di Gianni Sartori
Tra la «guerra civile nella guerra civile» di Barcellona e il terrore del dopoguerra franchista, la storia di una rivoluzione sconfitta e di un massacro che per decenni è stato rimosso dalla memoria europea.
Una coincidenza: sempre il 20 novembre moriva – fucilato dai repubblicani in quel di Alicante – José Antonio Primo de Rivera. La data venne poi sacralizzata dal regime. Quando nel 1975 stava ormai per tirare le cuoia, il boia Franco venne tenuto artificialmente in vita per oltre un mese in modo da farlo morire nello stesso giorno del fondatore della Falange, appunto il 20 novembre. Negli anni ottanta la data venne utilizzata simbolicamente dalle squadre della morte parastatali spagnole (in particolare dal GAL) per assassinare alcuni esponenti baschi abertzale (Santi Brouard, Josu Muguruza…).
Dalla morte di Durruti passa un mese o poco più e già nel gennaio 1937 si registrano gli attacchi – per ora a mezzo stampa – da parte degli stalinisti del PSUC contro i libertari (CNT, FAI, POUM…). Preludio agli eventi del maggio ’37 (a Barcellona, v. la Telefonica) e dell’agosto (in Aragona, quando Lister elimina le collettività anarchiche).
Le prime avvisaglie dei contrasti tra anarchici e stalinisti si registrano in alcuni villaggi della Catalogna nel gennaio del 1937. Quasi contemporaneamente, in febbraio,la “Pravda” scrive che “contro i trotzkisti (in realtà il POUM aveva in parte rotto con Trotzki nda ) e gli anarchici verrà usato il pugno di ferro, come in Russia”.
Il Primo Maggio 1937 a Barcellona non ci sono manifestazioni. Dopo alcuni giorni un gruppo di poliziotti, guidati da un membro del PSUC, va all’assalto della Centrale telefonica occupata dagli anarchici. Era un esempio classico di “doppio potere”: chiunque intendevaparlare con la Generalitat doveva prima passare per gli anarchici, anche (come avvenne) il presidente Manuel Azaña. Un potere di fatto che interrompeva il controllo statale. L’intervento della pattuglia di poliziotti provoca una vera battaglia sui vari piani della centrale e una rivolta nei quartieri proletari contro l provocazione stalinista. Da un lato anarchici e POUM, dall’altro PSUC e alcuni catalanisti. Il piccolo POUM, viene accusato di trotzkismo e di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti.
Invece contro la CNT-FAI la tattica doveva essere più subdola. Togliatti, per esempio, elogiava la base operaia della CNT mentre attaccava i dirigenti per i loro “errori e ambizioni”. Non si poteva ovviamente dire che la CNT, con due milioni di iscritti e centinaia di migliaia di combattenti, era “al soldo dei franchisti”. Un inciso: in quel momento l’iscrizione al sindacato era obbligatoria, ma anche prima, nel 1933-34, gli iscritti alla CNT erano un milione e 400 mila.
Il maggio 1937 di Barcellona si può considerare una “guerra civile nella guerra civile”. Vi furono circa cinquecento morti, in maggioranza nel campo libertario (anche un fratello di Ascaso). E come è noto morirono anche anarchici italiani.
Tra cuiappunto Camillo Berneri, un intellettuale amico di Carlo Rosselli, direttore di “Guerra di classe”. Sequestrato il 5 maggio venne eliminato dagli stalinisti e il suo corpo abbandonato per strada.
Tra i miei ricordi personali, l’incontro nel 1972 a Carrara con Umberto Marzocchi. L’inossidabile militante ci raccontò dell’ingrato compito che gli era toccato a Barcellona in quelle tragiche giornate: il riconoscimento del cadavere dell’amico Camillo all’obitorio.
L’incertezza regnò per una settimana. Il Comitato di difesa dei quartieri che aveva eretto le barricate, viene fermato dai vertici della CNT. Alla caserma “Spartaco”, dove gli anarchici avevano già puntato i cannoni contro la caserma “Karl Marx” in mano agli stalinisti, dovettero intervenire di persona Oliver e Montseny. Poi da Valencia (dove si era trasferito il governo repubblicano nel novembre 1936) arrivarono 5000 guardie d’assalto che ripresero il controllo. Venne arrestato anche il dirigente del POUM Andrés Nin (poi torturato e assassinato) e numerosi anarchici. Questa resa dei conti mise il movimento anarchico di fronte ad una scelta molto delicata; militarmente avrebbero potuto sconfiggere gli stalinisti, almeno a Barcellona, ma non vollero farlo. Finendo per accettare lo scioglimento dei Comitati di Difesa dei quartieri operai per non incrinare ulteriormente l’unità antifascista.
