Sette anni a Maja T., la Francia consegna Gino alla Germania. Il “Budapest Complex” attraversa ormai tribunali e frontiere europee mentre l’estrema destra cresce e si organizza. La risposta non può essere commemorativa: serve un antifascismo europeo, sociale e capace di costruire solidarietà concreta.
Il giorno dopo le decisioni arrivate da Budapest e Parigi conviene sottrarsi tanto alla cronaca immediata quanto alla tentazione delle semplificazioni. Maja T. è stata condannat* definitivamente a sette anni di carcere dalla Corte d’appello ungherese. Rexhino “Gino” Abazaj sarà invece consegnato dalla Francia alla Germania dopo che la Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso. Sono vicende giudiziarie differenti, con posizioni processuali e ordinamenti differenti, ma appartengono allo stesso “Budapest Complex” e soprattutto mostrano quanto questa vicenda abbia ormai assunto una dimensione europea.
Maja, 25 anni, militant* antifascist* tedesca, era stata condannata in primo grado a otto anni per le aggressioni compiute a Budapest nel febbraio 2023 contro persone considerate appartenenti all’estrema destra, nei giorni del cosiddetto “Giorno dell’Onore”, uno dei maggiori appuntamenti neonazisti europei. In appello la pena è scesa a sette anni. La Corte ha modificato una parte non marginale dell’impianto del primo verdetto, considerando Maja complice anziché coautrice relativamente a uno degli episodi e non riconoscendone l’appartenenza a un’organizzazione criminale per quel capo. Anche per Gabriele Marchesi la pena è stata ridotta da sette a sei anni, mentre è rimasta a due anni quella inflitta alla tedesca Hanna M.
Sette anni restano una pena durissima. Ma la questione Maja non può essere ridotta alla quantità della pena. La sua stessa presenza in un carcere ungherese deriva da una consegna effettuata dalla Germania nel giugno 2024 con modalità che la Corte costituzionale federale avrebbe successivamente censurato. Il Bundesverfassungsgericht ha stabilito che il tribunale berlinese non aveva adeguatamente verificato le condizioni detentive che Maja avrebbe incontrato in Ungheria e che la decisione di autorizzarne la consegna aveva violato l’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Quando arrivò l’ordine urgente di sospendere il trasferimento, però, Maja era già stata consegnata.
Questo precedente rende ancora più delicata la vicenda di Gino. Nell’aprile 2025 la giustizia francese aveva rifiutato di consegnarlo direttamente all’Ungheria, rilevando rischi per i suoi diritti fondamentali e problemi relativi alle garanzie del procedimento. Soltanto poche settimane dopo era arrivato un nuovo mandato d’arresto europeo, questa volta dalla Germania, relativo agli stessi fatti e fondato sulla presenza di cittadini tedeschi tra le persone aggredite. Il 30 settembre la Cassazione francese ha definitivamente autorizzato la consegna. Gino rischia ora un procedimento e fino a dieci anni di carcere in Germania; i suoi legali e i comitati che lo sostengono temono inoltre una successiva richiesta di trasferimento in Ungheria. Quest’ultimo passaggio, è bene precisarlo, non è stato deciso e non può essere presentato come un fatto già acquisito.
È precisamente il precedente di Maja, tuttavia, a rendere quel timore tutt’altro che astratto. La Francia aveva deciso di non consegnare direttamente Gino a Budapest; ora lo consegna a uno Stato che nel caso Maja ha già effettuato un trasferimento verso l’Ungheria successivamente giudicato illegittimo dalla propria Corte costituzionale. È questa contraddizione che uno degli avvocati di Abazaj ha definito “stupefacente”: la richiesta tedesca poggia anche su materiale investigativo proveniente dall’Ungheria, lo stesso ordinamento rispetto al quale la magistratura francese aveva precedentemente sollevato problemi sufficientemente seri da negare la consegna diretta.
Il “Budapest Complex”, dunque, non è terminato con le sentenze di ieri. Maja resterà in carcere e la difesa chiede ora che possa scontare la pena in Germania. Gino entra in una nuova fase della propria vicenda giudiziaria. Per Gabriele Marchesi, processato in contumacia dopo che la Corte d’appello di Milano aveva negato la consegna all’Ungheria, potrà aprirsi una nuova procedura legata all’esecuzione della condanna. E resta aperta la situazione di Zaid, giovane tedesco di origine siriana sul quale la giustizia francese deve ancora decidere.
È qui che la vicenda giudiziaria diventa una questione politica più generale. Non perché ogni imputato antifascista debba essere considerato innocente per definizione. Le responsabilità individuali per le aggressioni avvenute a Budapest devono essere accertate sulla base delle prove, distinguendo le posizioni e garantendo il diritto alla difesa. L’antifascismo non può costituire un’immunità penale. Ma neppure può trasformarsi in una categoria di pericolosità capace di giustificare pene sproporzionate, condizioni detentive degradanti, compressione delle garanzie o una cooperazione giudiziaria nella quale ogni Stato consegna il problema a quello successivo.
Quanto accaduto davanti al tribunale di Budapest mentre veniva pronunciata la sentenza aiuta a capire il clima nel quale tutto questo avviene. L’autobus partito da Berlino con i solidali di Maja è stato fermato e perquisito per ore dalla polizia tedesca al confine con la Repubblica Ceca; tre persone non hanno potuto proseguire il viaggio. Arrivato in Ungheria, il gruppo è stato nuovamente controllato. Durante il presidio un manifestante è stato portato via dalla polizia dopo essersi alzato per pochi secondi il bavero fino al naso, in violazione delle norme ungheresi sul volto coperto durante le manifestazioni. Il racconto raccolto sul posto restituisce soprattutto il livello di intimidazione percepito dagli antifascisti ungheresi: reagire a un controllo può significare vedere moltiplicarsi immediatamente la presenza della polizia.
