Liberi Thiago Ávila e Saif Abukeshek: la mobilitazione internazionale rompe il muro dell’impunità israeliana

Dopo giorni di detenzione illegale, isolamento e sciopero della fame, i due attivisti della Global Sumud Flotilla saranno espulsi da Israele. La loro liberazione è una vittoria politica contro il sequestro in mare e la repressione della solidarietà con Gaza

Thiago Ávila e Saif Abukeshek sono finalmente liberi. Dopo giorni di detenzione illegale, isolamento, minacce, torture psicologiche e sciopero della fame, i due attivisti della Global Sumud Flotilla rapiti dalla marina israeliana in acque internazionali al largo di Creta saranno rilasciati ed espulsi da Israele nei prossimi giorni.

La notizia è arrivata dopo che lo Shabak, il servizio di intelligence israeliano, ha informato il team legale di Adalah — l’organizzazione che ha seguito la loro difesa — della decisione di interrompere la detenzione. Una svolta che arriva non per un improvviso rispetto del diritto internazionale da parte di Israele, ma per effetto della gigantesca pressione politica, diplomatica e popolare costruita in questi giorni in tutto il mondo.

Per oltre una settimana Ávila e Abukeshek sono stati detenuti illegalmente dopo il loro rapimento avvenuto il 30 aprile, quando le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla furono assaltate dalla marina israeliana in pieno Mediterraneo, a oltre mille chilometri da Gaza e fuori da qualsiasi giurisdizione israeliana. Una vera e propria operazione di pirateria internazionale contro una missione civile e umanitaria composta da centinaia di attivisti disarmati.

Mentre gli altri partecipanti erano stati successivamente rilasciati a Creta, i due attivisti erano stati separati dal resto della missione e deportati in Israele dopo due giorni di trasferimento forzato sulle navi militari israeliane. Da quel momento erano stati rinchiusi nel centro di detenzione di Ashkelon, sottoposti a isolamento e interrogatori da parte dello Shabak.

Le testimonianze raccolte dagli avvocati parlano di condizioni durissime: isolamento totale, minacce di morte, torture psicologiche, condizioni punitive incompatibili con qualsiasi standard di tutela dei diritti umani. Suhad Bishara, direttrice di Adalah, ha denunciato apertamente le violenze subite dai due attivisti e l’illegalità dell’intera operazione.

Il punto centrale resta infatti immutato: Ávila e Abukeshek non sono mai stati arrestati legalmente. Sono stati sequestrati in acque internazionali mentre si trovavano a bordo di una nave battente bandiera italiana. E questo dettaglio giuridico e politico è fondamentale.

Come ricordato dagli stessi legali di Adalah, il fatto che i due attivisti si trovassero su un’imbarcazione italiana li poneva sotto giurisdizione italiana. L’abbordaggio e il successivo trasferimento forzato in Israele rappresentano quindi una violazione diretta del diritto internazionale e della sovranità dello Stato italiano.

Per giorni Israele ha tentato di costruire attorno ai due attivisti una narrazione criminalizzante, accusandoli genericamente di “attività illegali”, “contatti con agenti stranieri” e persino di “affiliazione terroristica”. Accuse mai sostanziate, prive di basi giuridiche concrete, utilizzate evidentemente per giustificare politicamente una detenzione che non poteva reggere sul piano del diritto.

Ed è proprio qui che emerge il significato politico di questa liberazione. Non si tratta di un gesto umanitario israeliano. È il risultato di una sconfitta politica e mediatica per Tel Aviv.

In questi giorni la vicenda della Flotilla ha rotto il muro del silenzio internazionale. Manifestazioni, presidi, campagne pubbliche, interrogazioni parlamentari, pressioni diplomatiche e iniziative legali hanno reso impossibile continuare a trattare il caso come una normale operazione di sicurezza.

La mobilitazione è cresciuta ovunque: nelle piazze europee, nei movimenti internazionali, nei sindacati, nelle università, tra gli attivisti per i diritti umani e dentro una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale sempre più indignata davanti alla violenza dell’assedio contro Gaza.

Particolarmente forte è stata la pressione attorno alla figura di Saif Abukeshek, attivista palestinese residente a Barcellona, il cui sciopero della fame e della sete aveva aggravato enormemente le preoccupazioni per le sue condizioni fisiche. Il governo spagnolo, attraverso il ministro degli Esteri José Manuel Albares, ha confermato che l’attivista lascerà Israele attraverso il confine con l’Egitto e che Madrid si sta attivando per garantirne il rientro il prima possibile.

Ma la liberazione dei due attivisti non chiude affatto la vicenda. Al contrario, apre una questione ancora più grande: quella delle responsabilità politiche e giuridiche per quanto accaduto.

Restano il sequestro in mare, l’abbordaggio illegale, le violenze denunciate dagli attivisti, la detenzione arbitraria, gli interrogatori senza garanzie, le torture psicologiche, il tentativo di criminalizzare una missione umanitaria e pacifica.

Restano le responsabilità di Israele, ma anche quelle dei governi europei che per giorni hanno reagito con estrema cautela o con un silenzio imbarazzante di fronte a un’operazione che ha violato apertamente il diritto internazionale.

E resta soprattutto Gaza. Perché la Global Sumud Flotilla nasceva con un obiettivo preciso: rompere il blocco e portare aiuti a una popolazione stremata da mesi di bombardamenti, fame e distruzione.

Per questo gli organizzatori insistono: la battaglia non finisce con il rilascio di Ávila e Abukeshek. La mobilitazione continuerà fino alla fine dell’assedio, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi e per l’accertamento delle responsabilità sui crimini commessi.

La loro liberazione è una vittoria importante. Dimostra che la pressione internazionale può incrinare anche l’arroganza dell’impunità. Dimostra che la solidarietà internazionale non è stata piegata dalla repressione.

Ma soprattutto dimostra una cosa: chi voleva intimidire il movimento globale per la Palestina ha ottenuto l’effetto opposto.

La Flotilla non è stata spezzata. È diventata un simbolo ancora più potente della resistenza civile contro il genocidio e contro il tentativo di trasformare il Mediterraneo in uno spazio dove la forza militare decide chi può muoversi, chi può aiutare, chi può parlare.

Ed è proprio per questo che la mobilitazione continua. Perché finché Gaza resterà sotto assedio, nessun rilascio potrà essere considerato sufficiente.

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