Portuali, sindacalisti e attivisti avevano tentato di bloccare il transito di una nave diretta a Camp Derby. La celere interviene contro una protesta nonviolenta che denunciava il ruolo dei porti italiani nella logistica di guerra
All’alba di sabato 18 aprile a Livorno la polizia è intervenuta per sgomberare un presidio di lavoratori portuali, sindacalisti e attivisti che cercavano di impedire il passaggio di una nave cargo impegnata nel trasporto di armamenti statunitensi verso la base militare Usa di Camp Derby.
La mobilitazione era nata dopo la diffusione della notizia sul transito dell’imbarcazione. A promuoverla sono stati Usb, il Gruppo Autonomo Portuali e l’Ex Caserma Occupata di Livorno. I manifestanti si erano radunati sul ponte mobile necessario al passaggio delle navi dal porto, predisponendo una forma di resistenza passiva per rallentare o bloccare il transito. Poco dopo sono arrivati i reparti della celere che hanno rimosso il presidio.
Il punto centrale della vicenda è semplice: a essere sgomberata non è stata un’azione violenta, ma una protesta pubblica e nonviolenta contro il traffico di armi.
Da anni i portuali livornesi denunciano l’utilizzo dei porti italiani come snodi logistici delle guerre e del commercio bellico. In più occasioni hanno contestato carichi militari destinati a zone di conflitto o a basi strategiche. La protesta di sabato si inserisce in questa linea: usare la forza collettiva del lavoro per opporsi alla normalizzazione della logistica militare.
Secondo i promotori, il trasporto di armamenti non può essere trattato come una normale attività commerciale né come un servizio essenziale da garantire con l’intervento della forza pubblica.
L’intervento della polizia conferma invece una tendenza precisa. Quando il conflitto sociale tocca infrastrutture strategiche, basi militari, porti e grandi nodi logistici, la risposta dello Stato diventa immediata. Si protegge la circolazione delle merci, anche quando si tratta di materiale bellico, mentre si colpisce chi prova a contestarla. Il diritto di protesta viene così subordinato alle esigenze della sicurezza e della continuità logistica.
Livorno è uno dei principali snodi collegati a Camp Derby, una delle più importanti basi statunitensi in Europa. Per questo il porto toscano è da tempo un luogo simbolico dello scontro tra due visioni opposte: da una parte chi considera inevitabile e neutrale il traffico di armi, dall’altra chi rifiuta che città, lavoro e infrastrutture civili siano messi al servizio della guerra.
La mobilitazione di sabato rilancia una domanda politica concreta: chi decide cosa passa dai porti italiani e nell’interesse di chi?
I promotori del presidio rivendicano il senso dell’azione con parole nette: bloccare le armi è giusto, non è un reato. La risposta ricevuta è stata lo sgombero. Il messaggio che arriva dalle istituzioni è altrettanto netto: le armi devono transitare, chi si oppone deve essere rimosso. Ma proprio episodi come questo mostrano che esiste ancora una parte del mondo del lavoro e dei movimenti sociali che non accetta di considerare la guerra un fatto normale.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Simone, compagno del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno. Ascolta o scarica.
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