L’Europa «regala» a Israele i dati personali dei suoi cittadini

L’Europa fornisce, ad Israele i dati dei suoi cittadini. Vengono utilizzati per facilitare gli “omicidi indiscriminati” nella Striscia

di Stefano Bocconetti da il manifesto

Sì, anche i dati. Fornisce soldi e armi per il genocidio, aiuta nella ricerca di nuovi strumenti per lo sterminio. Ma questo lo sanno tutti, lo conferma la «non sospensione» dell’accordo di associazione di poche settimane fa. Pochi, però, sanno che l’Europa fa di più: fornisce, “regala” ad Israele anche i dati dei suoi cittadini. Che in qualche modo aiutano quel genocidio, sono un “pezzo” del genocidio.

BENINTESO, la notizia non è nuova. Perché in Europa funziona così: c’è il Gdpr – la più avanzata delle leggi in materia di privacy e che, non a caso, infastidisce il comitato di big tech che governa gli Usa – che regola e vieta nel vecchio continente l’estrazione delle informazioni sugli utenti digitali. Nel resto del mondo però non ci sono le stesse norme. Così l’Europa – quando i diritti contavano, all’epoca di Rodotà per capirci – decise che i dati personali potevano essere trattati da paesi extra europei solo se garantivano gli stessi standard, la stessa protezione.

Un tema delicatissimo – lo si intuisce – perché i server dei colossi digitali più usati hanno tutti sede negli States, dove le leggi in materia semplicemente non esistono. E questo ha dato vita a molti contenziosi, per ora tutti vinti dai difensori dei diritti, l’ultimo dei quali deve ancora concludere il suo iter.

Ma questo è un altro discorso. Qui si parla di Israele. Otto mesi dopo l’avvio delle stragi a Gaza, 50 associazioni si rivolsero alla commissione di Bruxelles perché era già evidente che non esistessero più le condizioni – se mai ci fossero state – per definire «adeguata» la protezione dei dati europei in Israele. Di più: le organizzazioni rammentavano che la reciprocità nell’uso dei dati può avvenire solo – è scritto testualmente – con paesi e governi che assicurino il «rispetto dei diritti umani».

E all’epoca era stata appena pubblicata l’inchiesta della testata israeliana +972 (ripresa in Italia da il manifesto) che rivelava l’uso che l’esercito di Tel Aviv fa dell’intelligenza artificiale alimentata dai dati rubati per programmare lo sterminio.

EPPURE ancora nell’aprile dell’anno scorso, l’Europa ha confermato la possibilità di scambio dei dati. Ora però la situazione davvero non è più sostenibile, come scrivono in un nuovo documento – inviato ai commissari di Bruxelles – tutte, ma proprio tutte, le associazioni per i diritti digitali. Da AccessNow ad Edri.

Nulla è più difendibile. Perché oggi tutti sanno che «i dati personali sono utilizzati per facilitare gli omicidi indiscriminati» a Gaza. Perché tutti sanno che quei dati sono utilizzati per la profilazione, le minacce, lo sterminio di un popolo e di chi si oppone al genocidio.

Dentro e fuori i confini dello stato israeliano. Un’esagerazione? Basta che un cittadino europeo abbia cercato un’indicazione stradale su Waze o aver inviato soldi tramite Payoneer – solo per fare i nomi di alcune delle aziende con sede in Israele – perché i suoi dati finiscano nei data center di quel paese. Dati che possono essere utilizzati per reprimere o per impedire «ingressi indesiderati».

E che non sia una boutade, lo rivela quanto raccontato dai media olandesi: subito dopo gli scontri ad Amsterdam fra tifosi del Maccabi dopo la partita con l’Ajax, Tel Aviv inviò a “giornalisti amici” un report riservato, indicando nomi di colleghi “classificati” come vicini alla causa palestinese. Sapevano ogni particolare della loro vita.

IL TUTTO mentre la Knesset, un anno fa, ha ridotto i già ridicoli poteri della sua autorità per la protezione dei dati, cancellando di fatto la sua indipendenza. E, va ricordato anche questo, la presenza di un organismo autonomo è una delle prime garanzie previste per giudicare l’adeguatezza di un sistema.

Ma c’è di più, tanto di più: in Israele, la legge darà all’Idf, allo Shin Bet e al Mossad la garanzia che non avranno mai – mai – controlli esterni sull’uso dei dati. Una loro eventuale conformità agli standard internazionali, se l’autocertificheranno. Se la scriveranno da soli.

Siamo a questo punto.

Fin qui, però, si parla di violazione di norme. Si parla di un piano legislativo. C’è poi un versante etico, morale – se ancora interessa a qualcuno in Europa – che imporrebbe la fine di quest’ulteriore collaborazione. Bastano due immagini al riguardo, quelle di due edifici. Il palazzo che ospita il quartier generale sia della polizia israeliana che del Ministero degli Interni – che hanno accesso totale ai dati – si trova a Gerusalemme Est. Che l’Europa non riconosce come parte di Israele.

DI PIÙ: il centro comando e controllo per la sorveglianza (esattamente quello che integra riconoscimento facciale, monitoraggio basati sull’intelligenza artificiale e flussi di dati in tempo reale) si trova a Gilo. Nella Cisgiordania occupata.

Sì, la sequenza di bit, il flusso di dati è parte integrante del genocidio. Ed anche su questo l’Europa è complice.

 

 

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