Naturalmente non mancarono i dissensi. In polemica con il decreto della militarizzazione delle milizie (e con quelli che venivano considerati i “cedimenti” di FAI e CNT) già un paio di mesi prima, nel marzo 1937, alcuni membri della Colonna Durruti (Jaime Balius, Pablo Ruiz, Félix Martinez…) avevano fondato un gruppo comunista-libertario denominato Los amigos de Durruti. Legati da amicizia personale con alcuni esponenti del POUM come Andreu Nin e Wilebaldo Solano. Significativo che il comunista Solano – antistalinista e libertario, divenuto membro della Resistenza in Francia – quando venne liberato da un campo di prigionia tedesco preferì andarsene con un gruppo di partigiani anarchici piuttosto che con quelli del PCF. Un accorgimento che – diversamente da quanto accadde al mio conterraneo Pietro Tresso (“Blasco“) gli consentì di salvare la pelle. Nel dopoguerra Solano rifonderà il POUM senza però aderire alla Quarta Internazionale.
Tornando al maggio ’37, Largo Caballero si dimise, non volendo portare a termine la repressione contro quelli del POUM accusati senza prove di essere “agenti di Franco”.
Va anche riconosciuto che – per quanto queste lotte intestine, fratricide, abbiano contribuito a indebolire la resistenza antifascista – nella vittoria del franchismo sui Repubblicani il ruolo determinanteè stato quello svolto dall’appoggio nazi-fascista.
Inoltre l’intervento in Spagna di Mussolini e di Hitler fornì ai due dittatori la possibilità di testare i rispettivi eserciti in vista della fase successiva, la Seconda guerra mondiale.
La definitiva sconfitta della Repubblica nel 1939 consentirà alla peste bruna delnazi-fascismo di germogliare, radicarsi e proliferare nell’Europa intera. Alimentata, concimata e abbeverata col sangue di centinaia di migliaia – poi milioni – di vittime sacrificali fucilate o impiccate. Prima con le sacas iberichee poi con i massacri, olocausti e genocididella Seconda Guerra Mondiale.
SACAS, ESECUZIONI E FOSSE COMUNI NEL DOPOGUERRA
La pena di morte era stata abolita in Spagna per la prima volta nel 1932, ma venne riesumata in risposta all’insurrezione dei minatori asturiani nell’ottobre 1934. Nel 1938 venne pienamente ristabilita e quindi applicata a livello di massa tra il 1939 e il 1945. La legge marziale rimase in vigore dal 28 luglio 1936 al 7 aprile 1948.
Dal 1939 si assiste a una serie impressionante di sacas.* Così venivano chiamate le operazioni con cui si prelevavano dalle prigioni gruppi di detenuti per fucilarli direttamente, senza alcuna parvenza di processo. In seguito queste “esecuzioni selvagge” (come le ha definite uno storico catalano) vennero sostituite da processi-farsa, con un’apparenza solo formale di legalità. 70/80 persone venivano giudicate contemporaneamente sulla base di una serie di presunti reati commessi e inevitabilmente con la sentenza si decretava la pena di morte collettiva.
Ricordo che stiamo parlando di fucilazioni o impiccagioni sistematiche, operate dall’apparato statale, non di episodi di vendetta o di ritorsioni di qualche gruppo incontrollato.
Non sono pochi gli studi finalizzati a quantificare il numero delle vittime della repressione franchista nel cosiddetto “dopoguerra”, cioè accettando per comodità come riferimento per la fine della Guerra Civile quello ufficiale e convenzionale del 1 aprile 1939: “La guerra ha terminado”.*
Studi e ricerche che non sono esenti da critiche, confutazioni e revisioni. E naturalmente la macabra contabilità non è immune dall’ideologia.
G. Jackson in La Republica española y la guerra civil (Barcelona 1976) parlava di circa 580mila morti complessivi, o per cause belliche o per violenza politica, tra il 1936 e il 1943. Di questi circa un terzo (200mila) sarebbero stati prigionieri repubblicani morti per esecuzioni dal ’39 al ’43.
