Leoncavallo, ciò che appare pacificato può tornare a esplodere

Il Leoncavallo non era solo un centro sociale. Era una memoria incarnata. Oggi, movimenti antagonisti e centri sociali vivono un periodo di maggiore debolezza rispetto alla fase espansiva che portò alla resistenza del Leoncavallo contro lo sgombero dell’agosto 1989 e alla grande manifestazione di «opposizione sociale» chiamata dopo quello del 1994. Tirare troppo la corda, però, può generare reazioni impreviste.

di Chiara Pannullo

Lo sgombero del Leoncavallo, avvenuto all’alba del 21 agosto 2025, non è soltanto la chiusura fisica di un luogo.

È l’epilogo provvisorio di un ciclo di lotte, di contraddizioni e di resistenze che hanno attraversato Milano per oltre cinquant’anni. È il segno tangibile di una trasformazione storica: quella della città da terreno di conflitto sociale a laboratorio di pacificazione neoliberale, dove la rendita immobiliare, l’ordine securitario e la valorizzazione del capitale si intrecciano in modo inscindibile.

Il Leoncavallo non era solo un centro sociale. Era una memoria incarnata. Era la materializzazione di un’altra idea di città: una città non piegata al profitto, non subordinata alla logica della valorizzazione mercantile dello spazio.

Per questo la sua esistenza era, fin dall’inizio, intollerabile per le classi dominanti. Non era una concessione da tollerare, non era un residuo pittoresco del passato: era una ferita aperta nella cartografia della città-merce. Ogni murales, ogni concerto, ogni assemblea era la dimostrazione vivente che lo spazio urbano poteva essere sottratto al feticcio della proprietà privata. Ed è questo che la borghesia odia e teme: non l’atto episodico di protesta, ma l’esistenza materiale di un contro-esempio.

Non è un caso che lo sgombero sia avvenuto in un contesto in cui la città è attraversata da scandali legati alle giunte, agli appalti, ai giochi sporchi dei palazzinari protetti da Palazzo Marino. Mentre la rendita immobiliare continua a dettare legge, mentre la città si consegna alle speculazioni, ai grandi eventi e alla trasformazione in vetrina turistica, si decide di abbattere ciò che resta di un’esperienza di autogestione collettiva. Qui il nesso è cristallino: lo Stato difende con ogni mezzo la proprietà, la rendita e il capitale; al contempo reprime, criminalizza e cancella ciò che non si lascia mercificare.

Il paradosso tragico è stato reso evidente anche dalla vicenda di Marina Boer, storica militante legata al Leoncavallo, costretta a rispondere in tribunale a una richiesta economica assurda: centinaia di migliaia di euro che nessuna singola persona, meno che mai una donna di quasi ottant’anni, avrebbe mai potuto pagare. La sua colpa? Aver rappresentato, per anni, un punto di riferimento organizzativo di uno spazio che non riconosceva la sacralità della proprietà privata. Lo Stato borghese, incapace di intaccare i profitti di chi devasta i quartieri con speculazioni edilizie e corruzione, non ha esitato a perseguitare una militante anziana per “danni” presunti.

Qui la funzione di classe è evidente: lo Stato difende la proprietà e punisce chi l’ha messa in discussione. Lo fa non solo con la forza fisica della polizia, ma anche con la violenza fredda dei tribunali, del debito, delle richieste economiche che schiacciano individui isolati. È la repressione nella sua forma più brutale e più ipocrita: quella che trasforma un militante in debitore insolvente, che non punisce la corruzione dei palazzi ma la passione politica di chi ha vissuto per costruire spazi di socialità dal basso.

Trent’anni fa, uno sgombero del genere avrebbe incendiato la città. Negli anni ’90, ogni tentativo di cancellare il Leoncavallo produceva mobilitazioni di massa, cortei, scontri, barricate, centinaia di persone pronte a difendere fisicamente lo spazio. Non era romanticismo: era la forza di una composizione sociale viva, capace di trasformare la repressione in detonatore.

Non dimentichiamo il 1989, quando lo sgombero portò a giornate intere di scontri; o il 1994, quando la pressione dal basso fu tale da costringere le istituzioni a retrocedere, e la polizia si trovò letteralmente costretta a lasciare la strada di fronte a un movimento che non aveva paura. Allora, la contraddizione era visibile, palpabile: c’era un proletariato urbano che riconosceva nel Leoncavallo una casa politica, un simbolo, una difesa materiale delle proprie condizioni di vita.

