Liberare Öcalan, difendere il Rojava: il 14 febbraio le piazze italiane contro l’assedio di Kobane

Nel 27° anniversario del “giorno nero” del 1999, Roma e Milano chiamano alla mobilitazione mentre il Consiglio Democratico Siriano denuncia: «punizione collettiva» e «crimine contro l’umanità»

Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan, leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, catturato nel 1999 a Nairobi, in Kenya, e da allora detenuto sull’isola-carcere di Imrali, nel mar di Marmara, in Turchia. Per il movimento curdo e per le comunità curde della diaspora, quella data è da sempre il “giorno nero”, una ferita politica che non si è mai chiusa e che ogni anno torna a imporsi nello spazio pubblico con manifestazioni in Kurdistan, in Europa e in molte altre parti del mondo.

Nel 2026, però, questa ricorrenza cade in un momento particolarmente drammatico. L’esperienza rivoluzionaria di autogoverno del Nord-Est siriano, costruita negli anni secondo il modello del confederalismo democratico, affronta una minaccia che viene percepita come esistenziale. E Kobane, la città che nel 2014 divenne un simbolo globale della resistenza contro l’ISIS, è oggi di nuovo sotto assedio. È un ritorno sinistro, non perché la storia si ripeta identica, ma perché torna la stessa logica: colpire ciò che rappresenta un’alternativa politica concreta, e ridurla a un ricordo.

Öcalan, prima del rapimento, si trovava in Kenya perché diretto in Sud Africa, dove Nelson Mandela gli aveva offerto asilo politico dopo che diversi paesi europei, Italia compresa, glielo avevano negato. Da mesi, infatti, il leader curdo aveva lasciato la Siria, minacciata dalla Turchia di invasione se non l’avesse cacciato dal proprio territorio. Aveva intrapreso un viaggio in Europa con un obiettivo preciso, ottenere appoggio diplomatico per una soluzione politica della questione curda. La sua cattura e la consegna allo Stato turco, secondo il movimento curdo, furono orchestrate da servizi segreti di diverse potenze capitaliste e imperialiste globali, ed è per questo che viene ancora definita un “complotto internazionale”.

Ogni anno, il 15 febbraio, le comunità curde scendono in piazza perché vedono in Öcalan non soltanto un leader, ma un’avanguardia politica e intellettuale. Quest’anno, tuttavia, la mobilitazione assume un significato ulteriore, perché la sua figura è intrecciata in modo diretto con ciò che sta accadendo nel Nord e nell’Est della Siria. Il confederalismo democratico, infatti, è il progetto politico sviluppato proprio da Öcalan, una proposta che rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e immagina autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. È questo modello che, nel Rojava, ha reso possibile una convivenza plurale tra curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze, ed è in questo quadro che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite.

È anche per questo che, oggi, Kobane torna a essere un punto sensibile. In una dichiarazione pubblica, il Consiglio Democratico Siriano descrive una situazione che, nelle sue parole, dura “da oltre tre settimane” e che colpisce più di mezzo milione di persone, includendo non solo i residenti originari della città ma anche molte famiglie sfollate che negli anni vi avevano trovato rifugio provenendo da Afrin, dai quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, da Tabqa, Raqqa e dalle aree rurali circostanti. L’assedio, denuncia il Consiglio, è accompagnato dalla sospensione deliberata dei servizi di elettricità e acqua e da restrizioni sull’ingresso di forniture mediche, cibo, carburante e altri beni essenziali. Il risultato è un peggioramento “allarmante” delle condizioni umanitarie e sanitarie, con gravi carenze di cibo, latte artificiale per neonati e medicinali essenziali, mentre le strutture sanitarie affrontano un esaurimento critico delle scorte.

Il Consiglio Democratico Siriano definisce apertamente questa situazione come una “punizione collettiva”, sottolineando che si tratta di una grave violazione degli standard umanitari internazionali. La condanna, però, va oltre: l’SDC considera l’assedio imposto alla città un crimine contro l’umanità e una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale e delle convenzioni pensate per proteggere i civili durante i conflitti armati. E aggiunge un passaggio che suona come un atto d’accusa: le parti che impongono l’assedio sono pienamente responsabili, legalmente e moralmente, di ogni vittima civile che possa morire a causa della fame, delle malattie o della mancanza di cure essenziali.

Nel testo c’è anche una richiesta esplicita all’autorità provvisoria di Damasco affinché apra immediatamente tutti i valichi e consenta l’ingresso di cibo, medicinali, carburante e beni di prima necessità. E soprattutto c’è una frase che sintetizza l’intero nodo politico: “L’unità della Siria non può essere costruita attraverso l’affamamento del suo popolo, ma attraverso la tutela della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali”. Il Consiglio invita inoltre tutte le forze democratiche siriane a prendere posizione e sollecita la Coalizione Globale contro l’ISIS ad adempiere alle proprie responsabilità intervenendo con urgenza per revocare l’assedio e prevenire un collasso umanitario che potrebbe compromettere la relativa stabilità del Nord-Est. Infine, l’SDC si rivolge alle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza, chiedendo missioni investigative indipendenti, corridoi umanitari urgenti e il riconoscimento di queste violazioni nel quadro dei crimini che richiedono responsabilità internazionale, ribadendo che dichiarazioni e preoccupazioni non sono più sufficienti.

In Italia, un comunicato firmato da Uiki Onlus, Rete Kurdistan, Centro socio-culturale Ararat di Roma e Associazione confederalismo democratico Kurdistan di Milano lega questa denuncia al senso politico della mobilitazione. Il testo si apre con un confronto che pesa come una condanna: undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio Kobane, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica, scrivono le realtà firmatarie, perché l’obiettivo resta quello di cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza.

Il comunicato descrive una città senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti cercano rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, e le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF, sottolineano gli autori, continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri dell’ISIS, ma un collasso di prigioni e campi rischierebbe di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. In questo quadro, la rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno vengono descritti come messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale.

È qui che il tema della liberazione di Öcalan torna centrale. Dal 1999, la sua detenzione in isolamento viene descritta come una violazione dei diritti umani e, soprattutto, come un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda nei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Il comunicato ricorda che Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati e che la sua liberazione è considerata un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Le realtà firmatarie richiamano anche un elemento recente, affermando che il leader curdo avrebbe mostrato la volontà di concludere il conflitto aprendo la via a un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK, un processo che oggi appare più fragile che mai.

In questo scenario, la mobilitazione del 14 febbraio viene presentata come un gesto necessario, perché tacere significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi, da oltre dieci anni, dimostra che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. E perché ciò che è in gioco, a Kobane, non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico, la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, capace di sfidare insieme il fondamentalismo e il centralismo autoritario.

Gli appuntamenti in Italia sono:

  • ROMA – 14 febbraio ore 14:30 – Piazza Indipendenza
  • MILANO – 14 febbraio ore 14:30 – Largo Cairoli
  • CAGLIARI – 14 febbraio ore 17 – Piazza Garibaldi

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