Le mani sulla città

di Mario Di Vito, Andrea Cegna*

Sei attivisti e due gatti trovati senza permesso nei locali di Askatasuna bastano alla polizia per sgomberare e murare lo storico centro sociale di Torino. Piantedosi esulta e rivendica, il comune ferma il percorso di inclusione. Poi arrivano gli idranti: con chi dissente non si parla. Solo una settimana fa l’arrivo del nuovo questore

Il regalino di Natale lo hanno confezionato direttamente al Viminale. Approfittando del decreto di perquisizione firmato lo scorso 11 dicembre dai sostituti procuratori torinesi Davide Pretti e Eleonora Sciorella nei confronti di otto persone – il più grande ha 29 anni, il più piccolo 19 – indagate a vario titolo per interruzione di pubblico servizio, danneggiamento aggravato, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, ieri mattina la polizia ha proceduto allo sgombero del centro sociale Askatasuna. A chi si trovava all’interno nel momento del blitz è stato consentito appena di portare via qualche indumento – e due gatti -, poi gli ingressi dell’edificio sono stati murati dall’interno e i tubi dell’acqua spaccati e riempiti di calce. Un classico delle operazioni di questo genere.

IN QUESTURA e in prefettura sapevano che avrebbero trovato qualcuno all’interno di Askatasuna e questo dettaglio fa tutta la differenza del mondo: nel patto di collaborazione tra il centro sociale e il Comune, infatti, era previsto il rispetto dell’ordinanza numero 1526 del 23 marzo scorso, dove tra le altre cose si disponeva «l’interdizione all’accesso a tutti i piani del fabbricato».

E COSÌ, già alle 8 e 30, dall’Ufficio beni comuni del municipio, è partita un’email diretta al comitato dei garanti dell’accordo con Askatasuna nella quale, gelidamente, si è comunicato «il recesso con effetto immediato dallo stesso».Tre ore dopo il sindaco Stefano Lo Russo ha fatto uscire una sua dichiarazione per dire ufficialmente che «il patto di collaborazione è cessato». Una constatazione, più che altro. Del resto questo percorso di collaborazione è sempre stato un affare complicato da gestire: attaccato un giorno sì e l’altro pure dalla destra, e costretto a fronteggiare pure i non meno pericolosi mal di pancia dei cosiddetti moderati della variegata coalizione che lo sostiene, Lo Russo a tenere il punto ci ha sempre provato. Fino a ieri, quando si è trovato all’angolo e ha proclamato la fine dei giochi. In tutto questo, il comitato dei garanti si è definito «sorpreso e preoccupato» dalla decisione del sindaco di non opporsi a un intervento che taglia le gambe a un progetto che lui stesso ha contribuito (e manco poco) a costruire. Da qui la richiesta di andare avanti con «il progetto», questione che resta appesa a due domande: come reagirà la società civile torinese? E cosa farà Askatasuna?

ALL’INTERNO del centro sociale, infatti, convivono varie anime anche parecchio diverse tra di loro. E con opinioni non sempre concordanti sul rapporto da costruire con le istituzioni. A volerla dire tutta, l’idea di provare progressivamente a regolarizzare uno spazio occupato non è nuova: gran parte delle realtà simili lo hanno fatto in passato e anche la formula – la creazione di un «comitato di garanti» a fare da filtro tra l’autogestione e l’ente pubblico – è stata già sperimentata con successo varie altre volte. E però, nello stabile di Vanchiglia, c’è sempre stato chi non intende avere alcun rapporto con il Comune. L’operazione di polizia di ieri mattina e la rottura del patto discende anche da questa contraddizione.

PER IL VIMINALE non è stato difficile infilarsi dentro la frattura e allargarla fino a farla diventare irreparabile. Il ministro Pianteodsi, sui social, ha di fatto rivendicato la paternità del tutto: «Dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro paese». Non sfugge, in questo contesto, che appena una settimana fa è stato rimosso il questore Paolo Sirna, spedito in città da Catanzaro nell’ottobre del 2024 e mai stato del tutto ostile al dialogo tra il Comune e Askatasuna. Il suo addio sarebbe arrivato proprio in seguito alle ultime azioni delle realtà militanti di Torino, le stesse per le quali sono state eseguite le perquisizioni di ieri: dal blitz nella redazione della Stampa agli «assalti» contro le Officine grandi riparazioni e Leonardo. Al suo posto è stato mandato da Bari Massimo Gambino, che in tutta evidenza ha avallato la chiusura senza fare storie.

