Lo sgombero non riguarda solo il Leoncavallo, né si può ridurre a un regolamento di conti tra il potere e una specifica comunità politica. La tormenta che si è abbattuta su Milano non è finita con l’azione repressiva ordinata dal governo
di Andrea Cegna e Ilaria Salis da il manifesto
«Penso che ci sarà una risposta cittadina allo sgombero del Leoncavallo coerente con ciò che noi siamo» dice Marina Boer, presidentessa dell’Associazione Mamme Antifasciste. La tormenta che si è abbattuta su Milano non è finita con l’azione repressiva ordinata dal governo e agita dal comune prima con il nuovo Piano di governo del territorio e poi con i ritardi nella pubblicazione del bando su San Dionigi.
Per Alioscia, voce dei Casino Royale nonché agitatore sociale e oste, «ogni volta che è stato attaccato il Leo il risultato è stato che un pezzo di società si è ritrovato e ricompattato, per senso di identità o di appartenenza culturale o per questioni affettive. Mi sembra che anche questa volta possa riaccadere, vediamo se dal confronto, dal dibattito, verrà fuori un’analisi su queste esperienze capace e utile per proiettare certe visioni nel futuro in maniera concreta».
Era dai tempi dello sgombero di Conchetta che non si univano voci tanto diverse contro la chiusura di un centro sociale e contro il modello di governo della città. Le parole di Sala e le rassicurazioni sul bando non bastano più. Marina aggiunge: «Vediamo cosa farà l’amministrazione. Noi ci prenderemo del tempo per capire».
Per Maso Notarianni, presidente di Arci Milano, «i fondi immobiliari, il profitto ad ogni costo dei super ricchi hanno provato a divorare, negli ultimi 25 anni, la Milano operosa, la Milano che accoglie, la Milano con il cuore in mano, e quello del Leoncavallo è solo un episodio di questa serie horror. Ma Milano non è quella cosa lì dei boschi verticali. Milano è degli uomini e delle donne verticali, come dicevano Mura e Brera. Uomini e donne che non si fanno abbattere. Che porgono la mano a chi ha bisogno, che sanno lottare insieme. E che vinceranno».
Vincenzo Greco della Camera del lavoro ricorda: «Lo sgombero del Leoncavallo, proprio perché simbolo di libertà e presidio di democrazia, è l’inizio della campagna elettorale della destra che governa l’Italia. La scelta dell’atto di forza arriva proprio mentre la politica milanese è travolta dall’indagine sull’urbanistica in città. La mobilitazione del 6 settembre prossimo rappresenta non solo la difesa del Leoncavallo, di una storia importante della città, ma anche la necessità di riprendere voce contro un’idea di sviluppo delle città metropolitane basata sulle ingiustizie e sulla negazione dei diritti».
Lo stesso week-end cade la 17esima edizione del festival Abba Vive, «uno degli eventi antirazzisti più importanti della città di Milano. Nato in seguito all’uccisione violenta di Abba Abdoul Guiebre, giovane italiano di origini burkinabé», ucciso a 19 anni da due italiani nei pressi della stazione centrale di Milano, ricorda il Centro Sociale Cantiere, aggiungendo: «Quest’anno durante la giornata di sabato 6 settembre, le attività del Festival verranno interrotte per permettere a tutt3 di partecipare alla manifestazione nazionale, per la difesa degli spazi sociali, convocata a seguito dello sgombero del Leoncavallo, perché la mano che sgombera gli spazi di libertà è la stessa che costruisce ghetti e semina razzismo, perché se vogliamo costruire una Milano diversa, dobbiamo costruire spazi sicuri dove poterci incontrare e vivere in maniera degna».
Nel mentre il Leoncavallo rilancia la campagna di raccolta fondi per affrontare le spese necessarie al suo spostamento, che ci sarà ma non è detto in San Dionigi.
