sottraendoli alle logiche del profitto e della selezione economica.
Da qui la richiesta contenuta nel comunicato: fermare la privatizzazione delle spiagge e dei lidi, garantire un accesso libero e universale agli spazi pubblici e respingere quelle politiche securitarie che, dietro il linguaggio del decoro, finiscono per rafforzare disuguaglianze e discriminazioni.
Perché, come conclude Potere al Popolo Lecco, “lo spazio pubblico non si vende”. E la sicurezza, se diventa il pretesto per escludere, controllare e privatizzare, smette di essere un diritto collettivo per trasformarsi in un privilegio riservato a chi può permetterselo.
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