Studi successivi, sorti sull’onda delle polemiche, portavano a un ribasso della cifra.
S. Larrazabal arrivava addirittura a parlare di “soltanto 22.716 esecuzioni tra il 1939 e il 1943”.
Fino agli anni Ottanta la maggior parte degli storici si era attestata su una cifra di circa centomila. Ramon Tamares riportava il numero di 103.129 giustiziati (sempre riferendosi al “dopoguerra”, naturalmente). In anni più recenti lo storico triestino Claudio Venza parlava di una cifra compresa tra 90mila e 150mila, dal 1939 al 1945. Altri studi (v. Jorge M. Reverte e Santos Julià, Victimas de la guerra civil, Madrid 1999) hanno calcolato che tra il 1936 e il 1943 il nuovo ordine fascista fece giustiziare oltre 150mila persone. Più di quelle che l’esercito di Franco aveva ucciso in tre anni di guerra. E senza dimenticare che numerosi combattenti repubblicani, ormai circondati, preferirono suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani dei carnefici fascisti.
Dato che le diverse metodologie applicate influenzano i risultati, è lecito pensare che alcuni dei lavori in questione pecchino quanto meno di approssimazione. Sembra infatti che quasi nessuno degli storici citati avesse ritenuto di dover consultare anche i Registri Civili, forse considerandolo un lavoro troppo lungo e comunque scarsamente prestigioso. Se ne occupò invece, sempre negli anni Ottanta, qualche ricercatore catalano, in particolare Josep M. Solé i Sabaté, sobbarcandosi al gravoso compito di dedicarsi sistematicamente a questo genere di ricerca.
Per quanto riguarda i Paisos Catalans, era giunto alla conclusione che le vittime del franchismo fossero state più del previsto. Nel solo Principat i catalani assassinati dalle forze di occupazione dopo il ’39 sarebbero stati 3385 (almeno quelli accertati fin dagli anni Ottanta) metà dei quali a Barcellona, gli altri distribuiti tra Tarragona, Lleida, Girona e una serie di località minori.
Un analogo lavoro di ricerca svolto nel Pais Valencià aveva quantificato in oltre 10mila i repubblicanigiustiziati dopo il 1939 in una decina di località considerate. Come si può intuire, il maggior numero di fucilati nel Pais Valencià rispetto al Principat era dovuto anche alla maggiore distanza da una frontiera internazionale come quella con la Francia. Anche se non tutti gli antifranchisti che si rifugiarono in Francia sfuggirono poi alla vendetta del dittatore.
Primo tra tutti quel Lluis Companys (fondatore nel 1931 dell’Esquerra Republicana de Catalunya) che ancora nel 1934 aveva proclamato “lo Stato Catalano integrato nella Repubblica Federale Spagnola”, gesto che gli costò l’arresto e l’imprigionamento nel carcere di Santa Maria.Dopo la sconfitta della Repubblica nel 1939, Companys cercò scampo in Francia, ma con l’invasione delle truppe naziste venne riconsegnato ai franchisti. Dopo un processo sommario venne fucilato a Montjuic nel 1940. Seppe morire con molta dignità, lasciando sconcertati gli stessi membri del plotone di esecuzione. Prima che questi aprissero il fuoco si levò e depose gli occhiali, poi si tolse le scarpe per posare i piedi nudi sulla sua terra e cantò l’inno nazionale catalano, Els Segadors. L’eroica morte di Companys fu prepotentemente riportata alla memoria dei catalani nel settembre 1975 quando un giovane basco, Juan Paredes Manot (Txiki), venne fucilato al cimitero di Sardenyola non lontano da Barcellona. Davanti al plotone di esecuzione Txiki gridò “Gora Euskadi Askatuta, Iraultza Ala Hill”, poi intonò l’Eusko Gudariak, il canto dei gudaris, i combattenti baschi antifranchisti. Il 27 settembre (giorno della sua fucilazione e di quella di un altro etarra, Otaegi, oltre che di tre militanti del Frap) divenne la data in cui si celebra il Gudari Eguna cioè il giorno del combattente basco.