E MENTRE da destra si sostiene che «lo Stato si è fatto rispettare», che «la legalità è stata ripristinata» e che «non possono esistere zone franche, da altre parti le reazioni sono più variegate. Per l’ex sindaca pentastellata Chiara Appendino, lo sgombero era «inevitabile, viste le violenze». La Cgil, dal canto suo, invita ad «andare oltre la logica dello scontro». Da qui l’invito al sindaco a «non abbandonare il percorso intrapresoi». E se il Pd non riesce a fare meglio che prendersela con Piantedosi perché non ha ancora sgomberato Casapound a Roma, l’Arci parla dell’operazione poliziesca come di «una scelta grave e miope» e di «un segnale politico preciso di questo governo: si preferiscono lo scontro alla costruzione di soluzioni, la repressione e la propaganda alla mediazione, il deserto alla partecipazione». Secondo il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, in ogni caso, «se si accusa di fare cose illegali poi bisogna farlo stabilire da un normale procedimento penale».

DI SOLITO, quando si tratta di Askatasuna, questi procedimenti cominciano sempre tra squilli di tromba e accuse clamorose per poi finire in assoluzioni e piccole condanne per reati minori. Questa volta la partita comincia con uno sgombero.

Willie Peyote: «Askatasuna è uno spazio culturale che rappresenta tutti»

Willie Peyote, nome d’arte di Guglielmo Bruno, classe 1985, è nato a Torino e proprio per questo è uno degli artisti che ha portato la parola di Torino, la sua cultura – quella underground e meticcia, dell’incontro tra culture e storie diverse – sui palchi di tutta Italia. Anche di Sanremo. È un artista attento e presente. Sperimenta con la musica e con le parole, partendo dal rap, e non si nasconde: dalla lotta No Tav alla vicinanza ai centri sociali. Quando sente che deve spendersi, lo fa pagandone le conseguenze, tanto che nel 2023, assieme a 36 persone, per lo più artisti e artiste della città, era stato denunciato per aver suonato davanti e per l’Aska. L’abbiamo raggiunto e intervistato per capire la sua visione sullo sgombero del centro sociale di viale Regina Margherita.

Cosa pensa dello sgombero dell’Askatasuna?
Ho appreso dello sgombero in corso da poche ore e, per quello che ha rappresentato per me e per la città negli anni, Askatasuna mi lascia ovviamente molto dispiaciuto e preoccupato.

Si aspettava che potesse succedere nonostante l’accordo con il Comune?
Ho seguito da vicino tutta la procedura che ha portato all’accordo con il Comune e speravo potesse rappresentare finalmente una garanzia di tutela nei confronti dell’Aska.

Cosa significa per lei l’Aska?
È un luogo che per me ha sempre significato molto: oltre ad averci suonato spesso, l’ho frequentato per assistere a concerti e ad altre attività. È uno di quei luoghi nei quali si è cercato di portare avanti una proposta culturale alternativa e underground e che, in quanto tale, rappresenta un bene per il tessuto artistico e sociale di una città come Torino.

Una mossa che arriva dall’alto, dal governo, che sta portando con forza la sua visione muscolare di società, e questo passa anche dal mondo della cultura. Che le pare di quel che vive oggi l’Italia?
Mi preoccupa e, in un certo senso, mi spaventa. Che il governo decida di intervenire con così tanta forza sul mondo della cultura lo reputo un bruttissimo segnale, ma ciò che ancora di più mi intristisce è la mancanza di una reazione da parte della società civile.

Cosa pensa che si possa fare per fermare la china che stiamo vivendo?
Auspico una reazione da parte di tutti a difesa di spazi come l’Askatasuna e, più in generale, per arginare questa deriva autoritaria. Credo che sia proprio in momenti come questo che ci si debba unire per evitare un’ulteriore degenerazione verso una politica ancora più muscolare e lontana dai valori che mi sono stati inculcati.

Oltre a seguire, lei ha anche appoggiato il percorso di dialogo tra Aska e Comune, ed in generale è uno degli artisti che sempre si spende per le battaglie che ritiene a lui vicine. Crede che servirebbe un po’ più di impegno del mondo dello spettacolo in questa fase?
Penso che il mondo dello spettacolo e, in particolare, gli artisti siano espressione del mondo in cui vivono. In un’epoca in cui mi pare evidente ci sia molto disinteresse per certe questioni, è normale che questo si rifletta anche nel campo dell’arte. Credo servirebbe più impegno in generale, non limitato all’ambito culturale.

*da il manifesto

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