Oltre 3.400 morti, un milione di sfollati e la capitale libanese sotto minaccia. Mentre Israele intensifica la guerra e colpisce ospedali e quartieri civili, Europa e Stati Uniti si limitano a dichiarazioni impotenti, lasciando il Libano sprofondare nel caos.
Mentre il mondo continua a concentrarsi su Gaza e sull’Iran, Israele ha aperto un nuovo e devastante fronte di guerra contro il Libano. Nelle ultime settimane il governo Netanyahu ha intensificato una campagna militare che sta portando il Paese dei cedri verso il collasso definitivo. I numeri parlano da soli: quasi 3.500 morti, oltre 10mila feriti e più di un milione di sfollati. Una catastrofe umanitaria che si consuma nel quasi totale immobilismo della comunità internazionale. Lunedì la situazione ha raggiunto un nuovo livello di gravità quando Israele ha minacciato apertamente di colpire la periferia sud di Beirut, la Dahieh, dove vivono centinaia di migliaia di persone.
Nelle prime ore del mattino il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno invitato la popolazione ad abbandonare l’area, trasformando un intero quartiere in un bersaglio annunciato. Migliaia di persone hanno tentato di fuggire, paralizzando la capitale in interminabili colonne di automobili. Per ore Beirut è rimasta sospesa nell’attesa di capire se e quando sarebbe arrivato il bombardamento. Una forma di guerra psicologica che da anni accompagna le operazioni militari israeliane nella regione. La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: combattere Hezbollah. Ma sul terreno la realtà racconta altro. Israele ha colpito infrastrutture civili, aree residenziali e perfino l’area antistante l’ospedale Jabal Amal a Tiro, provocando morti, feriti e danni gravissimi alla struttura sanitaria. Tra le vittime ci sono centinaia di bambini e almeno 130 operatori sanitari. L’attacco sistematico al sistema sanitario, già visto a Gaza, si ripete oggi in Libano con modalità sempre più esplicite.
L’offensiva non riguarda solo i bombardamenti. Israele ha consolidato il controllo di una fascia di territorio nel sud del Libano, la cosiddetta Linea Gialla, una zona tampone occupata militarmente che si estende per circa dieci chilometri lungo il confine. Qui si combatte ogni giorno. Hezbollah tenta di rallentare l’avanzata israeliana, mentre le truppe di Tel Aviv rafforzano le proprie posizioni e consolidano una presenza destinata a durare nel tempo. Simbolo di questa nuova fase della guerra è il Castello di Beaufort, luogo strategico e altamente simbolico, già occupato da Israele negli anni Ottanta e oggi nuovamente conquistato dalle forze israeliane. Dietro questa escalation non ci sono soltanto motivazioni militari. L’obiettivo sembra essere duplice. Da una parte indebolire ulteriormente il Libano, già devastato da anni di crisi economica, instabilità politica e tensioni sociali. Dall’altra sabotare qualsiasi prospettiva di distensione tra Stati Uniti e Iran. Non è un caso che Teheran abbia sospeso i negoziati indiretti con Washington e abbia minacciato nuove misure sullo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il commercio energetico mondiale.
L’Europa, ancora una volta, si limita alle parole. Bruxelles ha invitato Israele a rispettare la sovranità libanese e a fermare l’escalation, ma queste dichiarazioni appaiono sempre più irrilevanti. Netanyahu continua ad agire nella consapevolezza che nessuna sanzione concreta verrà adottata. Nessuna sospensione degli accordi. Nessun embargo. Nessuna misura capace di esercitare una reale pressione politica. Anche la posizione statunitense resta ambigua. Donald Trump ha rivendicato colloqui con Netanyahu e con rappresentanti di Hezbollah, sostenendo di aver ottenuto rassicurazioni sulla fine degli attacchi. Ma mentre i comunicati della Casa Bianca parlano di dialogo, sul terreno continuano bombardamenti, evacuazioni forzate e combattimenti.
La distanza tra diplomazia e realtà non potrebbe essere più evidente. Il risultato è che il Libano si trova oggi in una situazione drammatica. Oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Intere comunità vivono nell’incertezza, senza sapere se il giorno successivo potranno tornare nei propri villaggi o se troveranno solo macerie. Il Paese, già provato da anni di crisi, viene trascinato dentro una nuova spirale di guerra senza che si intraveda alcuna via d’uscita.
Quello che sta accadendo in Libano non è un episodio separato da Gaza o dalla Cisgiordania. È parte dello stesso processo di militarizzazione regionale, della stessa logica fondata sulla forza e sull’impunità. Mentre i governi occidentali continuano a garantire copertura politica a Israele, il prezzo viene pagato dalle popolazioni civili. A Beirut come a Gaza, a Tiro come a Khan Yunis, la guerra continua a essere presentata come necessaria. Ma dietro questa retorica restano soltanto città distrutte, ospedali bombardati, milioni di sfollati e una regione sempre più vicina al precipizio.
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