Il 28 giugno, la squadra di pallavolo popolare, Edera Volley , insieme ad altre realtà sportive, sono entrate all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna “Dozza” per una partita amichevole con alcune detenute. Da qui è nata questa riflessione collettive sulle sensazioni vissute all’interno dell’istituto.
di Edera Volley
“Aumentano le persone detenute, peggiorano le condizioni di vita, si moltiplicano le proteste, i suicidi e le segnalazioni di trattamenti inumani. Il tasso di affollamento reale si attesta al 134,3%. In ben 62 istituti il sovraffollamento supera il 150%, e in 8 casi addirittura il 190% – come a San Vittore, Foggia, Lodi e Roma Regina Coeli. Nel 35,3% degli istituti visitati c’erano celle in cui non erano garantiti 3mq a testa di spazio calpestabile. È questa la fotografia impietosa che offre “L’emergenza è adesso”, Rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, frutto di 86 visite negli istituti penitenziari italiani effettuate negli ultimi 12 mesi”.
Nel frattempo, il Governo propone nuove carceri, nuovi reati, aumento delle pene, estensione dell’applicabilità delle misure cautelari in carcere. Nessuna analisi sui contesti che producono criminalità, nessuna misura di intervento economico e sociale.
In questo quadro, lo sport popolare può diventare uno strumento di contro narrazione sulla condizione carceraria?
La squadra di pallavolo popolare, Edera Volley (ASD Unione Realtà Sportive Sociali), insieme ad altre realtà sportive e tramite Uisp, è entrata all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna “Dozza” per una partita amichevole con la squadra Mani Fuori, composta da alcune detenute e allenata da Valentina Finarelli e Giorgia Biagini. Da questa partita è nata una riflessione collettiva sulle sensazioni vissute da parte delle giocatrici. Nei prossimi mesi sono previsti altri incontri sportivi all’interno dell’istituto.
Una rete, due mondi e nessun muro
Eravamo in otto, strette nei nostri pantaloncini, ginocchiere e scarpe da ginnastica.
Un sabato d’estate, di quelli in cui speri in un po’ di vento ma c’è solo caldo che brucia. Ci siamo trovate davanti al cancello grigio della Dozza. Imponente, chiuso, silenzioso.
Non era una partita qualsiasi. Avremmo giocato a pallavolo dentro il carcere femminile, contro una squadra di donne che lì ci vivono.
Nessuna di noi sapeva bene cosa aspettarsi.
Il rumore dei cancelli che si chiudono dietro le spalle non si dimentica.
Dentro, un cortile di cemento e il campo da gioco. Le abbiamo incontrate lì: alcune ci guardavano dritte, altre tenevano gli occhi bassi.
Non servivano presentazioni: i corpi parlavano da soli. La fatica, le storie, le domande.
La partita è iniziata piano. Pochi sorrisi, silenzi lunghi, palloni che cadevano. Ma poi qualcosa è cambiato: una battuta ben fatta, un muro riuscito, una risata spontanea.
Abbiamo iniziato a fare squadra. Tutte insieme.
La partita è finita quando il sole è calato dietro i muri. Non c’era un vincitore. Ma ci siamo abbracciate forte. E in quegli abbracci c’era tutto.
Quella giornata ha rotto qualcuno dei confini che viviamo tutti i giorni, uno tra tutti quello che divide noi da loro. Tra dentro e fuori.
Ci ha ricordato che a volte basta una rete – non quella che divide, ma quella che tiene – per rimettersi in piedi.
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