Taser contro i manifestanti, scioperi della fame nei centri di detenzione, simboli vicini all’estrema destra e retorica della “remigrazione”: l’apparato di Trump assume sempre più i tratti di una macchina repressiva permanente
C’è un filo che collega le cariche con spray urticante e taser davanti al centro di detenzione di Delaney Hall, nel New Jersey, alle campagne social del Dipartimento per la Sicurezza Interna che strizzano l’occhio all’immaginario suprematista bianco. È lo stesso filo che unisce la criminalizzazione dei migranti, la repressione del dissenso e la costruzione di un nemico interno permanente. Oggi quel filo ha un nome preciso: Immigration and Customs Enforcement.
A Newark, davanti a Delaney Hall, si sta consumando uno degli episodi più significativi della nuova stagione repressiva americana. All’interno della struttura, gestita dal colosso privato GEO Group grazie a un contratto miliardario firmato durante l’amministrazione Donald Trump, centinaia di detenuti hanno avviato uno sciopero della fame e del lavoro per denunciare condizioni disumane: cibo infestato da vermi, cure mediche insufficienti, minacce e violenze. La risposta dell’ICE non è stata il dialogo ma la forza. Quando gli attivisti hanno tentato di impedire il trasferimento di Martín Soto, uno degli organizzatori dello sciopero, gli agenti federali hanno risposto con lacrimogeni, spray urticante, manganelli e taser. Diversi manifestanti sono stati spinti verso il traffico stradale mentre cercavano di sfuggire alle cariche. Perfino il senatore democratico Andy Kim, presente per mediare dopo una visita ispettiva, è stato colpito dagli agenti federali.
La scena ricorda sempre più le immagini viste nei mesi scorsi a Minneapolis: uomini armati, mezzi blindati, agenti a volto coperto, manifestanti trattati come una minaccia militare. Non a caso molti osservatori parlano apertamente di una progressiva trasformazione dell’ICE da agenzia amministrativa a forza para-poliziesca permanente, dotata di fondi praticamente illimitati e di un mandato politico sempre più ampio.
Ma ciò che emerge dalle ultime rivelazioni va oltre la repressione materiale.
Un bollettino di intelligence del Colorado ha lanciato l’allarme sull’utilizzo, da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna, di simboli, linguaggi e riferimenti che circolano abitualmente negli ambienti suprematisti bianchi. Tra questi compare il termine “remigrazione”, parola d’ordine oggi centrale nell’estrema destra europea e americana, utilizzata per sostenere l’espulsione di massa degli immigrati e delle minoranze considerate “non assimilate”. Un concetto che affonda le proprie radici nelle teorie della “Grande sostituzione” e nei progetti etnonazionalisti contemporanei. Gli analisti segnalano anche l’uso di meme e iconografie che negli anni sono stati adottati dai circuiti neonazisti online. Non semplici coincidenze grafiche, ma messaggi che hanno trovato immediata risonanza nei forum suprematisti, dove numerosi utenti hanno iniziato a incoraggiarsi reciprocamente a entrare nell’ICE per trasformarla in una vera e propria milizia ideologica. Alcuni hanno parlato esplicitamente di “accelerare il conflitto” e preparare una guerra razziale interna.
Il dato più inquietante è che questi richiami non vengono più relegati ai margini oscuri di internet. Entrano nel linguaggio delle istituzioni. Diventano parte della comunicazione pubblica. Normalizzano l’idea che il migrante sia un invasore, che la deportazione sia una soluzione politica e che la sicurezza coincida con l’espulsione e la segregazione.
Intanto, nei centri di detenzione, la protesta si allarga. Oltre a Delaney Hall, scioperi della fame e del lavoro vengono segnalati anche in California e in altre strutture federali. All’esterno nascono reti di solidarietà, presidi permanenti e gruppi di monitoraggio come Eyes on Ice New Jersey, che cercano di documentare trasferimenti forzati, abusi e condizioni detentive. È una forma di mutualismo che ricorda quanto accaduto dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020: comunità che si organizzano perché non si fidano più degli apparati incaricati di garantire la sicurezza.
L’ICE continua a presentarsi come uno strumento di difesa nazionale. Sui SUV blu scuro schierati davanti ai centri di detenzione campeggia lo slogan: “Defend the Homeland”. Ma sempre più persone si chiedono quale patria venga davvero difesa. Quella della Costituzione e dei diritti, oppure quella immaginata da chi sogna frontiere militarizzate, deportazioni di massa e un ordine fondato sulla paura.
La questione non riguarda soltanto i migranti. Riguarda la direzione che stanno prendendo gli Stati Uniti. Perché quando la detenzione amministrativa si fonde con la repressione politica, quando il linguaggio dell’estrema destra entra nelle istituzioni e quando chi protesta viene trattato come un nemico interno, il confine tra democrazia e autoritarismo comincia a diventare sempre più sottile.
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