Leoncavallo sotto sfratto

Il primo tentativo di sgombero del Leoncavallo è stato respinto nel 1989 con una «iconica» resistenza. Martedì il Viminale ci riprova. La gentrificazione allontana lo storico centro sociale e la burocrazia ne frena il trasloco

di Giuliano Santoro da il manifesto

Una leggenda metropolitana, ampiamente smentita dai fatti e dall’evidenza delle circostanze, sostiene che il leader leghista Matteo Salvini, da giovanissimo studente medio, frequentasse il centro sociale Leoncavallo. Il fatto che una storia talmente assurda abbia potuto insinuarsi anche nei racconti più avveduti la dice lunga sulla capacità che il centro sociale milanese abbia avuto di entrare non solo nell’immaginario collettivo, anche nella quotidianità di decine di migliaia di milanesi (e non solo). La storia è nota: il Leoncavallo nasce nell’omonima via esattamente cinquant’anni fa. Attraversa gli anni Ottanta e riesce, all’alba dei Novanta e grazie all’iconica resistenza allo sgombero del 16 agosto 1989, a diventare il punto di riferimento della nascita del movimento dei centri sociali che animerà tutto il decennio e condurrà alle giornate di Genova 2001. A metà dei Novanta, dopo un lungo braccio di ferro con l’amministrazione leghista, il Leoncavallo si sposta dalla storica sede del Casoretto a una ex cartiera in via Watteau, zona Greco, con l’avallo non ufficiale del proprietario, Marco Cabassi. Qui resta fino a oggi e da qui assiste ai mutamenti del nuovo millennio.

IL FATTO CHE I PROPRIETARI non chiedessero lo sgombero, garantendo agli occupanti un posto sicuro e alle amministrazioni una bega in meno da risolvere, era legato alle caratteristiche di certa grande borghesia dell’epoca, illuminata e attenta alle trasformazioni sociali. Ma anche alle condizioni urbanistiche: forse quell’area, per destinazione d’uso e contingenze del momento, non era appetibile. Al contrario, lo è adesso, nella Milano che con il grande evento di Expo, la rigenerazione e la valorizzazione sfrenata, ha esaurito gli spazi edificatori e addirittura si è inventata dei grattacieli senza permesso a costruire pur di speculare. Così il Leoncavallo si trova ancora una volta ad accompagnare le fasi di svolta della città: dall’industriale al post-industriale, dagli anni Settanta alla città da bere attraversata da nuovi conflitti, dai gruppi extraparlamentari alle culture underground, dai circoli del proletariato giovanile agli spazi occupati come «imprese sociali» (secondo la nota definizione, controversa e provocatoria, di Aldo Bonomi e Primo Moroni), dal terzomondismo allo zapatismo metropolitano.

RESTA UNA INVARIANTE: dopo mezzo secolo il Leoncavallo ha ancora un appuntamento con lo sgombero. Ne ha superati diversi, anche negli ultimi mesi, ma il prossimo è fissato per la mattina del 15 luglio. Anche in questa occasione gli ufficiali giudiziari verranno accolti da un presidio resistente (con concerto matinée di Punkreas e The Originals, super gruppo con membri di Africa Unite e Bluebeaters). Questa volta il rischio è maggiore, perché il Viminale ha accollato una penale da oltre tre milioni di euro, quantificazione del danno subito dai proprietari per il mancato sgombero, a Marina Boer, ultima referente delle Mamme del Leoncavallo, la storica associazione che è stata costituita dopo lo sgombero del 1994 e che trae origine dalle mobilitazioni che seguirono il duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iaio Iannucci. Cioè i due giovani militanti del centro sociale che vennero uccisi nel marzo del 1978, probabilmente da neofascisti implicati nel traffico di eroina sul quale stavano conducendo una controinchiesta.

LA POSSIBILE ALTERNATIVA è un capannone di circa 4mila metri quadrati nell’area di San Dionigi, in un lembo della periferia meridionale. È di proprietà del comune e dovrebbe partire un bando per l’assegnazione. Ma come spesso capita quando si tratta di passare dalla condizione di occupanti a quella di legittimi assegnatari, il percorso è complicato: richiede investimenti ingenti (per dirne una: lo spazio andrebbe bonificato dall’amianto), diverse barriere burocratiche e normative, tempi non certi. Proprio il tempo è la questione più stringente, la variabile scarsa. Se anche dovesse andare a buon fine la gara a ostacoli dell’assegnazione, non è detto che ci sia sincronia con le richieste di Viminale e proprietà per lo sgombero. «Questa vicenda è emblematica di Milano – riflette Daniele Farina, storico portavoce del centro sociale – di come si è trasformata e della battaglia persa negli anni Novanta sulle sue aree industriali dismesse».

GIAN CARLO FUSCO, leggendario scrittore, giornalista e artista inclassificabile, per descrivere Milano diceva che in fondo è una «città leale» perché «se la aggredisci da buon pugile accetta il combattimento e poi ti stringe la mano». Un altro milanese d’adozione, anche lui scrittore e anche lui maudit, come Luciano Bianciardi – uno che arrivò in città in pieno boom economico con la fantasia dinamitarda di far saltare “il torracchione”, il grattacielo anche allora simbolo di sviluppo insostenibile – sosteneva il contrario. E, proprio commentando la metafora di Fusco, scrisse a sua sorella: «Questa città è vile, perché prende a calci in bocca chi sta male e si fa generosa con chi ha fortuna». Gli eventi dei prossimi giorni ci diranno chi aveva ragione. Di sicuro, dicono dal Leoncavallo, se il 15 luglio davvero si volesse forzare per lo sgombero partirebbero calde giornate di mobilitazione.

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