L’incubo ungherese di Gino e Zaid A. Gli Antifa restano «terroristi»


di Mario di Vito e Marta Massa*


La partita delle estradizioni. Accuse incrociate processi gemelli, ma per la consegna conta anche il passaporto. Lettere e appelli per abolire la legge di Orbán, ma il governo Magyar si chiude nel silenzio

L’incubo è sempre lo stesso per gli antifascisti: finire in Ungheria, nel tritacarne del Budapest-Komplex, il processo per le aggressioni ai neonazisti durante il Tag der Ehre, le tradizionali celebrazioni delle imprese militari delle Ss durante la Seconda guerra mondiale.

La partita dei mandati d’arresto europei stilati dalla procura di Budapest e dei procedimenti di estradizioni conseguenti resta complicatissima: anche se l’era di Viktor Orbàn è finita, la persecuzione degli Antifa non ha subito variazioni di sorta. E i rischi connessi all’equità del processo e ai trattamenti inumani e degradanti in carcere sono gli stessi di sempre.

Due sono le situazioni ancora in sospeso, quella di Rexhino Abazaj, «Gino», e quella di Zaid A. Entrambi sono in Francia, ma se il primo è ricercato sia dalla Germania sia dall’Ungheria, per quanto riguarda il secondo la Bundesanwaltschaft, la procura federale tedescha, si è dichiarata incompetente per motivi di cittadinanza. In buona sostanza, il fatto che Zaid A. sia cittadino siriano impedisce agli inquirenti di perseguirlo per fatti compiuti all’estero (a Budapest) senza il coinvolgimento di cittadini tedeschi. Rifugiato in Germania dal 2014, l’antifascista si è costituito in Francia nell’ottobre dell’anno scorso e la sua procedura è ancora pendente.

Abazaj, invece, è ricercato sia dall’Ungheria sia dalla Germania, che lo accusa di aver preso parte al pestaggio (con lesioni guaribili in meno di una settimana) di due cittadini tedeschi all’uscita di un concerto neonazista a Budapest il 10 febbraio del 2023. Mercoledì la Corte d’appello di Parigi ha ordinato la sua consegna alle autorità di Berlino, dove poi la procura federale dovrà decidere in quale procedimento inserirlo. Attualmente ce ne sono due in atto: uno a Düsseldorf a carico di sei persone per i fatti di Budapest e per un episodio avvenuto a Erfurt; e uno a Dresda, dove gli imputati sono sette sia per quanto accaduto in Ungheria sia per associazione a delinquere (è il processo alla cosiddetta Hammerbande, la banda del martello).

Il passaporto albanese di Abazaj non ha peso nella procedura di estradizione, ma ci sarebbe stata la possibilità di gestire la faccenda in Italia se nel 2013 la prefettura di Pavia non gli avesse negato la cittadinanza. Questo nonostante la abbiano entrambi i suoi genitori e lui abbia vissuto qui dall’età di tre anni. Il problema è una vecchia denuncia pendente per un’azione dimostrativa, peraltro finita con un proscioglimento. Da notare che l’unico precedente italiano di antifascista per cui l’Ungheria aveva chiesto la consegna, Gabriele Marchesi, è finito con la Corte d’appello di Milano che ha opposto il suo rifiuto.

Tra questi casi e il processo d’appello a Maja T. – che comincerà a settembre a Budapest – il fronte della caccia agli Antifa torna così a riscaldarsi. Il prossimo 5 settembre, al centro sociale Acrobax di Roma, in occasione del festival Renoize, si terrà l’assemblea nazionale della campagna «Free all antifas». Ad oggi oltre a tante realtà – da Roma, Milano, Bologna, Firenze, Genova, Val Susa, Veneto e Napoli – hanno risposto alla chiamata due delle più importanti realtà che in questi anni si stanno opponendo ai numerosi decreti sicurezza emanati dal governo Meloni: La Rete Liberi/e di Lottare contro stato di guerra e polizia e l’Osservatorio Repressione.

«Vorremmo che l’assemblea fosse un momento orizzontale e pragmatico di organizzazione della solidarietà a livello transazionale, di creazione di strumenti, saperi e relazioni per individuare sinergie e possibili percorsi comuni, in una fase in cui l’antifascismo diventa crimine e abbiamo quindi bisogno di organizzarci insieme per Resistere, costruire solidarietà e creare argini», fanno sapere gli organizzatori dell’assemblea.

