L’Onu accusa Israele: i bambini palestinesi vengono uccisi deliberatamente. È genocidio


La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite documenta l’uccisione intenzionale dei minori palestinesi, la distruzione dell’infanzia e la cancellazione del futuro di un intero popolo.

Non sono morti per errore. Non sono «vittime collaterali». Non sono il tragico prezzo di una guerra inevitabile. I bambini palestinesi vengono uccisi deliberatamente. Lo afferma con parole inequivocabili la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est e Israele, che nel suo ultimo rapporto conclude che il targeting dei minori palestinesi costituisce uno degli elementi centrali per dimostrare l’intento genocidario delle autorità israeliane.

Come racconta Eliana Riva su il manifesto, la Commissione ha messo nero su bianco ciò che da mesi le immagini provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania mostravano con drammatica evidenza: Israele prende intenzionalmente di mira i bambini palestinesi, per distruggerne la vita, l’infanzia, la famiglia, la salute, l’istruzione e la possibilità stessa di avere un futuro.

È un’accusa di una gravità storica.

Per quasi due anni, governi occidentali, grandi media e commentatori hanno cercato di presentare la morte di oltre ventimila bambini palestinesi come una tragica conseguenza inevitabile della guerra. La Commissione delle Nazioni Unite smentisce radicalmente questa narrazione.

I suoi esperti hanno raccolto e verificato migliaia di documenti, fotografie, video, registrazioni audio, referti medici, radiografie e testimonianze di vittime, medici, giornalisti, avvocati e operatori umanitari. Israele, al contrario, ha ignorato le tredici richieste di collaborazione formulate dagli investigatori delle Nazioni Unite, limitandosi a definire il rapporto «diffamatorio».

I dati sono sconvolgenti.

L’esercito israeliano ha cancellato il 2% dell’intera popolazione infantile di Gaza. I bambini rappresentano circa il 30% di tutte le vittime palestinesi nella Striscia. Un numero senza precedenti nella storia recente dei conflitti contemporanei.

Ma il rapporto va oltre le statistiche.

La Commissione documenta un modello sistematico di attacchi che colpiscono deliberatamente i luoghi della vita infantile: scuole, campi profughi, tende degli sfollati, punti di distribuzione di acqua e cibo, aree in cui i bambini giocano o raccolgono legna.

Ancora più inquietanti sono gli episodi di vere e proprie esecuzioni.

La Commissione ricorda l’assassinio della piccola Hind Rajab, sei anni, uccisa insieme alla sua famiglia da un carro armato israeliano che si trovava a pochi metri dalla loro automobile. O il quindicenne colpito da un cecchino mentre evacuava sventolando un panno bianco. O ancora il neonato di dieci giorni che ha riportato gravissime lesioni cerebrali dopo che un quadricottero israeliano ha aperto il fuoco sulla tenda in cui la madre lo stava allattando.

Come sottolinea il rapporto, né i cecchini né i droni agiscono al buio. Sono dotati di telecamere ad alta risoluzione, sensori a infrarossi, sistemi di visione notturna e strumenti che consentono di identificare chiaramente il bersaglio.

I soldati sapevano, vedevano che stavano sparando contro bambini.

Sul tema è intervenuto anche Marco Santopadre sulle pagine di Pagine Esteri, ricostruendo il ruolo dei cecchini israeliani e l’impressionante numero di minori colpiti alla testa o al torace. Le testimonianze raccolte e i dati medici mostrano un quadro incompatibile con la tesi degli errori o dei danni collaterali.

La Commissione delle Nazioni Unite parla apertamente di intenzionalità.

Ma il genocidio non si consuma soltanto attraverso le bombe e i proiettili. La distruzione sistematica di scuole e ospedali, l’assedio che impedisce l’accesso alle cure pediatriche, la fame, la malnutrizione e il collasso del sistema sanitario colpiscono deliberatamente l’infanzia palestinese. Circa 21mila bambini sono stati resi disabili e migliaia di altri soffrono traumi psicologici che li accompagneranno per tutta la vita.

Anche in Cisgiordania i minori sono bersaglio di una politica di repressione permanente: arresti, rapimenti, interrogatori senza la presenza di adulti, detenzioni arbitrarie e torture.

Per la Commissione delle Nazioni Unite il targeting dei bambini è uno degli elementi fondamentali del genocidio perché l’infanzia rappresenta la continuità biologica, sociale e politica di un popolo.

Distruggere i bambini significa distruggere il futuro. Significa impedire la sopravvivenza collettiva del gruppo, cancellare un popolo non soltanto nel presente, ma anche nella sua possibilità di esistere domani.

E il cosiddetto cessate il fuoco non ha fermato questo processo.

Secondo l’Unicef, negli ultimi otto mesi Israele ha ucciso in media un bambino palestinese al giorno, definendo la tregua una «illusione crudele e mortale». Dall’ottobre scorso almeno 265 minori sono stati uccisi nonostante gli annunci di de-escalation.

Anche nelle ultime ore i raid sono continuati. Una studentessa è stata uccisa mentre tornava a casa dopo aver sostenuto un esame scolastico. Un quadricottero israeliano ha aperto il fuoco sulle tende del campo di Al-Mawasi, provocando nuove vittime e feriti.

Di fronte a tutto questo, la Commissione Onu non si limita alla denuncia.

Chiede sanzioni immediate contro Israele, la fine del commercio militare, l’applicazione dei mandati di arresto della Corte penale internazionale e misure concrete per fermare i crimini in corso.

Ma soprattutto consegna alla storia una verità che nessuna propaganda potrà cancellare.

I bambini palestinesi non stanno morendo per caso. Vengono uccisi intenzionalmente.

E un mondo che continua a voltarsi dall’altra parte rischia di diventare complice di uno dei più terribili crimini del nostro tempo.


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