Estendendo le modalità di ricerca adottate da Josep M. Solé i Sabaté a tutta la penisola iberica (soprattutto nel centro e nel sud da dove era difficile espatriare), si arriverebbe con ogni probabilità a una revisione delle cifre precedentemente riportate. Quanti sono stati, per esempio, i casi in cui l’esecuzione venne classificata come “traumatismo”, evidente eufemismo quando viene applicata a gruppi di decine di persone morte contemporaneamente? In altri casi si riporta “asfixia” oppure “herida penetrante de craneo”. I Registri Civili, riportando la data e il numero delle vittime, permettono quindi di ricostruire con minor approssimazione la portata del massacro operato dal franchismo a guerra finita.
Altro dato interessante emerso da queste ricerche in Catalunya è che la maggior parte delle vittime, nelle località prese in considerazione, erano militanti o simpatizzanti libertari (CNT, FAI).
Sempre grazie ai Registri Civili si ha conferma di quale fosse la condizione sociale della maggior parte delle vittime. Quasi tutte appartenevano alle “classi subalterne”, le stesse che maggiormente si erano rese protagoniste del tentativo di stroncare il fascismo e contemporaneamente di rovesciare l’ingiusto ordine sociale esistente. Questo particolare può far comprendere anche quali siano stati i costi umani complessivi. Basti pensare alla miseria in cui precipitarono migliaia di famiglie proletarie la cui stessa sopravvivenza dipendeva per lo più dal lavoro degli assassinati.
L’impiego di misure repressive contemplanti la pena di morte non si esaurì comunque con la fine degli anni Quaranta. Le esecuzioni continuarono sistematicamente anche negli anni successivi. Sotto certi aspetti addirittura si perfezionarono a scopo preventivo e come deterrente nei confronti delle guerriglia. Avviata nei PPCC da militanti anarchici come Francisco Sabatè Llopart (El Quico, già integrato nella Colonna Durruti), Facerias e Capdevilla (Caraquemada) seppe mantenersi fino al MIL, il gruppo di Salvador Puig Antich (giustiziato con il garrote nel 1974) e di Oriol Solé (ucciso dalla Guardia Civil durante un tentativo di evasione nel 1976).
Era del 1959 la “Legge di Ordine Pubblico” con cui la pena di morte veniva estesa a tutti i “delitti contro lo Stato”.
Nel 1963 veniva poi creato il famigerato Tribunale di Ordine Pubblico, lo stesso che condannerà a morte Salvador Puig Antich (1974) e cinque antifascisti nel 1975 (Txiki, Otaegi e i tre del FRAP).
E nel 1963 suscitarono sdegno a livello internazionale le esecuzioni del comunista Juan Grimau (20 aprile) e degli anarchici Joaquin Delgado e Francisco Granados (17 agosto). Infine, nel 1964, il famoso decreto legge “contro il banditismo”, responsabile della morte di tanti oppositori. Ovviamente il maggior numero delle vittime era costituito da militanti (anarchici, indipendentisti, comunisti, sindacalisti…) ammazzati lungo le strade, in maniera alquanto informale, da vere e proprie squadre della morte di Stato. Altri, anche solamente sospetti, morivano nelle carceri, nelle caserme della GC e nei commissariati a causa di percosse e torture o grazie allo stratagemma della “ley de fuga”.
Per restare in Catalunya, rimane emblematico il caso dell’operaio di origine andalusa Cipriano Martos, aderente al Fronte rivoluzionario antifascista patriottico (il FRAP, operante in tutta la penisola, sosteneva l’autodeterminazione di PPCC, Euskal Herria e Galizia). Cipriano venne ammazzato nella caserma della Guardia Civil di Tarragona il 17 settembre 1973. Nel corso dell’anno sia la GC che la BPS (Brigata politico-sociale) praticarono la tortura in maniera indiscriminata. Come mi raccontava Canet, un ex esponente del Frap, “timpani e costole rotte non si contarono e i muri delle celle rimasero letteralmente ricoperti di sangue”. Ricordava anche di essere stato “arrestato in maggio a Barcellona insieme a decine di altri militanti. E tutti, chi più chi meno, subimmo la tortura”.
