L’ICE si ritira dal Minnesota: non è la fine, è un cambio di tattica

Homan annuncia la fine dell’Operation Metro Surge, Walz parla di trauma. Ma l’agenzia si espande e Minneapolis diventa un laboratorio di resistenza

«Fine dell’operazione in Minnesota». L’annuncio è arrivato il 12 febbraio dalla voce di Tom Homan, inviato dell’amministrazione Donald Trump a Minneapolis e architetto della campagna di espulsioni di massa. Dopo settimane di tensioni, raid, presidi quotidiani e due manifestanti uccisi, Homan ha comunicato in conferenza stampa che la famigerata Operation Metro Surge verrà gradualmente smantellata.

«Ho proposto di mettere fine all’operazione, e il presidente Trump ha accettato», ha detto. Una riduzione significativa degli agenti sarebbe già iniziata, con un’ulteriore accelerazione prevista nei giorni successivi. Una parte del contingente, però, resterà: «Un piccolo contingente rimarrà per il periodo di tempo necessario alla chiusura e al passaggio del pieno comando e controllo all’ufficio sul campo». Tradotto: non è una ritirata, è una riorganizzazione.

E infatti Homan non ha mai parlato di stop ai controlli. Al contrario: ha ribadito la formula del ricatto permanente. «Se sei in questo Paese illegalmente sei sempre nel mirino», ha dichiarato, promettendo «tolleranza zero» verso chi interferirà con le operazioni. La repressione, insomma, cambia forma. Ma non cambia sostanza.

Tre mesi di occupazione federale

Da dicembre migliaia di agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement erano stati schierati a Minneapolis, città amministrata dai democratici e simbolo, dal 2020, di una frattura nazionale: quella aperta dall’omicidio di George Floyd. I raid hanno sconvolto la vita quotidiana. Molti abitanti si sono nascosti in casa per settimane, scuole e attività commerciali hanno vissuto un clima da stato d’assedio, mentre migliaia di persone continuavano a manifestare.

La protesta si è radicalizzata dopo l’uccisione di due cittadini statunitensi: Renée Good, il 7 gennaio, e Alex Pretti, il 24 gennaio. La loro morte ha trasformato la mobilitazione in qualcosa di più profondo: non più solo difesa dei migranti, ma rifiuto esplicito dell’ICE come forza di occupazione interna.

Il luogo simbolo di questa stagione resta il Bishop Henry Whipple Federal Building, quartier generale dell’operazione e sede di una struttura del Dipartimento per la Sicurezza Interna usata per trattenere persone fermate dall’ICE. È lì che, dal 1° dicembre, si sono succeduti presidi, cortei, picchetti e scontri.

Walz: «Serviranno anni per sanare il trauma»

La sera precedente all’annuncio di Homan, il governatore del Minnesota Tim Walz si era detto «cautamente ottimista» sul ritiro imminente. Ma il suo intervento ha avuto un tono ben diverso da quello trionfalistico dell’amministrazione federale: Walz ha parlato di una popolazione «esausta e traumatizzata», di un’economia compromessa, di anni necessari per riparare il danno.

Walz ha riferito di aver parlato con Homan e con la capa dello staff della Casa Bianca Susie Wiles, colloqui che avrebbero aperto la strada alla de-escalation. Nel frattempo ha proposto un pacchetto di misure federali per sostenere le aziende colpite dall’operazione.

Anche il sindaco Jacob Frey ha rivendicato la tenuta della città: «Pensavano di poterci spezzare, ma l’amore per il prossimo e la determinazione a resistere possono durare più a lungo di un’occupazione».

La paura non finisce con un comunicato

Per gli attivisti, però, l’annuncio non basta. Erika Zurawski, cofondatrice del Minnesota Immigrant Rights Action Committee, ha parlato apertamente di «dolore allo stomaco» dopo aver ascoltato Homan. Il motivo è semplice: l’inviato di Trump ha insistito su «livelli di coordinamento senza precedenti» tra ICE, autorità statali e forze dell’ordine locali.

