L’esercito israeliano apre il fuoco contro gli studenti dell’Università di Birzeit

Soldati israeliani fanno irruzione nell’ateneo palestinese durante le lezioni: decine di studenti feriti e un messaggio di terrore contro la vita accademica in Cisgiordania occupata

Sull’asfalto all’ingresso dell’Università di Birzeit restano ancora le tracce dell’accaduto: macchie di sangue, bossoli, residui di lacrimogeni. È qui, nella cittadina di Birzeit, nel governatorato di Ramallah, che si è consumata una nuova e violenta incursione dell’esercito israeliano contro una delle principali istituzioni accademiche palestinesi della Cisgiordania.

Poco dopo mezzogiorno, oltre duecento soldati israeliani, arrivati a bordo di circa venti mezzi militari, hanno fatto irruzione nell’area universitaria, distruggendo l’ingresso principale e penetrando all’interno del campus. Secondo le testimonianze raccolte, prima sono iniziate le intimidazioni contro studenti, docenti e personale amministrativo; subito dopo, l’uso della forza: gas lacrimogeni, granate stordenti, proiettili di gomma e munizioni vere.

Nel caos che ne è seguito – tra urla, fumo e panico – il bilancio è apparso chiaro solo più tardi: decine di studenti feriti, almeno undici trasportati d’urgenza in ospedale, alcuni in condizioni serie. Al momento dell’attacco, nel campus erano presenti oltre diecimila studenti, provenienti da tutta la Cisgiordania occupata.

L’Università di Birzeit non è un obiettivo casuale. Da anni rappresenta uno dei principali poli di formazione e ricerca palestinesi ed è per questo sottoposta a continue pressioni e incursioni militari. Tuttavia, quanto avvenuto segna una svolta: mai prima d’ora un’operazione di tale portata era avvenuta in pieno orario di lezione, nel cuore della giornata accademica.

Dall’ateneo parlano apertamente di un attacco diretto alla vita universitaria palestinese. L’uso di armi all’interno del campus viene descritto come una dimostrazione di forza senza precedenti, un messaggio politico e simbolico rivolto non solo agli studenti, ma all’intera società palestinese. L’università, spiegano, è uno degli ultimi spazi collettivi in cui si tenta di costruire futuro, conoscenza e autonomia sotto occupazione militare.

Secondo la versione fornita dall’esercito israeliano, l’incursione sarebbe stata motivata dall’attivismo politico degli studenti. Una giustificazione che suona paradossale se confrontata con il ruolo storico delle università come luoghi di dibattito e partecipazione politica in qualsiasi altro contesto democratico.

Chi studia a Birzeit, del resto, è abituato a convivere con la precarietà e la minaccia costante: checkpoint, incursioni nei villaggi, arresti, chiusure improvvise. L’università non fa eccezione. Anzi, l’obiettivo sembra proprio quello di cancellare l’idea che possa esistere uno spazio sicuro, anche solo simbolicamente, per l’istruzione e la crescita collettiva.

Dopo circa due ore, i soldati si sono ritirati. La tensione ha lasciato spazio a un silenzio irreale. All’ingresso dell’ateneo, alcune studentesse – che chiedono di restare anonime – siedono sui gradini, controllando ossessivamente i messaggi sul telefono per avere notizie dei compagni ricoverati. Raccontano di paura, ma anche di una strana normalità: studiare, in Palestina, significa convivere con il rischio.

“Veniamo qui per imparare e finiamo per rischiare la vita”, dice una di loro. “Ho visitato università in molti paesi, ma la differenza è il senso di sicurezza: qui non esiste”. Un’altra, più giovane, stringe i libri nello zaino mentre il sole tramonta: “Non ci fermeranno. Vogliono spaventarci, impedirci di studiare. Ma Birzeit resiste”.

È quasi ora di andare via, prima che i checkpoint chiudano. La giornata accademica si conclude così, tra macerie e feriti, ma anche con una determinazione che l’incursione militare non è riuscita a spezzare: continuare a studiare, nonostante tutto.

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