Se la rabbia per lo sfratto contagia la città
«Se toccano uno, toccano tutti». Quando la repressione colpisce, la formula di rito è questa. Ma chi sono davvero «tutti»? In prima fila ci sono, ovviamente, i compagni e le compagne dei centri sociali, dei collettivi, dell’associazionismo. Al di là dei giudizi che ciascuno può avere sul lungo percorso del Leoncavallo, è chiaro che lo sgombero del Leo rappresenta un colpo durissimo all’intero arcipelago della sinistra sociale. Vedere la presidente del Consiglio che rivendica l’azione apre la strada a un’inedita offensiva contro gli spazi di libertà e indipendenza. Come ha spiegato bene Giuliano Santoro sul manifesto, per i postfascisti al governo colpire le realtà sociali non è un incidente: è un programma politico, insieme vendetta ideologica e tassello di un’agenda autoritaria.
C’è poi il cosiddetto “giro largo”: frequentatori e simpatizzanti che storicamente hanno rappresentato la vera forza dei centri sociali, straordinari aggregatori urbani di giovani ed energie. Oggi la loro presenza è più rarefatta rispetto all’età dell’oro ma resta una linfa vitale e una ricchezza che va raccolta, l’humus necessario a ogni progetto di partecipazione radicale.
Dentro quel «tutti» preso di mira dallo sgombero agostano c’è anche la sinistra politica. Anche questa è nel mirino: smantellare un’esperienza storica come il Leoncavallo significa dimostrare che la sinistra non sa difendere neppure i luoghi amici, e prosciugare i serbatoi sociali e culturali da cui attinge.
E tuttavia il punto più interessante riguarda chi, almeno per ora, manca all’appello in quel «tutti». Si tratta di quell’ampia e variegata composizione sociale che apparentemente poco o nulla ha a che fare con l’attuale Leoncavallo, ma che, chissà, potrebbe riconoscersi in ciò che scaturirà da questa vicenda.
Perché – ed è questo il nodo centrale, che anche gli stessi esponenti del centro sociale sembrano condividere – lo sgombero non riguarda solo il Leoncavallo, né si può ridurre a un regolamento di conti tra il potere e una specifica comunità politica. Il contesto in cui l’operazione si colloca è infatti decisivo: la Milano sempre più invivibile della speculazione immobiliare e degli scandali urbanistici. È possibile che lo sgombero sia stato anche uno sgarbo al sindaco Sala, tenuto all’oscuro, o un ulteriore colpo per mettere in difficoltà un centrosinistra che non ha saputo – o voluto – risolvere la questione.
Ma la sostanza resta: la cancellazione di spazi come il Leoncavallo non è in contraddizione con il “modello Milano”. Ne è anzi un tassello perfettamente coerente. La logica neoliberale, assecondata dalle amministrazioni Sala, impone che investimenti, proprietà e interessi privati siano tutelati attivamente, anche con la forza, a scapito di ciò che privato non è e tenta di perseguire logiche diverse.
In un modo o nell’altro, infatti, il Leoncavallo doveva lasciare spazio alla valorizzazione immobiliare del quartiere. Poteva essere tollerato solo se relegato in una zona marginale, dove la rendita è più bassa. E qui sta il punto di contatto: la sorte del Leoncavallo è la stessa di molti abitanti della città, sempre più spinti ai margini della città.
Proprio coloro i quali mancano all’appello di quel «tutti» – di quel «noi» che dobbiamo diventare: i tanti che, come il Leoncavallo, subiscono gli effetti marginalizzanti ed espulsivi del modello Milano, tra repressione poliziesca e violenza economica.
Se la rabbia di chi amava il centro sociale riuscirà a unirsi all’interesse di chi oggi patisce le conseguenze di una città sempre più escludente, se la protesta contro lo sgombero saprà trasformarsi in una protesta contro questo modello, allora sì che tutto potrà diventare molto interessante.
Non solo opposizione all’insopportabile autoritarismo dello Stato di polizia meloniano, ma anche alle condizioni materiali di vita che ci hanno imposto.
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