Sarebbe però limitante leggere tutto questo esclusivamente attraverso Viktor Orbán. L’Ungheria è stata certamente il laboratorio nel quale il “Budapest Complex” ha preso forma, ma il problema ha ormai superato Budapest. Francia, Germania, Italia e altri paesi sono entrati nella vicenda attraverso mandati europei, procedimenti di estradizione, indagini e decisioni giudiziarie. È questa geografia a rendere insufficiente un antifascismo confinato dentro le frontiere nazionali.
La contraddizione diventa ancora più evidente guardando all’Europa del 2026. In Germania l’AfD ha ottenuto quasi il 44 per cento alle recenti elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, conquistando 39 seggi su 83; il risultato ha riaperto un conflitto politico sulla cosiddetta Brandmauer, il cordone sanitario nei confronti dell’estrema destra. Pochi giorni dopo, a Heidenau, in Sassonia, il consiglio comunale ha approvato con i voti dell’AfD e della CDU il blocco di nuove Stolpersteine, le pietre d’inciampo dedicate alle vittime della persecuzione nazista. Sono fatti differenti, ma mostrano quanto sia insufficiente continuare a pensare il neofascismo soltanto attraverso le categorie della nostalgia e del folklore.
L’estrema destra contemporanea non ha bisogno di riprodurre esattamente il fascismo storico. Costruisce partiti di massa, governa istituzioni, entra nei parlamenti, organizza reti internazionali, utilizza le piattaforme digitali, trasforma concetti provenienti dalle culture radicali — dalla “remigrazione” alla gerarchizzazione dei diritti sulla base dell’origine — in proposte politiche presentabili nel dibattito pubblico. Proprio per questo l’antifascismo del XXI secolo non può limitarsi alla difesa rituale della memoria, per quanto quella memoria rimanga indispensabile. Deve essere capace di riconoscere le forme contemporanee attraverso cui autoritarismo, razzismo e nazionalismo si organizzano politicamente.
E deve tornare ad avere una dimensione sociale. Se l’antifascismo viene ridotto alla difesa astratta delle istituzioni esistenti, mentre quelle stesse società producono precarietà, disuguaglianze, esclusione, militarizzazione e restringimento degli spazi del conflitto, lascia all’estrema destra la possibilità di presentarsi falsamente come forza antisistema. Non esiste un antifascismo efficace che non affronti anche le condizioni materiali dentro cui l’estrema destra costruisce consenso. Non perché disagio sociale e fascismo siano automaticamente collegati, ma perché quando rabbia, impoverimento e insicurezza non incontrano un progetto di emancipazione possono essere organizzati politicamente contro chi sta ancora più in basso.
Riattualizzare l’antifascismo significa allora sottrarlo sia alla commemorazione sia alla sola emergenza elettorale. Significa costruire organizzazione nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e nelle università; difendere gli spazi del conflitto sociale; contrastare razzismo e politiche di esclusione; ricostruire legami internazionali capaci di intervenire quando militanti e movimenti vengono colpiti in un altro paese. La solidarietà agli imputati del “Budapest Complex” acquista senso dentro questa prospettiva, non come adesione automatica a ogni comportamento contestato, ma come rifiuto dell’isolamento politico e giudiziario nel quale si tenta di collocarli.
La stessa vicenda di questi anni dimostra che la dimensione internazionale non è un’aggiunta facoltativa. Maja è tedesca ed è detenuta in Ungheria dopo essere stata consegnata attraverso l’Austria; Gino, cittadino albanese residente da anni in Finlandia, è stato arrestato in Francia e verrà consegnato alla Germania per fatti avvenuti in Ungheria; Gabriele è italiano ed è stato processato a Budapest mentre la magistratura italiana ne negava l’estradizione. I procedimenti attraversano continuamente le frontiere. Anche le reti neonaziste che si ritrovano per il “Giorno dell’Onore” hanno carattere internazionale. Pretendere che soltanto la solidarietà rimanga nazionale sarebbe politicamente miope.
Un fronte internazionale antifascista non significa costruire un’organizzazione unica né cancellare differenze di pratiche e culture politiche. Significa creare strumenti stabili di informazione, assistenza legale, sostegno ai detenuti, mobilitazione e risposta comune; significa soprattutto tornare a leggere l’avanzata dell’estrema destra come un problema europeo e non come la somma di singole anomalie nazionali. È su questo terreno che il “Budapest Complex” lascia una lezione che va molto oltre le aule giudiziarie.
Nella lettera letta dopo la decisione francese, Gino ha scritto che, se dovrà affrontare il carcere in Germania, continuerà a considerare quella battaglia collettiva e ha richiamato esplicitamente la necessità di non lasciare solo Zaid. Non occorre trasformare quelle parole in un’epica militante. Occorre prenderne sul serio il significato politico: impedire che ogni procedimento venga isolato dagli altri e che ogni imputato venga lasciato solo davanti a un meccanismo giudiziario che opera ormai su scala continentale.
Il punto, dopo Budapest e Parigi, è esattamente questo. L’estrema destra europea ha già imparato a organizzarsi oltre le frontiere. Un antifascismo moderno ed efficace deve essere capace di fare altrettanto, collegando la difesa delle libertà democratiche al conflitto sociale, la memoria storica alle contraddizioni del presente e la solidarietà agli imputati alla costruzione di reti permanenti. Non per riprodurre le forme dell’antifascismo di un’altra epoca, ma per costruire quello necessario alla nostra.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp



One Comment on “Maja T. condannata, Gino estradato: l’antifascismo deve tornare internazionale”
Comments are closed.