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Lo scorso 19 agosto, mercoledì, ha segnato il centesimo giorno dall’insediamento del governo di Péter Magyar in Ungheria. Cento giorni segnati da tentativi di ripristinare la cooperazione con i partner europei e garantire l’erogazione di fondi Ue a seguito del raggiungimento di determinati obiettivi. Tra questi obiettivi c’è la reintegrazione dello stato di diritto nel sistema giuridico ungherese. Lo stesso sistema che il 4 febbraio 2026 ha prodotto una condanna a otto anni contro l’antifascista tedesca Maja T., nonostante l’assenza di prove tangibili.

Secondo il Rapporto sullo Stato di diritto, emanato dalla Commissione Europea il mese scorso, il governo Tisza si sta impegnando in cambiamenti concreti, tra cui l’adesione alla procura europea e lo smantellamento dell’Ufficio per la protezione della sovranità, precedentemente istituito da Orbán. Un organo che garantiva l’accesso a dati personali di cittadini al fine di indagare e sanzionare presunti agenti stranieri. Nonostante ciò, rimangono presenti notevoli carenze nel sistema, tra cui l’ostruzione di spazi civici, che continua a essere classificato come «ostacolato» nel rapporto. Nel paese, ong e gruppi a sostegno comunitario rimangono in condizioni precarie sia a livello di accesso ai fondi pubblici che di sicurezza. La comunità di sinistra e le comunità marginalizzate dell’Ungheria di Magyar rimangono incerte riguardo la possibilità che ci siano sviluppi concreti al riguardo

All’interno di queste incertezze organizzazioni come Tasz e Helsinki, impegnate nella protezione dei diritti fondamentali, nella difesa dello stato di diritto e nell’assistenza legale, rimangono pilastri per la società civile ungherese. Un caso recente riguarda la persecuzione di due attivisti ungheresi, trattenuti in custodia cautelare e perquisiti per aver partecipato a una protesta contro il Cpac (Conservative Political Action Conference), tenutasi a Budapest poco prima delle elezioni. I due attivisti sono stati trattenuti per diverse ore, i loro appartamenti perquisiti.

Poche settimane dopo la caduta del governo di Fidesz, il processo contro entrambi è caduto. Un segno evidente delle connessioni che c’erano tra le forze di polizia e il governo di Orbán. Le organizzazioni indipendenti, i gruppi di sostegno comunitario e i centri sociali nel governo Tisza rimangono punti saldi per gli individui emarginati o perseguitati, ma le prospettive sono incerte.

«Chiediamo una revisione immediata dei decreti governativi recentemente introdotti che dichiarano Antifa e Hammerbande organizzazioni terroristiche, con particolare riguardo alla legislazione sull’elenco nazionale contro il terrorismo», si legge in una lettera inviata di recente al nuovo presidente da Measz, la Federazione della resistenza ungherese dei combattenti e antifascisti. «Il principio fondamentale dello stato di diritto è che le leggi devono definire con precisione i reati – si afferma ancora nella lettera -. Definire Antifa, inteso come termine collettivo ideologico generico, come un gruppo terroristico rischia di stigmatizzare organizzazioni civili pacifiche e rispettose della legge, nonché la libertà di espressione. Gli atti di violenza individuali e radicali dovrebbero essere puniti in conformità con il codice penale vigente, sulla base della responsabilità individuale, senza equiparare il legittimo principio democratico dell’antifascismo al terrorismo».

In questi primi cento giorni Magyar non si è però mai espresso sulla legge varata da Viktor Orbán a settembre 2025 che mira a criminalizzare i gruppi antifascisti, sia locali sia internazionali, come organizzazioni terroristiche. Le risposte sul posizionamento del governo Tisza riguardo l’effettivo ripristino dello stato di diritto nella sua totalità e sull’antifascismo avranno il loro palcoscenico il mese prossimo, quando ci saranno le nuove udienze del processo a carico di Maja T. per i fatti del Giorno dell’onore del 2023.

Dopo le elezioni di aprile 2026, alla fine dei 16 anni di governo di Viktor Orbán, si prospetta per Maja e per la sinistra ungherese una nuova fase. Sospesa tra tante promesse ancora incompiute.

*da il manifesto



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