Oggi, invece, l’alba dello sgombero non ha generato alcuna sollevazione. Nessun corteo selvaggio, nessuna massa pronta a riconquistare lo spazio. Solo poche decine di militanti, isolati, circondati da un apparato repressivo che ha agito chirurgicamente, senza concedere il tempo di reagire. La differenza non sta nell’assenza della contraddizione: il proletariato urbano esiste ancora, la precarietà, la disoccupazione, gli affitti insostenibili gridano la stessa violenza sociale di allora.

Ma quella violenza non si traduce più in conflitto aperto. Le condizioni materiali ci sarebbero tutte, eppure la rabbia non diventa organizzazione. Perché? Perché il capitale ha imparato a neutralizzare. Ha frammentato, precarizzato, individualizzato. Ha reso la vita quotidiana una corsa al reddito e alla sopravvivenza, togliendo respiro alla possibilità di lottare collettivamente.

Ha colonizzato l’immaginario, presentando la precarietà come condizione naturale e ineluttabile. Ha trasformato la stessa idea di conflitto in un rischio individuale troppo alto da sostenere. È questo il vero trionfo del neoliberismo: non la fine delle contraddizioni, ma la loro gestione preventiva, la loro neutralizzazione permanente.

In questo senso, la giornata di oggi diventa un paradigma. Non racconta solo la storia di uno spazio, ma la traiettoria della città e del suo proletariato. Milano, che fu capitale di lotte operaie, di mobilitazioni studentesche, di resistenze urbane, è diventata la capitale della rendita e della valorizzazione turistica.

La sua borghesia ha imparato che non serve più lo scontro frontale: basta il tempo, basta l’erosione lenta, basta il dispositivo securitario che isola, criminalizza, svuota. La polizia di oggi non deve più arretrare: agisce chirurgicamente, con precisione, sapendo che dall’altra parte non troverà più le masse di trent’anni fa. Questo è il risultato di un ciclo lungo di controffensiva capitalistica, che ha disarmato la composizione di classe e trasformato la città in laboratorio di pacificazione.

Ma attenzione: lo sgombero del Leoncavallo non è un episodio isolato. È parte di una traiettoria globale. Ovunque in Europa gli spazi autogestiti vengono sgomberati, ridotti a residui ornamentali, integrati o repressi. A Berlino, i progetti storici sono stati schiacciati sotto la pressione immobiliare; a Barcellona, le giunte progressiste hanno cooptato o cancellato le esperienze di lotta urbana; ad Atene, gli spazi nati durante la crisi sono stati sgomberati sistematicamente negli ultimi anni. È la stessa logica che attraversa l’Europa: trasformare ogni spazio in merce, ogni vuoto in rendita, ogni deviazione in anomalia da eliminare.

Che cosa resta, allora? Resta l’amarezza di un ciclo che sembra chiudersi. Resta la consapevolezza che oggi, diversamente da trent’anni fa, lo sgombero non ha generato scintille. Resta la lezione amara che il capitale non vince perché elimina le contraddizioni, ma perché le neutralizza, le addomestica, le trasforma in impotenza sociale. Il proletariato urbano esiste ancora, ma è frammentato, ricattato, disperso. La gioventù precaria non trova più luoghi stabili in cui organizzarsi. La memoria delle lotte viene continuamente riscritta, marginalizzata, ridotta a “storia passata”.

Eppure, proprio in questa amarezza c’è un lascito. Lo sgombero del Leoncavallo segna la fine di un ciclo, ma mostra anche l’incompletezza della pacificazione. Perché la contraddizione resta. Perché la precarietà, gli affitti impossibili, la gentrificazione non smettono di produrre rabbia sociale. Oggi non si traduce in conflitto, ma nulla garantisce che sarà così per sempre. Il capitale crede di aver chiuso una pagina: in realtà, ha solo spostato la linea del fronte. L’assenza di mobilitazione non è un destino eterno, è una fase. La storia insegna che ciò che appare pacificato può tornare a esplodere. E se il Leoncavallo non tornerà, se i suoi cancelli resteranno chiusi, resta comunque la memoria di un’esperienza che ha segnato generazioni e che dimostra una verità ineludibile: lo spazio urbano non è neutro, è terreno di scontro di classe.

È la conclusione di una storia? Di una narrazione? Ma ogni chiusura, non dispiega la possibilità di una nuova apertura?

Non sappiamo se torneranno occupazioni, non sappiamo se nuovi spazi nasceranno. Ma sappiamo che la contraddizione resta intatta, che la città neoliberale non potrà cancellare per sempre il ricordo – e la possibilità – di una Milano diversa, non piegata al mercato. Questa è la lezione amara, ma necessaria, che il 21 agosto 2025 consegna alla storia.

 

 

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