Quanto a Cipriano, nonostante maltrattamenti e percosse, non aveva dato nessuna informazione ai suoi aguzzini. Questi allora lo costrinsero a ingerire acido solforico. Trasportato in ospedale gli venne praticata la lavanda gastrica. Ricondotto in caserma venne nuovamente torturato e ancora costretto a ingerire altro acido solforico. Una seconda lavanda gastrica risultò del tutto inutile. Sul suo martirio lo scrittore Miguel Bunuel ha scritto il breve ma toccante testo El desaparecido.
Non dimentichiamo infine che nei confronti del franchismo era prevalso un atteggiamento sostanzialmente benevolo, sia da parte del Vaticano sia di Washington. Una sorta di “revisionismo storico” meno sfacciato di chi pretende di stabilire che in fondo Hitler avrebbe sterminato “soltanto” tre o quattro milioni di ebrei, ma non meno infido. Una rivisitazione della Guerra Civile che tendeva a riabilitare Franco come “fascista buono” (dal volto umano?). Talvolta addirittura un difensore degli ebrei perseguitati, contrapposto al “fascista cattivo” Hitler. Almeno 30mila ebrei sarebbero stati salvati dall’intervento del generalissimo Caudillo de España por gracia de Dios che avrebbe agito per “un senso di carità cristiana”. Sentimento che evidentemente non era emerso al momento di far fucilare migliaia e migliaia di proletari in odore di comunismo o anarchismo. Va anche ricordato che tale atteggiamento di benevolenza (comunque altalenante a seconda delle fasi della Seconda G.M.) si riversava più che altro sugli ebrei sefarditi (i discendenti di quelli cacciati dalla Spagna nel 1492 e che in parte conservavano l’idioma castigliano). Ma non sugli ashkenaziti, in genere disprezzati, dell’Europa centra e orientale. Del resto Walter Benjamin, faticosamente arrivato in Spagna, stava per essere respinto in Francia nelle mani dei nazisti. E forse per questo scelse di suicidarsi.
Note
- “En el día de hoy, cautivo y desarmado el Ejército Rojo, han alcanzado las tropas nacionales sus últimos objetivos militares. La guerra ha terminado.
El Generalísimo Franco
Burgos, 1° Abril 1939”
Raccontano i biografi che quel giorno Franco stava a letto con il raffreddore, ma “si alzò dal letto per correggere il bollettino di guerra che la Radio nazionale trasmetteva quotidianamente”. Firmato dal caudillo, alle 22.30, il bollettino venne letto agli spagnoli dall’attore Fernando Fernandez de Cordoba: “Oggi, catturato e disarmato l’esercito rosso, le truppe nazionali hanno conseguito i loro ultimi obiettivi militari. La guerra e finita. Burgos, 1° aprile 1939, Anno della Vittoria”. Un macabro “pesce d’aprile” destinato a durare quasi 40 anni. - Una considerazione sul film “Terra e Libertà”. Nel suo genere, uno spartiacque. Prima (anni sessanta, settanta, ottanta…ricordo bene) sui fatti del maggio ’37 a Barcellona c’era una totale rimozione o peggio (una sorta di travisamento, vedi l’infamante diceria sul POUM “Quinta colonna” di Franco…). Dopo il film (1995) la situazione, in parte, appariva rovesciata. Quasi che la colpa della sconfitta repubblicana dovesse ricadere sui “comunisti” (Psuc e Pce). In parte vi aveva contribuito la scena del miliziano che – quando si rende conto della reale politica di Stalin in Spagna – strappa la tessera del partito. Un episodio (storicamente documentato) che Ken Loach potrebbe aver preso in prestito da “Blocco H. La ballata di Colm Brady” (di Roger Faligot), ma che non andrebbe enfatizzato, tantomeno generalizzato.
Segnalo anche la cifra assolutamente errata – per eccesso – sul numero delle vittime della controrivoluzione staliniana del ’37 (appare, anzi appariva, in didascalia alla fine del film). In realtà, come precisava lo storico libertario Claudio Venza “furono poco più di 500, in maggioranza ciennetisti e poumisti), non certo migliaia“. Tra l’altro viene citata come fonte la storica rivista “Maquis”. Avendone conosciuto il direttore Filippo Gaia (persona seria e meticolosa), penso si sia trattato di un errore di trascrizione. Quindi – senza per questo giustificare gli stalinisti – sarebbe il caso di riportare le cause della sconfitta alle vere responsabilità. Innanzitutto quelle di Franco e poi quelle di Mussolini e Hitler.
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