E quando l’ICE parla di “coordinamento”, storicamente, significa una cosa sola: normalizzazione della caccia all’uomo, trasformata in routine amministrativa.

Minneapolis, un modello di resistenza dal basso

Il dato politicamente più interessante di questa vicenda non è il ritiro. È ciò che è nato contro l’ICE.

A Minneapolis si è formato un movimento senza leader, radicato nei quartieri, che ha unito mondi diversi: attivisti, genitori, insegnanti, commercianti, comunità religiose, avvocati, anziani che non avevano mai partecipato a una protesta. Una rivolta civile stratificata, capace di tenere insieme rabbia e disciplina.

Le scene raccontate nelle ultime settimane sono diventate un linguaggio comune: convogli di SUV dell’ICE circondati da decine di persone con telefoni in mano; fischietti identici usati per segnalare la presenza degli agenti; chat criptate su Signal per seguire gli spostamenti; osservatori legali addestrati a documentare senza esporsi inutilmente; reti di quartiere nate dopo il 2020 e riattivate come infrastruttura di difesa collettiva.

In un edificio la cui posizione resta volutamente riservata, decine di migliaia di persone sono state formate – soprattutto dal dicembre 2025 – per diventare osservatori legali e per affrontare simulazioni di retate, irruzioni in casa, trasferimenti in aeroporto. Un addestramento civile, inedito per dimensioni e continuità.

Molti non si definiscono “manifestanti”, ma “protettrici”: delle loro comunità, dei valori costituzionali, dell’idea stessa di democrazia. È un passaggio cruciale: quando un pezzo di società si percepisce come scudo, significa che lo Stato è diventato minaccia.

Mutualismo: cibo, ripari, reti di protezione

Accanto alla protesta, è cresciuto il mutualismo. Caffè caldo distribuito ai presidi in pieno inverno, megafoni, tende da pesca sul ghiaccio per resistere alle temperature polari, pasti consegnati alle famiglie che non escono più di casa, reti informali per proteggere chi rischia l’arresto.

Le chiese – cattoliche e luterane, storicamente centrali nell’accoglienza dei rifugiati – sono diventate snodi di resistenza. Pastori e guide religiose sono stati arrestati, trascinati a terra, colpiti durante i sit-in. Il conflitto ha prodotto una domanda morale che non si vedeva da tempo negli Stati Uniti: quando infrangere la legge diventa un dovere?

Ma l’ICE si allarga: 150 nuovi uffici

E qui sta il punto. Il ritiro dal Minnesota non è un arretramento strategico. È una redistribuzione delle forze.

Un’inchiesta di Wired ha rivelato i dettagli dell’espansione nazionale: l’ICE sta aprendo 150 nuovi uffici in quasi tutti gli Stati, spesso in aree metropolitane o immediate vicinanze, e con una geografia inquietante: vicino a scuole elementari, studi medici, luoghi di culto. A El Paso, accanto a centri sanitari e attività commerciali. A Irvine, vicino a servizi per l’infanzia. Nei dintorni di Houston, a pochi isolati da una scuola materna.

È un messaggio politico chiaro: l’ICE vuole essere visibile, quotidiana, inevitabile. Non solo un’agenzia. Una presenza permanente.

Il dopo-Minnesota: la battaglia cambia terreno

Nei prossimi mesi si capirà quanto sollievo porterà davvero il ritiro. Perché il trauma non si cancella con un comunicato stampa e la paura non si scioglie quando i convogli se ne vanno: resta nei bambini barricati a scuola, nei commercianti che hanno perso l’80% delle vendite, nelle famiglie che hanno smesso di andare in moschea o al lavoro.

E resta anche un’altra cosa: una competenza collettiva, una rete, un’idea di resistenza democratica che potrebbe contagiare altre città.

Minneapolis è stata scelta come bersaglio per essere spezzata. Ha risposto trasformandosi in un laboratorio. L’ICE si ritira dal Minnesota, sì. Ma l’America che ha resistito, adesso, sa come difendersi. E questo – per Trump e Homan – è forse il risultato più pericoloso di tutti.

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