Dal diritto penale ai migranti, dal carcere alla scuola, dal lavoro alla cultura: una mappa collettiva della trasformazione autoritaria del paese. Il dossier di Ahida
Il Dossier Italia, curato dalla redazione di ahida, è un lavoro importante perché non si limita a denunciare il governo Meloni come anomalia improvvisa, ma prova a collocarlo dentro una lunga traiettoria: la progressiva chiusura autoritaria del sistema politico italiano, avviata già dalla fine degli anni Settanta e poi sedimentata attraverso governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici. La tesi di fondo è netta: l’attuale fase non nasce dal nulla, ma rappresenta un’accelerazione di processi già presenti — restringimento degli spazi democratici, criminalizzazione del conflitto, razzismo istituzionale, centralità del penale, privatizzazione dei beni comuni, subordinazione della politica al capitale finanziario e alla Big Tech.
Il pregio maggiore del dossier è la sua capacità di tenere insieme piani che spesso vengono separati: repressione, carcere, migrazioni, lavoro, sanità, scuola, università, cultura, intelligenza artificiale, guerra. Il punto politico è proprio questo: l’autoritarismo non è solo manganello, non è solo decreto sicurezza, non è solo carcere. È un modello complessivo di società. È il comando che entra nei corpi, nei confini, nei luoghi di lavoro, nei saperi, nelle istituzioni culturali, nella sanità, nella scuola, nella produzione digitale.
Il testo introduttivo parla di “fascistizzazione”, “democratura” e “nuovo fascismo”, ma lo fa senza cedere alla formula facile. Non sostiene una banale identità tra presente e fascismo storico; segnala piuttosto la permanenza di alcune strutture: razzismo, costruzione del nemico interno, uso delle minoranze come capro espiatorio, svuotamento delle forme democratiche dall’interno. La democrazia resta formalmente in piedi, ma viene piegata a una logica di comando verticale, disciplinamento sociale e neutralizzazione del dissenso. Particolarmente forte è il contributo di Luigi Ferrajoli, che individua quattro forme di crudeltà nel diritto: persecuzione dei migranti, diritto penale disuguale, misure di prevenzione e politiche contro i poveri.
Qui il dossier tocca uno dei suoi nuclei più duri: il diritto non viene più pensato come limite al potere, ma come strumento di selezione, esclusione e punizione. La figura del migrante diventa il laboratorio principale di questa trasformazione: detenzione amministrativa, criminalizzazione della solidarietà, decreti contro le Ong, abolizione delle protezioni, stato d’emergenza permanente. Molto efficace anche la parte sul carcere. Il dossier ricostruisce il passaggio da una penalità formalmente costituzionale a un sistema sempre più fondato su eccezione, ostatività, 41 bis, ergastolo, sovraffollamento, suicidi, vite rese invisibili. Il carcere appare non come fallimento del sistema, ma come sua verità più brutale: il luogo dove la retorica della sicurezza diventa amministrazione quotidiana della sofferenza. Un altro merito è l’ampiezza dello sguardo. Il dossier non resta confinato al terreno giuridico-repressivo. Collega la svolta autoritaria alla trasformazione del capitalismo contemporaneo: precarizzazione, logistica, piattaforme, intelligenza artificiale, digitalizzazione della scuola, aziendalizzazione dell’università, privatizzazione della sanità, mercificazione della cultura. L’autoritarismo viene così letto non come incidente politico, ma come forma di governo necessaria a una società sempre più diseguale, impoverita e frammentata. Interessante, in questo senso, il capitolo sul lavoro nella scuola e sull’intelligenza artificiale: la “transizione digitale” non viene presentata come progresso neutrale, ma come dispositivo di spossessamento, controllo, intensificazione del lavoro e marginalizzazione degli insegnanti dalle decisioni. Il digitale diventa così una nuova forma di comando, capace di rendere invisibile il lavoro umano e di estendere il tempo di lavoro oltre ogni limite. Il dossier ha anche un chiaro valore militante. Non è un volume accademico neutro, né vuole esserlo. È una cassetta degli attrezzi per leggere la fase e per intervenire dentro di essa. La scelta simbolica di aprire la pubblicazione il 7 aprile, anniversario della retata contro l’Autonomia operaia, lega il presente a una genealogia precisa: la repressione dei movimenti, la chiusura del sistema dei partiti, la criminalizzazione della contestazione sociale.
Il limite, se si vuole individuarne uno, sta forse proprio nella ricchezza del materiale: l’ampiezza dei temi rischia talvolta di produrre un effetto enciclopedico, dove ogni fronte meriterebbe un approfondimento autonomo. Ma è un limite relativo, perché la forza del dossier sta nella sua visione d’insieme. Non offre una somma di articoli separati: costruisce una mappa.
In conclusione, Dossier Italia è un testo prezioso perché nomina l’autoritarismo dove spesso il discorso pubblico vede solo “sicurezza”, “modernizzazione”, “governabilità”, “emergenza”, “innovazione”. Mostra che dietro queste parole si muove un progetto coerente: più potere all’esecutivo, più penale per i poveri, più frontiere per i migranti, più carcere per gli esclusi, più mercato nei servizi pubblici, più controllo nei luoghi della formazione e del lavoro.
È un dossier da leggere non solo per capire il governo Meloni, ma per capire l’Italia che lo ha reso possibile. E soprattutto per riconoscere le crepe, i conflitti, le resistenze da cui può nascere un’alternativa.
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