Resistenza di strada contro un apparato federale armato: quando la violenza dell’ICE diventa politica e i democratici restano a guardare.
A Minneapolis la parola “resistenza” ha smesso da tempo di essere uno slogan. È diventata pratica quotidiana, organizzazione dal basso, interposizione dei corpi. È diventata turni notturni, reti di allerta, telefoni che squillano quando compaiono furgoni senza insegne e uomini armati con il volto coperto. È diventata, soprattutto, una risposta concreta a una violenza che non è più episodica, ma sistemica: quella esercitata dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE), trasformata negli ultimi mesi in una vera e propria milizia politica.
Per settimane, però, questa violenza è rimasta confinata ai margini del racconto pubblico. Migranti, lavoratori senza documenti, attivisti, persone considerate sacrificabili: corpi “di minor valore”, per usare una formula brutale ma onesta. Le cose sono cambiate quando quella violenza ha colpito un uomo che non rientrava in nessuna di quelle categorie. L’uccisione di Alex Pretti — maschio, bianco, eterosessuale, cittadino statunitense e legale portatore d’arma — ha segnato il superamento di una linea invisibile ma decisiva. All’improvviso, ciò che fino a quel momento era stato tollerato è diventato intollerabile. La reazione è stata più ampia, più vocale, più trasversale. Non perché la violenza fosse nuova, ma perché aveva colpito il bersaglio “sbagliato”.
L’esecuzione sommaria di Pretti è arrivata al termine di una settimana che, negli Stati Uniti, aveva assunto i contorni di un’accelerazione autoritaria. Le rivendicazioni sulla Groenlandia, l’annuncio del “Board of Peace” su Gaza, l’intensificarsi delle operazioni dell’ICE in diverse città: tutto sembrava indicare una crisi pronta a esplodere come lacerazione politica irreversibile. Si parlava apertamente di guerra civile. Poi, dopo l’ennesima uccisione ingiustificata — preceduta da quella di Renée Good — qualcosa si è incrinato. Donald Trump ha preso, almeno a parole, le distanze dall’operato dell’ICE; sono state annunciate revisioni nella catena di comando; molti, dentro e fuori gli Stati Uniti, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Ma sarebbe un errore scambiare questa pausa per una svolta. Se c’è stato un arresto momentaneo, il merito va attribuito prima di tutto ai cittadini che, a Minneapolis più che altrove, hanno costruito forme di resistenza non violenta capaci di inceppare la macchina della repressione. Non manifestazioni rituali, ma interposizione fisica. Non appelli generici, ma azione diretta. Minneapolis è diventata un bersaglio privilegiato proprio per questo: perché la presenza di immigrati è numericamente significativa e politicamente organizzata, perché qui sono nate esperienze di militanza per i diritti che rappresentano l’antitesi del progetto suprematista che guida oggi le politiche migratorie federali.
Per quel progetto, il lavoratore straniero deve vivere in uno stato di permanente ricattabilità. Deve sapere che il suo lavoro, i suoi affetti, perfino la sua vita dipendono dall’arbitrio di chi occupa una posizione “superiore” non solo nella gerarchia economica, ma in quella razziale. È questa pedagogia del terrore il vero obiettivo delle incursioni dell’ICE: non l’applicazione della legge, ma l’addestramento alla subordinazione.
Questo aiuta a capire anche perché l’uccisione di Pretti abbia prodotto una reazione diversa. Anche Renée Good era bianca, ma era una donna e aveva una partner dello stesso sesso. La stampa trumpiana si era affrettata a segnalarlo, costruendole addosso, prima ancora della sepoltura, il ruolo di minaccia interna al “nuovo ordine”. Pretti, invece, non poteva essere facilmente ricollocato in quella categoria. La sua morte ha costretto una parte dell’opinione pubblica a guardare in faccia ciò che stava accadendo.
