di Vincenzo Scalia*
La città è sempre meno inclusiva, ridotta a un patchwork perimetrato
Nell’arte, la lettura del segno, rappresenta un esercizio fondamentale per leggere un’opera e comprendere la poetica dell’’artista. Una procedura analoga si è sviluppata negli ultimi anni anche all’interno delle sfere sociali, dove la comprensione delle dinamiche che si svolgono dentro contesti micro può rilevarsi cruciale per analizzare le trasformazioni della società e della politica. Sotto questo profilo, la questione della sicurezza, esplosa sin dalla fine degli anni Ottanta e che ha raggiunto la sua acme in tempi recenti, ci dice molto in merito al degrado morale e civile che ha colpito la società italiana negli ultimi tempi.
L’idea che una società tanto frammentata quanto plurale ed effervescente si governi aumentando le misure repressive e perimetrando gli spazi per proteggerli da comportamenti eccentrici e quindi potenzialmente forieri di pericolo, è culminata con l’istituzione delle cosiddette “zone rosse” nelle principali città italiane. Si tratta di luoghi non accessibili a individui e gruppi sociali giudicati “a rischio” per via del loro vissuto, dei connotati, dei precedenti penali che li interessano. Una valutazione che viene affidata al potere discrezionale delle forze dell’ordine, poste nei luoghi strategici delle città per ostruire l’accesso a quella poltiglia di airbnb e luna park che sono diventate le nostre città, sempre più deindustrializzate e dipendenti dall’overtourism per ragioni di sopravvivenza.
L’istituzione delle zone rosse è stata preceduta, nel corso degli anni, dall’emissione, da parte dei sindaci, di ordinanze, ovvero provvedimenti amministrativi; quindi non impugnabili in quanto non sono provvedimenti legislativi, relativi a comportamenti e persone da scoraggiare nelle città. Alle ordinanze appartengono i due casi recenti a partire dai quali vorremmo provare a lanciare una riflessione.
La prima riguarda quella emessa dal sindaco di Murano, alle porte di Venezia, che vieta di giocare a palla nei giardini pubblici. Un’ordinanza che è stata presa sul serio da alcuni muranesi, fino al punto da convincere qualcuno dei residenti della cittadina lagunare a chiamare la polizia urbana per interrompere alcuni ragazzini che giocavano per strada. Le forze dell’ordine si sono puntualmente presentate, multando i genitori dei ragazzi. La seconda riguarda quella emessa dal sindaco del comune di Sestri Levante, comune del genovese in passato meta di artisti e poeti, che ha proibito di appendere la biancheria sui balconi o fuori dalle finestre per non turbare il decoro cittadino.
Le vicende appena descritte vanno valutate sotto diversi piani: la mancanza di memoria, l’ossessione securitaria, la mercificazione della socialità, in una combinazione che porta ad una de-socializzazione che inevitabilmente sfocia nella domanda di legge e ordine. Rispetto alla memoria, ci si dimentica come i parchi, i cortili interni, i balconi, nella cultura mediterranea, rappresentano spesso i bacini primari della socializzazione. L’infanzia di tutte le generazioni precedenti è stata caratterizzata dai bambini che giocano a pallone, a campana, a nascondino in cortile. E dai genitori che li chiamano da casa e magari socializzano tra loro mentre discutono dei loro figli che preferiscono restare fuori a giocare. Anche sul balcone, la stesura dei panni, forniva il pretesto per comunicare, conoscere i vissuti reciproci, e magari poi proseguire la socializzazione in altri luoghi.
Allo stesso modo, per i ragazzi, contribuiva a creare una rete di socialità orizzontale, coi compagni di gioco per strada, e verticale, con le figure di riferimento del quartiere che, se da un lato, con rimbrotti e moniti, cercavano di regolare la socialità dei ragazzi e delle ragazze, dall’altro lato esercitavano un vero e proprio controllo democratico del territorio. Il barbiere, il farmacista, che chiedono allo sconosciuto che approccia i bambini cosa vuole, col pretesto di aiutare, comunica a qualcuno che si è introdotto nella zona senza esservi residente che esiste una comunità che vigila da eventuali malintenzionati.
Si tratta di modalità immortalate anche nel cinema e nella letteratura, come nel caso del neorealismo o nei romanzi, per esempio, di Vasco Pratolini. Dalla comunicazione informale, scaturiva la creazione di un tessuto connettivo che consentiva di scambiarsi le idee in merito a contesti più ampi, e magari di progettare un agire comune.
I quartieri odierni, da un lato improntati alla tutela della privacy, sono contraddistinti dall’anonimato. In parte, in conseguenza di vite asimmetriche che non consentono quella sincronia che permetteva frequentazioni e incontri regolari. In parte, come portato dal provincialismo che ha comportato la crescita della tendenza a imitare i contesti dell’Anglosfera, dove la socialità all’esterno viene vista come la manifestazione più immediata di devianza, potenziale o effettiva che sia.
L’ideologia neoliberista passa per la formazione di una piccola borghesia nevrotica, ossessa dalla roba di verghiana memoria, preoccupata di difendere la propria abitazione, ovvero il mutuo da cui è gravata, da interferenze altrui che la possano deprezzare. Per la quale, ragazzi che giocano a pallone, o un paio di mutande esposto fuori, rappresentano una grave minaccia al loro precario status di proprietari. È in questo solco che si innesta il populismo poliziesco dal basso, con le forze dell’ordine che intervengono su segnalazione dei residenti, per poi ricavarci una prima pagina in posa nel quotidiano locale, da mostrare a Roma per ottenere una maggiore allocazione di risorse. Altrimenti, ci pensano le ronde, le polizie private e le richieste
Lo spazio urbano viene ad essere sempre meno aperto, inclusivo, per essere ridotto a un patchwork di spazi monofunzionali, perimetrato, regolato dal mercato. Per cui si gioca a pallone solo negli spazi preposti o nei club a pagamento, e i panni si asciugano con l’asciugatrice, magari acquistata coi crediti al consumo erogati da una ditta che ha sede in un grattacielo del centro vigilato dalla security privata, dove non è consentito avvicinarsi.
Proprio i centri delle città vanno analizzati rispetto alla mercificazione della socialità. In particolare, i centri storici, dove il conglomerarsi delle funzioni miste commerciali, direzionali, residenziali, ricreative rappresentavano una vera e propria calamita per la socializzazione. L’idea del decoro, che, partendo dalle scritte sui muri si estende alla valorizzazione della rendita fondiaria, all’espulsione dei ceti popolari, alle zone rosse volte a non intaccare la città vetrina, dove entra solo chi dispone delle risorse, materiali e simboliche necessarie a consumare, ha finito per contraddire e tradire l’idea stessa di città. In centro gli uffici e gli airbnb convivono con le residenze di lusso e i negozi delle griffe, rendendo indesiderati studenti, migranti, attivisti, ceti popolari. Con le forze dell’ordine pronte a riprodurre un’apartheid urbana che sa tanto di de-socializzazione, e sortisce l’effetto di aumentare l’anonimità e la funzionalità delle relazioni umane. Il problema però, è che, oltre al centro, come nei casi di Burano e Sestri, non si può più socializzare in modo informale nemmeno in periferia. Generando altri problemi: se i giovani non giocano a pallone o a campana in cortile, per esempio, saranno preda di play station, tv e cellulari, e punteranno a realizzare video contenenti presunte situazioni trasgressive che stimoleranno l’intervento delle forze dell’ordine, da cui scaturirà poi la domanda di sicurezza.
Tutti a giocare a palla in strada e a stendere i panni fuori. Prima che sia troppo tardi.
*da thedotcultura
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