Eppure Pretti e Good non sono stati i primi. Prima di loro ci sono stati morti, feriti, persone scomparse, famiglie spezzate. Ma erano vittime che il sistema aveva già classificato come sacrificabili. Solo quando la violenza ha colpito un soggetto percepito come “normale” una parte del Paese ha sentito il bisogno di reagire. Persino alcuni settori moderati del Partito Democratico hanno lanciato timidi segnali di allarme. Lo hanno fatto anche Bill Clinton e Barack Obama, ciascuno con la vaghezza prudente che si addice a un ex presidente: parole pesate, preoccupazione espressa, zero indicazioni operative.
Sarebbe però ingenuo annunciare un cessato pericolo. Anche Mussolini, nelle ore successive al rapimento di Matteotti, si disse pubblicamente fiducioso di un suo imminente ritorno in Parlamento. Sappiamo come andò a finire, con l’assunzione della “responsabilità politica, morale e storica” di quel delitto e di tutte le violenze che lo precedettero e lo seguirono. Le pause tattiche non sono inversioni di rotta.
Negli Stati Uniti, la parola “resistenza” è stata talmente diluita da poter includere tanto le manifestazioni garbate di disappunto di Chuck Schumer quanto le forme di interposizione non violenta che sono costate la vita a Good e Pretti. Finora, tra i moderati repubblicani e democratici, c’è stata una preferenza netta per le prime. Qualcuno forse sta riconsiderando quella scelta, ma è presto per dire che il movimento nato nelle strade delle città occupate dall’ICE abbia raggiunto il cuore delle istituzioni. Ci sarà un’opposizione compatta ai finanziamenti destinati a questa milizia federale? Sarà più efficace del nostro Aventino? Il futuro, per ora, resta aperto.
Dopo la Seconda guerra mondiale, riflettendo sulle responsabilità della sua generazione, Maurice Merleau-Ponty scrisse che avevano “segretamente risolto di ignorare la violenza e la sventura come elementi della storia”. Sapevano dei campi, delle persecuzioni, ma quelle certezze restavano astratte. Tutto cambiò quando la crudeltà divenne visibile, quando “quegli autobus pieni di bambini” attraversarono Parigi. La domanda che Minneapolis pone oggi è la stessa: saremo capaci di affrontare la violenza quando non colpisce solo gli altri?
Con due cittadini statunitensi uccisi nelle strade della città in poco più di due settimane e agenti federali che rapiscono e detengono bambini di due anni, ci si sarebbe potuti aspettare una risposta forte dal partito di opposizione nominale. Invece, i democratici hanno offerto esitazioni, distinguo, mezze misure. A livello federale, sette deputati democratici hanno votato con i repubblicani per aumentare i fondi all’ICE. Al Senato si promette di fermare la legge, ma l’impegno appare fragile. Le eccezioni — come i tentativi di limitare l’uso della forza dell’agenzia — restano minoritarie e destinate a arenarsi.
In Minnesota, il governatore Tim Walz ha alternato dichiarazioni di irritazione a inviti alla calma, senza fornire strumenti politici concreti per espellere l’ICE dallo Stato o chiamare i responsabili a rispondere delle uccisioni. Il sindaco di Minneapolis ha alzato i toni verbali, ma le parole, da sole, non fermano i furgoni né salvano vite. Intanto, nelle strade, la pressione cresce.
Il problema non è solo morale, è politico. Il Partito Democratico è prigioniero di un mondo che ha costruito da sé, in cui qualsiasi azione capace di alienare donatori o mitici elettori moderati viene percepita come un rischio esistenziale. Così finisce per svolgere un ruolo preciso: contenere l’energia della rabbia, disinnescare il conflitto, garantire che nulla di ciò che nasce dall’indignazione popolare metta davvero in discussione le strutture di potere.
A Minneapolis, però, questa strategia rischia di fallire. Perché lì la resistenza non aspetta il via libera delle istituzioni. Si muove, si organizza, si difende. E mostra, con una chiarezza che a Washington sembra mancare, che di fronte a una violenza sistemica non bastano le parole. Serve scegliere da che parte stare.
Sulle richieste delle piazze e il dibattito politico apertosi a sinistra negli Usa, Radio Onda d’Urto ha raccolto le riflessioni di Sergio Grossi, docente di criminologia alla John Jay College of Criminal Justice di New York Ascolta o scarica
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